Ghiaccio. Può aiutare a zoppicare meno. Ma come nella pellicola forse lo zoppo finge. E forse come in quella successiva il protagonista indossa una maschera. Per non farsi riconoscere. Per non farsi riconoscere. Una città buia. Una città fredda. E il tempo che manca sempre. E il tempo che si sciupa clamorosamente. Io non mi ci ritrovo. Io non (mi) capisco. Che sia noia? Che sia paura della solitudine? Che sia ...? Entri. Entro. Vestito informale. Vestita preppy. Che valenza può avere una presenza in casa? Parrebbe abitudine, quell'abitudine che abbiamo perso. Io, veramente, perso volontariamente più di una volta. Dunque? Altre ore spese a ribadire mentalmente gli stessi pensieri. Dopo. Un canyon, in mezzo. Profondissimo, la roccia si sgretola e se ne sollevano nuvole rosse come il fuoco. Stasera ancora? E domani sera? E sabato? E quando ancora? Cosa sta succedendo? E quali ripetitive domande continuo a pormi? Quando la risposta è semplicemente lì, sarebbe sufficiente allungare la mano. Di poco. E stringere il pugno, per vedere cosa è rimasto tra le dita. E se fosse nulla? Perchè averne timore, non è una delle eventualità della vita? Neppure forse la peggiore possibile, in fondo. C'è l'alibi della fuga e l'alibi della persistenza. Ogni azione ha una doppia valenza, riconducibile solo con il senno di poi. E' [stata] una questione di millimetri. O di istanti. O forse di millimetri e di istanti. In fondo sono queste le due uniche variabili oggettivamente veritiere nella nostra esistenza. Come il football, è una questione di inches. A cosa serve il repertorio? Forse serve. Almeno a non essere completamente glabri. Ad avere qualche protezione, nelle parti più sensibili. O, al contrario, ad attrarre come un leone con la sua chioma fluente. Esci. Esco. Non avevo l'amaro in bocca. E' un modo delicato di soffrire.
Zelda
Ghiaccio. Può aiutare a zoppicare meno. Ma come nella pellicola forse lo zoppo finge. E forse come in quella successiva il protagonista indossa una maschera. Per non farsi riconoscere. Per non farsi riconoscere. Una città buia. Una città fredda. E il tempo che manca sempre. E il tempo che si sciupa clamorosamente. Io non mi ci ritrovo. Io non (mi) capisco. Che sia noia? Che sia paura della solitudine? Che sia ...? Entri. Entro. Vestito informale. Vestita preppy. Che valenza può avere una presenza in casa? Parrebbe abitudine, quell'abitudine che abbiamo perso. Io, veramente, perso volontariamente più di una volta. Dunque? Altre ore spese a ribadire mentalmente gli stessi pensieri. Dopo. Un canyon, in mezzo. Profondissimo, la roccia si sgretola e se ne sollevano nuvole rosse come il fuoco. Stasera ancora? E domani sera? E sabato? E quando ancora? Cosa sta succedendo? E quali ripetitive domande continuo a pormi? Quando la risposta è semplicemente lì, sarebbe sufficiente allungare la mano. Di poco. E stringere il pugno, per vedere cosa è rimasto tra le dita. E se fosse nulla? Perchè averne timore, non è una delle eventualità della vita? Neppure forse la peggiore possibile, in fondo. C'è l'alibi della fuga e l'alibi della persistenza. Ogni azione ha una doppia valenza, riconducibile solo con il senno di poi. E' [stata] una questione di millimetri. O di istanti. O forse di millimetri e di istanti. In fondo sono queste le due uniche variabili oggettivamente veritiere nella nostra esistenza. Come il football, è una questione di inches. A cosa serve il repertorio? Forse serve. Almeno a non essere completamente glabri. Ad avere qualche protezione, nelle parti più sensibili. O, al contrario, ad attrarre come un leone con la sua chioma fluente. Esci. Esco. Non avevo l'amaro in bocca. E' un modo delicato di soffrire.