E' nella quiete di quest'ora tarda che riesco a fissare qualche semplice groviglio di pensieri, la quiete è fuori, il tumulto è dentro. Luci basse e splendide immagini. Un attimo o forse no, una maratona estenuante. Una lotta contro gli istinti, una disciplina ferrea che impone una dieta ai sentimenti. Mantenere questa disciplina mi pesa interiormente, spesso ormai riesco a sopportare quest'oppressione sul mio sterno, piccolo e fragile. Per alcuni istanti le barriere sono cadute facendo fiorire il più semplice dei gesti più intimi. Un piccolo istante in cui pur le forme si sono esplorate, cercate, intrecciate. Gesti che non si ripetevano da tempo. Intesa indecifrabile. Rinchiuso nel mio angolo, attendo che questi episodi si ripetano anche se, scosse di assestamento tellurico, dopo un terremoto si diradano come frequenza e come intensità. Oppure no. Ma tutto si cancella e tutto si riscrive. Sentire il mio nome pronunciato per esteso è una chiave di lettura che mi fa intedere l'evolvere di un nuovo episodio. Hard life. Come nel suo preludio, blueprint di un attacco operistico. Penso sempre più spesso in questi giorni che siamo vicini al punto di non ritorno. Alla separazione. Al momento in cui metterò il dito sul pulsante, dopo aver lanciato l'aereo a velocità folle, per eiettare il mio seggiolino. E per paracadutarmi chissà dove. Forse cadrò male, ma sopravviverò. Con qualche contusione che mi salverà da strascichi più seri. Devo guardare davanti a me, sempre più incerto di vedere ancora una silhouette snella che mi porge fresche bevande nella torrida estate. O in una fresca piazza dopo il temporale. Sono stanco e devo riposare e devo riprendere il mio nuovo regime. E' importante per me stesso. Ma come scordare adesso queste sensazioni? Accetto di essere ancora alla deriva. Confuso e stordito. Non sono ancora pronto. Ho ancora bisogno di tempo, anche se il tempo diventa metronomo di confusione perchè, come allento la presa, le dita si intrecciano ancora.
Dita che si intrecciano, vite che si sciolgono
E' nella quiete di quest'ora tarda che riesco a fissare qualche semplice groviglio di pensieri, la quiete è fuori, il tumulto è dentro. Luci basse e splendide immagini. Un attimo o forse no, una maratona estenuante. Una lotta contro gli istinti, una disciplina ferrea che impone una dieta ai sentimenti. Mantenere questa disciplina mi pesa interiormente, spesso ormai riesco a sopportare quest'oppressione sul mio sterno, piccolo e fragile. Per alcuni istanti le barriere sono cadute facendo fiorire il più semplice dei gesti più intimi. Un piccolo istante in cui pur le forme si sono esplorate, cercate, intrecciate. Gesti che non si ripetevano da tempo. Intesa indecifrabile. Rinchiuso nel mio angolo, attendo che questi episodi si ripetano anche se, scosse di assestamento tellurico, dopo un terremoto si diradano come frequenza e come intensità. Oppure no. Ma tutto si cancella e tutto si riscrive. Sentire il mio nome pronunciato per esteso è una chiave di lettura che mi fa intedere l'evolvere di un nuovo episodio. Hard life. Come nel suo preludio, blueprint di un attacco operistico. Penso sempre più spesso in questi giorni che siamo vicini al punto di non ritorno. Alla separazione. Al momento in cui metterò il dito sul pulsante, dopo aver lanciato l'aereo a velocità folle, per eiettare il mio seggiolino. E per paracadutarmi chissà dove. Forse cadrò male, ma sopravviverò. Con qualche contusione che mi salverà da strascichi più seri. Devo guardare davanti a me, sempre più incerto di vedere ancora una silhouette snella che mi porge fresche bevande nella torrida estate. O in una fresca piazza dopo il temporale. Sono stanco e devo riposare e devo riprendere il mio nuovo regime. E' importante per me stesso. Ma come scordare adesso queste sensazioni? Accetto di essere ancora alla deriva. Confuso e stordito. Non sono ancora pronto. Ho ancora bisogno di tempo, anche se il tempo diventa metronomo di confusione perchè, come allento la presa, le dita si intrecciano ancora.