“Ha senso cominciare un lavoro impegnativo e costoso sapendo già che non sarà possibile portarlo a termine?”
Ha senso cominciare un lavoro impegnativo e costoso sapendo già che non sarà possibile portarlo a termine? Dare inizio alla costruzione di una strada che la legge impedisce di completare? Non ha senso, no: eppure succederà. Sono state avviate le pratiche per gli espropri necessari alla costruzione del nuovo tratto della Nuova SS 89 Garganica, superstrada che dovrebbe unire Vico e Mattinata attraversando i boschi che la legge istitutiva dei Parchi Nazionali definisce intoccabili.
Che completare l’opera sia problematico lo ha ammesso il sottosegretario ai Trasporti: durante il suo tour elettorale di appoggio ai candidati di Forza Italia nel novembre scorso, parlando nella sede foggiana di Confindustria, Tullio Ferrante ha sottolineato la necessità di «dirimere la questione relativa ai vincoli sulle opere di attraversamento in aree boschive inseriti nella legge d’istituzione del Parco del Gargano» per poter realizzare l’opera.
Le associazioni di cittadini che due anni fa si erano rivolte al più famoso avvocato ambientalista italiano, Gianluigi Ceruti, per l’esposto con cui avevano cercato di ostacolare l’iter di autorizzazione dei lavori, non si fanno illusioni: le leggi si possono cambiare. Anche quella che nel 1991 ha istituito i parchi nazionali e che vieta, nelle parti più preziose (denominate “zona 1”), «la realizzazione di nuove opere di mobilità: ferrovie, filovie, impianti a fune ed aviosuperfici, tracciati stradali». Oppure si può cercare di ottenere un’eccezione.
Ci sta lavorando, per esempio, Giuseppina Falcone, esponente locale di Forza Italia, che a novembre su Facebook raccontava di un «interessante incontro con il Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin», disponibile ad ascoltare proposte per la modifica dello Statuto del Parco Nazionale del Gargano o, in alternativa, una riperimetrazione della zona 1, così da poter avviare la Strada a Scorrimento Veloce Vieste–Mattinata e accelerare l’iter già in corso della Vico–Vieste.
In vista delle recenti elezioni regionali la destra ha battuto moltissimo sul tema di questa strada ideata oltre vent’anni fa. «Matteo Salvini ci ha fatto tutta la campagna elettorale», racconta Menuccia Fontana, ambientalista storica tra i fondatori di Italia Nostra, impegnata da sempre nelle battaglie per la difesa del Gargano. «Ha fatto tappezzare i paesi con manifesti che inneggiavano alla strada destinata a mettere fine all’isolamento del Gargano. Isolamento? Se ne poteva parlare negli anni Cinquanta, ma da quando l’Eni ha costruito il suo villaggio vacanze le strade per raggiungere le coste del Gargano ci sono eccome…».
Il rischio — sostengono gli oppositori — è che una volta ottenuto il permesso di attraversare uno dei boschi più antichi d’Italia, una delle ultime pinete “da seme” in Europa, nessun Parco nazionale potrà più sentirsi al sicuro. «Ne ho parlato con Fulco Pratesi: poco tempo prima di morire mi diceva che anche in Abruzzo c’è il rischio che progetti di nuove strade vengano approvati».
E qui emerge un altro punto: la Valutazione di impatto ambientale (VIA) che ha permesso l’avvio dell’iter è firmata da una giudice che è anche presidente del TAR dell’Abruzzo (ed è la stessa che ha concesso la VIA al Ponte sullo Stretto). «Un doppio ruolo simile non sarebbe accettabile per magistrati civili o penali», commenta Riccardo Ceruti, che dopo la scomparsa del padre ne ha raccolto l’eredità nella difesa degli ambientalisti. «Le regole per i giudici amministrativi sono più blande, è vero: ma recentemente un altro magistrato che sarebbe venuto a trovarsi in una situazione simile lo ha segnalato e ha chiesto di essere collocato fuori ruolo».
Il dibattito pubblico si incaglia, come spesso accade, sulla necessità o meno della strada. Da una parte gli ambientalisti che invitano ad ampliare la viabilità esistente. Dall’altra il fronte compatto degli abitanti del Gargano che del progetto vedono solo i vantaggi: un percorso più rapido per le ambulanze e una maggiore facilità di accesso per i turisti. Non contano obiezioni economiche («Con i 20 milioni di euro stanziati dal Ministero dei trasporti ci si costruisce un ospedale intero…») o il rischio di aggravare l’overtourism in un territorio già assediato nei mesi estivi. Il fronte del Sì è trasversale: dai cittadini ai sindaci, fino al “silenzio assenso” di Giuseppe Conte, che non si è espresso direttamente ma non ha mai appoggiato chi protesta contro la costruzione.
Eppure, il cuore del problema non è l’utilità della nuova superstrada. In realtà nessuno mette in dubbio che i collegamenti tra Vico e Mattinata debbano essere migliorati. Il punto è un altro: una strada che, secondo le leggi vigenti, non può essere completata non può essere utile a nessuno.
Per poter iniziare i lavori, l’Anas avrebbe usato un escamotage che Gianluigi Ceruti aveva definito «artificioso e surrettizio»: il «frazionamento del progetto unitario» in tronconi diversi, e il conseguente avvio nella parte che può ottenere il via libera. Premesse perfette per un’opera destinata a rimanere incompiuta: un altro mostro di cemento, di quelli che quando ormai è troppo tardi diventano materiale da denunce, servizi fotografici e documentari. «Senza contare», aggiunge Ceruti figlio, «che solo per questa prima parte gli stessi progettisti prevedono l’abbattimento di quasi tremila olivi».
Le associazioni ambientaliste assistite dallo studio Ceruti — WWF, Lipu e Italia Nostra — non hanno fatto ricorso contro la decisione della Commissione VIA. Resta la speranza di un’interrogazione parlamentare e di un intervento della Corte dei conti: «Sto preparando un esposto alla Corte dei conti», annuncia Riccardo Ceruti. «Hanno ostacolato il Ponte, potrebbero farlo anche qui». I conti, in effetti, non tornano: non solo il costo a chilometro appare esorbitante, ma iniziare a spendere soldi pubblici per un’opera che le leggi vigenti non permetteranno di terminare è — politicamente e amministrativamente — un paradosso. Per questo Ceruti sta lavorando anche a un esposto all’Anac, l’autorità anticorruzione.
Di ricorsi però non si parla: i termini sono scaduti. E pesa un fatto non secondario: «Dopo che alcune associazioni di cittadini sono state condannate alle spese, per decine di migliaia di euro, la paura tarpa le ali agli ambientalisti», ammette Ceruti.
È una dinamica che ricorda le pressioni giudiziarie che colpiscono i gruppi di attivisti del clima. Solo che qui — dicono — è peggio: perché a “combattere” chi difende la natura non sono multinazionali private, ma lo Stato. E in particolare quei ministeri — Ambiente e Beni culturali — che dovrebbero tutelare proprio natura e paesaggio.
Lo riporta L’Espresso.it
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