Io le grotte me le ero sempre immaginate come si vedono nei dèpliant, ampie, spaziose, scure sì, ma filtrate da una luce azzurrina, o gialla, tenue e debole, ma in qualche modo rassicurante. Nella mia ingenuità bambinesca i percorsi interni dovrebbero essere attrezzati, con tanto di passerelle e di guide per i turisti. Qua, la situazione è un po’ diversa. L’antro in cui ci troviamo è sufficientemente ampio da consentirci di muoverci in piedi senza problemi, però è fresco, quasi freddo, e umido e, soprattutto, non particolarmente accogliente. Mi ricorda i film di Kirk Douglas, in cui lui interpreta il ruolo di centurione e finisce sempre per azzuffarsi con qualcuno nelle caverne. Ma è più scuro, non ci sono torce alle pareti e i raggi di sole che filtrano sono pochi e spauriti, a guardarli sembra che la luce abbia perso il suo coraggio, qui sotto. Il fondo e le pareti son tutti rocce e argilla fangosa. Mi prende una strana ansia, forse soffro di claustrofobia e non lo sapevo. Pietro ha sempre idee del cazzo, penso, e Giorgio gli va sempre dietro! Mentre stiamo ancora cercando il pertugio che dovrebbe condurci alla meta definita da Ernie, dico che la cosa non mi piace. Ma gli altri non mi ascoltano, Ernie si atteggia da esperto con quella sua tuta indosso e la pila fissata in testa, attorno all’elmetto. Pietro e Giorgio sghignazzano eccitati come due cagnetti rognosi e non mi prendono in considerazione. Il loro ghignare rimbomba contro le pareti gocciolanti e si mescola allo scalpiccio annacquato dei nostri passi. Ultimamente non c’è molta sintonia tra noi, ho la sensazione che ci frequentiamo come si fa con un riparo di fortuna, che si usa quando serve e poi si lascia, non appena le cose iniziano ad aggiustarsi, ciascuno seguendo la sua strada. Li osservo che perlustrano l’area, mentre mi auguro che qualcuno abbia fatto sparire la via. Quando, invece, Pietro, esultante come se avesse appena segnato, trova il passaggio, scopro che dobbiamo infilarci attraverso un buco largo quanto le nostre teste. L’unico modo per entrare è infilarsi supini con i piedi in su e la schiena a grattare il fango che c’è per terra. A costo di fare la figura del caca sotto, dico che non me la sento, ma si vede che qui, sotto terra, oltre che alla vista viene meno anche l’udito. Gli altri ormai sono già tutti indaffarati ad intrufolarsi e in poco tempo vengono inghiottiti e spariscono alla mia vista. Sento delle voci che mi dicono dai, di non fare il minchione, che è bello, ne vale la pena. Respiro a fondo, mi butto a testa in giù e passo anch’io. (continua)More later
Depressioni carsiche 5
Io le grotte me le ero sempre immaginate come si vedono nei dèpliant, ampie, spaziose, scure sì, ma filtrate da una luce azzurrina, o gialla, tenue e debole, ma in qualche modo rassicurante. Nella mia ingenuità bambinesca i percorsi interni dovrebbero essere attrezzati, con tanto di passerelle e di guide per i turisti. Qua, la situazione è un po’ diversa. L’antro in cui ci troviamo è sufficientemente ampio da consentirci di muoverci in piedi senza problemi, però è fresco, quasi freddo, e umido e, soprattutto, non particolarmente accogliente. Mi ricorda i film di Kirk Douglas, in cui lui interpreta il ruolo di centurione e finisce sempre per azzuffarsi con qualcuno nelle caverne. Ma è più scuro, non ci sono torce alle pareti e i raggi di sole che filtrano sono pochi e spauriti, a guardarli sembra che la luce abbia perso il suo coraggio, qui sotto. Il fondo e le pareti son tutti rocce e argilla fangosa. Mi prende una strana ansia, forse soffro di claustrofobia e non lo sapevo. Pietro ha sempre idee del cazzo, penso, e Giorgio gli va sempre dietro! Mentre stiamo ancora cercando il pertugio che dovrebbe condurci alla meta definita da Ernie, dico che la cosa non mi piace. Ma gli altri non mi ascoltano, Ernie si atteggia da esperto con quella sua tuta indosso e la pila fissata in testa, attorno all’elmetto. Pietro e Giorgio sghignazzano eccitati come due cagnetti rognosi e non mi prendono in considerazione. Il loro ghignare rimbomba contro le pareti gocciolanti e si mescola allo scalpiccio annacquato dei nostri passi. Ultimamente non c’è molta sintonia tra noi, ho la sensazione che ci frequentiamo come si fa con un riparo di fortuna, che si usa quando serve e poi si lascia, non appena le cose iniziano ad aggiustarsi, ciascuno seguendo la sua strada. Li osservo che perlustrano l’area, mentre mi auguro che qualcuno abbia fatto sparire la via. Quando, invece, Pietro, esultante come se avesse appena segnato, trova il passaggio, scopro che dobbiamo infilarci attraverso un buco largo quanto le nostre teste. L’unico modo per entrare è infilarsi supini con i piedi in su e la schiena a grattare il fango che c’è per terra. A costo di fare la figura del caca sotto, dico che non me la sento, ma si vede che qui, sotto terra, oltre che alla vista viene meno anche l’udito. Gli altri ormai sono già tutti indaffarati ad intrufolarsi e in poco tempo vengono inghiottiti e spariscono alla mia vista. Sento delle voci che mi dicono dai, di non fare il minchione, che è bello, ne vale la pena. Respiro a fondo, mi butto a testa in giù e passo anch’io. (continua)More later