Giorni di parole
Né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, che tanto è vita, quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse, non si continuerebbe: cesserebbe d'esser vita."Si, si! ora ho capito tutto" pensavo tra me. Gli antichi leggevano dalle budella degli animali per capire il futuro, io fo le mie divinazioni leggendo dagli allegati delle e-mail, eggià del resto un informatico del 2005 d.C. come minimo non sarebbe alla moda se squartasse la gallina dal vicino di casa, anche perchè rischia le rappresaglie degli animalisti.. ma soprattutto del vicino di casa.
"Mamma, che ne dici, e se facessi il ricercatore? Si, cioè, voglio dire.. non è che devi immaginarmi là, con il camice bianco, i capelli sempre spettinati e l'aria assente. No, per carità.. e poi, non è che lo farei perchè mi vedo già la a prendere il Nobel, nooo, anzi la mia idea è fare la parte del genio incompreso, fuori dal mondo e con l'idea delirante di costruire un esercito di robot casalinghi da sfruttare ad uso personale così finalmente realizzerò il mio sogno.. che forse è anche il sogno di ogni uomo.. avere qualcuno che ti spolveri la stanza al posto tuo quando mamma ti chiede una mano per le pulizie del sabato!! beh, lo stipendio ovviamente sarà basso, sugli 800 euro mi sembra.. ma non preoccuparti, il mio cervello non ha intenzione di fuggire all'estero, almeno fino a quando mi prepari il caffelatte alla mattina se non altro. beh, che ne pensi?"
"Si, si, Roberto. Io ho sempre pensato che tu fossi portato per le cose strane, a pensare in modo diverso dagli altri. Per esempio quando eri piccolo e grassottello ("quanto belo che te ieri") non sapevi ancora camminare e dovevi trovare un modo per spostarti per la casa. Di solito i bambini si mettono a quattrozampe e riescono anche a raggiungere velocità considerevoli con questa tattica.. tu invece no. Già, tu avevi pensato una tecnica tutta tua per muoverti: ti mettevi seduto per terra e con l'aiuto delle mani e del culetto riuscivi a spostarti, i movimenti era un po difficili, e non ho ancora capito bene come facessi, ma fatto stà che funzionava, e con il vantaggio che non facevi mai la fatica di alzare il culo da terra!"
Però, ho pensato, un genio anche in giovane età. La fissa di non far fatica ce l'avevo anche da piccolo allora.. comunque allora è deciso, vado dal mio prof. e accetto la proposta che mi avevo fatto di lavorare per un certo periodo all'università intanto.. e poi vediamo.
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Già.. la ricerca del lavoro, primo passo in un nuovo mondo. Mi ero laureato da poco, e subito pensavo a cosa fare dopo, vale a dire: trovarmi un lavoro. La prima sensazione che ho avuto è stata quella di smarrimento.. va bene, ho deciso che voglio lavorare, le possibilità si riducono già di molto, nel senso che sono escluse già molte scelte, come quella di lasciare tutto e fare il missionario in Africa, o quella di andare in seminario e prendere i voti, ed anche quella di fare l'archeologo, vecchio sogno che avevo da bambino.
Con una laurea in ingegneria informatica ci sono molte opportunità di lavoro sicuro, ma comunque già abbastanza definite. Le domande a cui fino a ieri rispondevi un po divertito senza pensarci tanto su, ti si presentano davanti tutte insieme, e stavolta per andare avanti devi affrontarle in una qualche maniera, in modo superficiale o meno sta a te decidere, anche se questa volta sai che qualunque risposta darai, avrà delle conseguenze.
Il punto di partenza di tutto è stato il luogo dove bene o male ho passato più di cinque anni della mia vita: l'università. Ero riuscito a sviluppare una tesi su un argomento che mi ha molto entusiasmato anche se ho passato dei periodi di crisi. Ora il lavoro che avevo preparato, ero venuto a sapere, veniva accettato ad un workshop che aveva sede in Danimarca e questo fatto, per uno come me che non aveva ancora deciso niente, era come un segno che io dovevo interpretare, come fosse una stella cometa, che mi stesse indicando una direzione..
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Il giorno che ho festeggiato la mia laurea con i miei amici, ad un certo punto della serata si avvicina un ragazzo, che conoscevo solo da poco, laureato da qualche anno. Mi stringe forte la mano per farmi i complimenti, mi guarda in faccia ed accenna un sorriso. Le parole che mi disse in quell'istante furono poche e precise, disse "Benvenuto nella merda".
Rimasi lì un attimo a capire il senso della sua frase, poi, quasi per un automatismo, gli dissi semplicemente "grazie", imitando il suo sorriso. "che vuol dire?" gli chiesi poi. "Hehe, lo capirai, lo capirai".
Ora sono passati più di due mesi da quel momento e, lentamente, sto dando un senso personale a questa frase..
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Penso sia più unico che raro che mi metta a scrivere un post dove dico "ok, è tutto a posto". Provo io per primo diffidenza quando una persona viene a parlarmi di quanto è fortunato, di quanto bene gli stà andando la vita.. si fa più fatica a credere ad una persona ottimista che pessimista, non so per quale motivo.
Di solito, se mi chiedono come va, per iniziare una discussione vado a cercare il disturbo o anche il più piccolo problema che ho, ora ad esempio punto sul caldo afoso di questi giorni, se sono a corto di argomenti invece rispolvero il mio travagliato e cronico rapporto tra me e il sonno. Liquidare con la frase "va tutto bene" sembra quasi voler dire all'altro "adesso non ho tempo, parliamo un'altra volta".
Stavolta invece volevo dire che le cose mi stanno andando bene. Non è capitato niente di eccezionale, sono una serie di piccole cose capitate a poca distanza l'una dall'altra, che mi hanno dato quella fiducia e quella serenità che sono forse le uniche cose nella vita per cui vale la pena di lottare.
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Capire la realtà è come cercare di afferrare una lucertola per la coda
quando pensi di esserci riuscito ti accorgi di averne tra le mani solo una parte
e intanto la lucertola è già scappata, e una nuova coda gli è già ricresciuta
(Da un pensiero di qualcun altro)
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Stanotte non sono riuscito a dormire bene. Non è la prima volta che mi capita, anzi, il fatto che non riesca a riposarmi la notte è un problema che mi capita non raramente da ormai tre, quattro anni. Il mio problema non è il riuscire a prendere sonno; nel giro di pochi minuti sono infatti già bello addormentato, il mio punto debole è il non riuscire spesso a dormire per sette, otto ore di fila. Verso le tre di notte mi sveglio e comincio allora a girare per la casa per cercare qualcosa da fare. Di solito, ormai seguendo una scaletta obbligatoria, vado in cucina per cercare qualcosa da bere, acqua o aranciata, dopodichè vado in salotto e mi accendo la tv. Film in bianco e nero, repliche di telefilm degli anni che furono, lezioni a distanza di corsi universitari dai nomi impronunciabili.. si riescono a vedere quelle cose che la gente non vuole vedere o se ne vuole dimenticare, ma a cui in qualche modo bisogna pure rendere tributo, come quando la gente va a fare il funerale alle persone per paura che si rivoltino contro di loro nell'oltretomba.
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A volte ti accorgi di essere solo, e inizi a cercare compagnia con i propri pensieri.
La prima cosa che faccio istintivamente quando mi sento solo è guardare che ore sono. Guardo il tempo, per tenerlo sotto controllo, per vedere a che punto sono arrivato, forse per capire quanto me ne resta.
Guardo il tempo perchè è l'unico nemico con cui ho sempre avuto a che fare e mi ritrovo sempre davanti, più forte che mai quando non ho nessuno con cui ingannarlo. Quando sono solo esisto solo io, e tutte le persone conosciute fino al giorno prima svaniscono piano piano, si trasformano in pensieri, e, si sa, i pensieri vanno e vengono, si dimenticano. Questi pensieri si rinverdiscono quando queste persone le si rivede, ma arriverà sempre l'ora in cui bisogna ritornare ognuno a casa propria, e la persona ritorna un pensiero.
Quando rimango solo mi chiedo se ho ancora qualcosa di importante da fare, perchè mi sento spaesato, non so dove devo andare. Ma il mio cervello continua a funzionare, e anche se ho l'impressione che non ci sia più niente di valido da fare, sono costretto a inventarmi qualcosa, anche se la parola fine la si avrebbe messa già da tempo al proprio romanzo.
Come si sa un buon romanzo deve finire in modo tragico, la fine è di per se un evento tragico, e non può essere altrimenti. Ho già fatto abbastanza, più di quanto mi sarei aspettato, ho vissuto mille vite e ho visto mille facce, ora tutto quello che vedo è sempre la fotocopia di qualcos'altro, e non vale più la pena di essere vissuto.
Sono il fantasma di me stesso, sono un attore che non è mai riuscito a impararsi la parte del suo personaggio, e non ha ancora capito a che opera sta lavorando. Il sipario sarebbe già dovuto scendere da un pezzo, il copione da interpretare è finito da tempo e non mi va di ripeterlo, il pubblico sta già andando a prendersi i cappotti.
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e se tutto quello che ci succede capita perché così doveva andare? oggi mi sono fatto questa domanda, forse per consolarmi dalle piccole e grandi cose che mi sono successe.
Quasi tutto è andato storto oggi.. incomprensioni, liti, allontanamenti solo per quanto riguarda i rapporti con le persone, un fastidiosissimo male all'orecchio per completare il tutto anche con un dolore fisico. Arrivato ad un certo punto della giornata mi ero arreso a tutto ciò, non volevo più saperne di nulla, e mi sono buttato sul mio letto, cercando di liberare la testa dai mille pensieri che ho per cercare un po di pace nel sonno.
Un po sono riuscito a dormire, non tanto ma stavo già più rilassato. Il male all'orecchio era sempre più forte, e continua ancora, ma avevo come un senso di apatia verso tutto quello che mi era successo e mi succedeva, non pensavo al fatto che quelle cose sono successe per causa mia, o che io potessi cambiarle.
Il pensare che dovevano succedere, e il ricordare i mille vani tentativi per cercare di mettere a posto le cose, mi fecero stare meglio, o tutt'ora sto bene, o forse sarebbe più giusto dire che sono in pace. Tutto questo mi fa venire alla mente le varie filosofie orientali, come il buddismo, che parlano di vera felicità nel momento in cui si raggiunge la pace con le passioni della vita. In questo momento mi trovo d'accordo, sarei il primo a difendere questo pensiero se uno me lo chiedesse.
Alla fine si tratta tutto di una questione di se.. se io facessi questo le cose cambierebbero, se io mi arrabbiassi con quello, lui non mi darebbe più fastidio, se io l'avessi chiamata ora.., se lo avessi fatto fin da subito ora non sarei qui.. poi però uno si ritrova nella stessa situazione e prova a comportarsi come quel se che avrebbe voluto fare quella volta.. ma si accorge che dopo un po le cose ritornano sempre come prima, e allora si formulano altri se, che così diventano i se e se, e così via, si aggiungono se, per cercare di capire qual'è il comportamento migliore.. per evitare i dolori, le brutte figure, le delusioni.. sperando di raffinare sempre più i propri comportamenti di fronte ai casi sempre nuovi che la vita ti propone.. e cercare nell'archivio della memoria quale sarebbe stavolta il se più adatto alla situazione.. perché le cose non vadano a finire come le altre volte, perchè sono io che decido e ho la responsabilità di ciò che mi capita, basta solo trovare il se che risolve la situazione.
Ora però, svegliandomi, mi sono dimenticato tutti i se. Ho iniziato a pensare per un momento che ogni volta che penso ad un se, dall'altra parte qualcuno fa girare le cose in modo che anche con quel se quello che doveva capitare succeda comunque. Le scelte che ho fatto fino ad adesso, da quelle importanti fatte nel corso dei miei ormai venticinque anni, al decidere che biscotti mangiare stamattina col caffelatte, tutte queste scelte, nel bene o nel male, le ho fatte io, facendomi condizionare a volte, o cambiando nel corso degli anni gli obiettivi, ma comunque fatte, e vissute. A volte mi chiedo cosa avrei dovuto fare per divertirmi di più in questi anni, che scelte ho sbagliato, perchè mi sembra di non essermi riuscito a gustare appieno il dolce frutto della giovinezza. Non lo so.. in questo momento mi rispondo niente, nessun se, e nessun se e se, non poteva andare diversamente, poteva essere solo ciò che è stato, e basta. Ora mi sento libero, sento la libertà di non dover scegliere.. sembra una contraddizione, ma per me non è così; se la libertà significa essere felici, io mi sento libero, libero dai se, libero dal passato, libero dal presente a dalle scelte che ti impone in ogni istante, libero nell'accettare il mio destino
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Un motivo per non uccidermi? Perchè farei un peccato, andrei contro uno dei dieci comandamenti che Dio mi ha imposto. Ma a pensarci bene non gli ho voluti io questi comandamenti, non sono stati accordati tra me e Lui, perchè dovrei accettarli? Sono veramente libero? No, non lo sono, perchè c'è la morte che mi limita la cosa più importante che ho: la mia vita. Però su una cosa sono libero, il fatto di poter scegliere se voler morire prima che il destino decida prima di me la data. Una sola cosa serve per far questo, la fede, quella che ti dice che se rimanessi in vita un altro giorno non scoprirai il motivo per continuare ad esistere. Tutto è legato a questo, alla non conoscenza del futuro, che ti fa sperare.. ma forse c'è un'altra cosa.. la paura. La paura di fare un tuffo nel nulla, e lì cancellarsi. Smettere il flusso continuo dei pensieri che mi fa viaggiare continuamente nel mondo delle idee, chiudere gli occhi per sempre e non vedere i colori, non sentire gli odori, e i suoni. Ma smettere anche di provare noia, di sentire dolore, urla e pianti. Smettere di vedere il corpo invecchiare ricordandoti come un orologio nel conto alla rovescia, che alla fine se non decidi tu, deciderà lui. Allora, in barba a tutti, alla natura delle cose, prendere una decisione su tutte, liberarsi dal tempo che schiaccia lentamente il proprio corpo, fare un salto, ad occhi chiusi, e non pensarci più, non pensare più a nulla. Mi viene in mente il caso di quella donna, in coma da più di dieci anni, su cui ci si sta chiedendo se dargli la dolce morte o lasciarla ancora vivere. Allora tutti si chiedono che cosa risponderebbe lei, ora che è in coma, se gli venisse chiesto se vuol vivere o morire. Che bella domanda.. mah, chissà cosa direbbe se potesse parlare, se potesse dirci, lei che si trova a metà strada fra ciò che si considera vita e ciò che si considera morte, chi meglio di lei potrebbe dirci se si sta bene da una parte o dall'altra. Mah, io mi immagino risponderebbe, oggi ho una gran voglia di essere morta, domani però ho una gran voglia di andare a fare shopping. Un'altra persona mi viene in mente parlando di questo, un uomo polacco di nome Karol Wojtyla. Ho l'immagine di lui, durante l'ultimo Venerdì Santo, curvo, di spalle, aggrappato ad una croce, che è anche simbolo di tutte le croci che ogni giorno si aggiungono sul suo cammino, croci che hanno un unico nome, malattia. So già come mi risponderebbe lui invece, mi direbbe sì, senza neanche darmi il tempo di finire la frase, magari facendo un po fatica nel dirmelo, ma guardandomi con il suo sguardo deciso che non da spazio a nessun ma. Ma per decidere di morire, io penso, bisogna essere forti. Oggi, nel pieno delle mie forze, della mia capacità di ragionare, sobrio da ogni emozione passeggera, vedo la vita scorrermi sulla pelle come un fiume, non lasciandomi niente dopo il suo passaggio.
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