AntiPrecariato

...e se nessuno riuscirà a fermarti, sarai tutta un'altra cosa!


Quando sappiamo governare il gioco, non c'è più gioco. C'è sapere, potere, ma non piacere. Il piacere non gioca col governo del territorio, ma piuttosto con lo spaesamento, che non è la mancanza di coordinate, ma oscillazione tra chiusura e apertura. Il gioco, il cui dialogo, sopratutto quando è un confronto forte, è vantaggioso per entrambe le parti, è forse l'unico che riesce a rimuovere gli sbarramenti che ogni presunto sapere tende a costruire al proprio interno. Il gioco che impaurisce chi abita le terre protette, intimi focolari, passioni quiete che nessuna gioia ha mai fatto danzare, alcun dolore inabissato. Il gioco tra l'anima e il cuore in un luogo di instabilità come il mare. A differenza dell'anima che vuole la terra, il cuore anela a cose più lontane, più abissali, più indistinte e, come il mare, vuole se stesso, come l'onda vuole il ritorno, come il vento vuole la tempesta. Perchè a differenza dell'anima, che quando è nata è sempre in cerca di salvezza, nel cuore c'è quella voglia di terre non ancora scoperte che solo il mare può concedere. Qui e solo qui, dentro il mare, non dentro la siepe dell'ermo colle, appare quanto è spaventosa la libertà sognata prima che l'ultima catena ci sciogliesse dalla terra, ora che non esiste più terra alcuna, ma solo il più assetato degli elementi, il più pauroso, il più affamato, il più misterioso, il mare. Il mare è il luogo degli stranieri, dove angoscia e nostalgia della patria sono parte del suo destino fino a quando non impara a conoscerlo troppo bene. Ma il vero risveglio si annuncia con il riconoscimento dell'estranieità della dimora che abita e con la ripresa della nostalgia dell'origine. Tutto ciò appartiene alla sofferenza dello straniero, ma anche alla sua eccellezza, perchè la sua la sua estraneità gli vieta di confondersi con gli altri e di disertare quella vita segreta, sconosciuta all'ambiente circostante e a esso impermeabile, perchè incompresibile. Entrambi gli aspetti dello straniero: l'estraneità e la superiorità, la sofferenza e la differenza, fanno di lui un essere cge abita il mondo senza esserne coinvolto, ricgiamato da un aldilà che disabita o, come dice Ruscigni:"nel crogiuolo dell'universo che dissipa energie in vampate senza senso".Grazie Umberto Galimberti.