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CONVERSAZIONI DI FILOSOFIA

Post n°647 pubblicato il 10 Febbraio 2019 da neopensionata

“ C’è una tradizione popolare che considera l’essere umano come un agente responsabile, al timone di comando del suo stesso destino, ‹poiché›, sostiene, l’uomo è essenzialmente ‹anima›, un pezzo immateriale e immortale di materia divina che abita e controlla il suo corpo materiale come farebbe un fantomatico burattinaio. Quest’anima è la fonte di ogni significato e il luogo da cui proviene ogni sofferenza, ogni gioia, ogni gloria o disonore per l’essere umano. Tale idea delle anime immateriali, che sarebbero in grado di eludere le leggi della fisica, però, ha ormai superato ogni livello di credibilità grazie all’evoluzione delle scienze naturali. Sono in molti a credere che le conseguenze dell’abbandono di tali credenze potrebbero rivelarsi disastrose: non possediamo davvero il «libero arbitrio», dicono, e nulla ha più senso. Scopo del ‹libro› è mostrare a questa gente quanto abbia torto.
Non abbiamo bisogno di ricorrere alle care vecchie anime immateriali per mantenere vive le nostre speranze; le nostre aspirazioni di esseri morali, i cui atti e le cui vite hanno un senso, ‹non› dipendono ‹affatto› dalla presenza di una mente che obbedisca a una fisica differente da quella che governa il resto della natura. La comprensione di noi stessi che possiamo trarre dalla scienza può aiutarci a poggiare le nostre vite morali su fondamenta nuove e migliori; e una volta capito in che cosa consista la nostra libertà, saremo ben più preparati a difenderla dalle minacce reali che sfuggono normalmente ai nostri tentativi di identificarle.
[…]
Le scoperte più recenti su chi siamo e su come siamo pervenuti al nostro stato attuale sono, a dir poco, terrificanti. Quello che siete, ci dicono, è un assemblaggio di più o meno un migliaio di miliardi di cellule, appartenenti a migliaia di generi differenti. Il grosso di questo ammasso di cellule è composto da «figlie» della cellula uovo e dello spermatozoo, la cui unione ha dato vita a voi; ma, in realtà, queste sono superate numericamente da trilioni di batteri, autostoppisti provenienti da migliaia di ceppi diversi stipati nel vostro corpo. Ognuna delle vostre cellule ospiti è un meccanismo non pensante, un piccolo robot piuttosto autonomo. Non è più cosciente dei batteri che ospitate. Nessuna delle cellule che contribuiscono a comporvi sa chi siete, né le importa saperlo.
Ogni squadra composta da trilioni di questi robot è organizzata in una struttura sociale la cui efficienza lascia esterrefatti, un regime senza un condottiero ma capace di mantenere una struttura così ben organizzata da respingere gli estranei, espellere i deboli, e rafforzare le regole ferree della disciplina – e fungere da quartier generale di un unico sé cosciente, di una sola mente. Queste comunità di cellule sono fasciste all’estremo; ma i ‹vostri› interessi o i ‹vostri› valori hanno poco o nulla da spartire con le mire limitate delle cellule che vi compongono – per fortuna! Un individuo può essere gentile e generoso, un altro può essere spietato; c’è chi fa il pornografo e chi invece dedica la propria vita a servire Dio. Una delle tentazioni a cui l’uomo, nel tempo, ha ceduto è stata quella di immaginare che queste fondamentali differenze potessero essere ricondotte a caratteristiche speciali di un qualche elemento ‹extra› (un’anima), posizionato da qualche parte nel quartier generale del corpo. Ormai sappiamo che, per quanto sia ancora molto seducente, l’idea non è minimamente supportata da ciò che abbiamo imparato sulla nostra biologia in generale e sul nostro cervello in particolare. Più comprendiamo come ci siamo evoluti e come funziona il nostro cervello, più ci convinciamo che non può esistere alcun ingrediente extra di questo tipo. Ognuno di noi è ‹composto› di robot non pensanti e da nient’altro; non abbiamo alcun ingrediente non-fisico o non-robotico. Le differenze che distinguono una persona dalle altre sono tutte riconducibili al modo in cui, durante una vita di crescita ed esperienza, le squadre dei loro personali robot si sono assemblate. La differenza tra saper parlare francese o saper parlare cinese è una differenza nell’organizzazione di queste parti mobili; lo stesso vale per tutte le altre differenze di cultura e personalità.”




Daniel Clement Dennett.

- Non abbiamo bisogno di ricorrere alle care vecchie anime immateriali -


 
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