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Un blog creato da GreatTeacherFrume il 02/02/2006

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Pioggia d'Agosto

Post n°101 pubblicato il 17 Febbraio 2009 da GreatTeacherFrume


di Davide Frumento


 


Una volta questa era una città tranquilla, a misura d’uomo, con tutto ciò che si possa desiderare; un posto in cui vivere,insomma. Poi all’improvviso è cambiata. O forse sono io ad essere cambiato. Un uomo deve fare le proprie scelte,trovare un  cammino e quando comincia a starti stretto persino il fatto che quel dannato viale alberato in centro sia percorso sempre dalle solite facce allora è il momento di comprenderne il perchè. Quando quel mattino di molti anni fa mi ritrovai a rifletterci sopra preparai i bagagli e partii per un posto in cui pensare era molto più facile. Era il periodo in cui gli esami finiscono e il mio lavoretto part-time avrebbe potuto aspettare almeno una settimana. Quindi mi alzai dal letto e andai a radermi quel poco di barba che avevo sul mento. Mi lavai, mi asciugai e decisi di soffermarmi ad osservare la mia immagine riflessa nello specchio. Guardai bene e vidi un ragazzo di vent’anni sognatore per natura, con i capelli arruffati ancora umidi e occhi che proprio non trovavano ciò che da sempre andavano cercando. Cambiare aria per un po’ mi avrebbe fatto bene.


Tornai in camera e mi misi addosso i primi vestiti puliti che avevo sotto mano, poi presi la valigia e la spalancai sul letto ancora sfatto. Era spoglia come il cielo d’autunno, come quel mattino d’Agosto che mi guardava andar via. Mi mossi verso l’armadio e ne trassi diverse magliette, qualche paio di pantaloni e alcune felpe, poi stipai tutto in valigia. Presi anche alcuni libri che parlavano di batteri, malattie e codice genetico, per non perdere l’allenamento durante la mia breve assenza da quella piccola città. Rifeci il letto alla meglio e scesi in strada con il mio fagotto per caricarlo in macchina, quella vecchia e scassata auto in cui c’era abbastanza benzina per raggiungere l’altro capo del mondo. Il messaggio che avevo lasciato sul tavolo diceva – Tornerò tra una settimana o poco più. Non cercatemi, il telefonino è in camera. A presto. –


Inforcando gli occhiali da sole mi chiesi il perché di questa piccola follia ma non trovando una risposta soddisfacente montai in macchina e misi in moto.


Senza neanche accorgermene mi trovai a sfrecciare sul rettilineo che dava sul mare, con le palme che sfilavano una dopo l’altra alla mia destra e i bagnanti che cominciavano a popolare la spiaggia. L’autoradio a tutto volume sosteneva il mio animo in contrasto con una canzone dei Queen che imponeva di non fermarsi, mentre sentivo il motore che già soffriva. La mia meta era una casetta di campagna, un monolocale immerso nel verde silenzio di un bosco che vedeva un essere umano ogni tanto, passare e andare via. Le chiavi me le aveva lasciate un amico ed era tempo di utilizzarle.


Mi fermai a fare colazione presso un bar lungo il tragitto e parlando con il gestore mi accorsi quanto stesse stretto in quel posto, anche lui compresso lì da sempre ma ormai troppo vecchio per andarsene. Caffé e cornetto mi avevano già detto qualcosa. Ripresi il viaggio, salendo per strade a serpentina che si perdevano in mezzo ad alti alberi freschi e rigogliosi, osservando il mondo, ascoltando il motore su di giri ed una canzone che faceva compagnia. Attraversando i paesi potevo vedere donne anziane che le mie domande se l’erano già poste e uomini di fronte al bar vestiti per la festa, ai quali magari certe cose parrebbero inutili. Forse quando avevano vent’anni si erano chiesti dove stessero andando e cosa stessero facendo, il perché di tutto questo. E forse hanno dovuto darsi una risposta che magari non li soddisfaceva, consapevoli che quella vallata li avrebbe tenuti stretti a sé per sempre. Immerso in tali riflessioni oltrepassai un ponte di legno vecchio come il tempo, con le assi che sussultavano sotto i pneumatici della mia vecchia auto tutta ammaccata. La polvere ricopriva ogni centimetro della sua carrozzeria scarlatta, che proseguiva come un puntino rosso tra le colline che a tratti la inghiottivano per poi riportarla sotto il cielo azzurro.


Vidi un campo di grano maturo color del sole e un uomo sulla sessantina seduto sul ciglio della strada, solo ed in silenzio, quindi fermai l’auto e scesi. Sedetti accanto al contadino.


“ Buon raccolto? – feci io.


“ Si, abbondante. – rispose lui sistemando il cappello grigio sul capo -  Cosa la porta su questo monte? “


“ Devo riflettere sulla mia vita, su cosa sto facendo. Ho paura di non sapere dove sto andando.


“ Una volta me lo chiedevo anch’io. Poi con il tempo ho smesso.


“ Perché? Non la interessava più saperlo?


Il suo viso scavato da anni di lavoro nei campi, percorso da mille rughe che sembravano sentieri, si distese. Gli occhi castani, che facevano contrasto con i capelli ormai canuti, volsero all’orizzonte.


“ Che senso ha chiedersi qualcosa a cui si risponde solamente vivendo?


Non parlai.


“ Vede, non lo sa neanche lei. – disse poggiandomi la mano callosa sulla spalla destra – Viva, ragazzo mio, e vedrà che ho ragione. Così tra vent’anni forse si ricorderà di questo vecchio.


Poi si alzò e si incamminò sul sentiero vicino al campo, le mani dietro la schiena.


“ Lo farò! – gridai quand’era già lontano. Sollevò il cappello e proseguì senza voltarsi.


 


Chissà perché in campagna la gente ha sempre voglia di parlare, scambiare due parole. Non ve lo siete mai chiesto? E’ una cosa rara in città, non lo fa quasi nessuno, forse è passato di moda. E’ un fatto di purezza, la semplice predisposizione a passare qualcosa dalla propria anima a quella del prossimo, ed è stupefacente. Rimasi seduto ad osservare la campagna per un buon quarto d’ora, poi mi alzai e mi rimisi al volante. Quell’uomo mi aveva lasciato in uno stato di inquietudine più intensa di quella che avevo provato prima di partire ed ora la stretta allo stomaco andava aumentando. All’improvviso non sapevo più nulla di me stesso. 


Era ormai l’ora si pranzare e nonostante il mio stato d’animo non fosse il dei più consoni mi fermai a mettere qualcosa sotto i denti. Entrai in una trattoria dalla grossa insegna, con alcuni tavoli in solida plastica bianca all’esterno, coperti dall’ombra di un pergolato metallico rivestito da piante rampicanti e fiori violetti. Entrai e sedetti al primo tavolo singolo e carezzando la tovaglia di carta vidi arrivare la cameriera. Una ragazza sui diciassette anni, che posò il cestino del pane sul tavolo, salutò e tornò in cucina. Venne al tavolo quella che doveva essere la madre, un donnone massiccio con i cappelli neri raccolti sulla sommità del capo e il viso paffuto. Prese l’ordinazione e dopo poco tempo tornò portando un piatto di pasta fumante, tenendo una brocca d’acqua con altra mano. Era una signora cordiale, di quelle che metterebbero a proprio agio anche il più imbarazzato, o forse era solo l’immagine che volevo averne in quel momento. Mangiai con calma, riflettendo su ciò che aveva detto quell’uomo vicino al campo di grano, ma non trovavo una risposta ai miei interrogativi. Dove stava andando la mia vita? Insomma, che avrei fatto in futuro? Certo, ora stavo studiando rincorrendo nobili scopi, volevo cambiare il mondo, ma non sapevo che sarebbe successo. Non trovavo neanche un senso a ciò che stavo facendo e mi sentivo perso. Rispondersi solamente vivendo…


Pagai il conto e mi avviai verso l’auto, per raggiungere la meta entro sera. Ora il sole splendeva al proprio massimo e l’abitacolo somigliava ad una sauna, quindi aprii la portiera e aspettai qualche minuto. La strada si snodava tra un paesino e l’altro, come i pensieri che andavano confondendosi nella mia mente. Mi fermai al distributore per fare benzina.


“ Venticinque euro – dissi al gestore, che annuì stancamente.


Calò il berretto blu sugli occhi, poi si diresse verso la pompa ed impugnò l’iniettore. Svitò il tappo del serbatoio e iniziò a versare il carburante con la svogliatezza di chi lo fa da sempre, meccanicamente. Era un uomo di mezza età, non troppo giovane e non troppo vecchio; chissà da quanto lavorava al distributore. Anche lui come gli anziani fuori dal bar aveva l’aria di chi si è rassegnato a vivere in un luogo troppo piccolo e stretto per lui, ma aveva qualcosa di diverso. Quel suo viso stanco, stufo di essere un automa che pompa benzina, dava ad intendere che certe domande erano sempre da qualche parte nel suo cuore, per uscire ogni tanto e manifestarsi. Non parevano inutili, almeno a lui, che continuava a lisciarsi i baffi brizzolati mentre il liquido fluiva nel serbatoio con un ronzio simile a quello di uno sciame d’api.


Il flusso di carburante si interruppe bruscamente, risvegliandomi dalle riflessioni  come uno schiocco di dita dall’ipnosi. Pagai il dovuto e mi allontanai sull’asfalto, in quel sonnolento primo pomeriggio. Guidai ancora per chilometri e chilometri, macinando strada fino a sera, mentre continuavo a crogiolarmi nelle parole di quel contadino. Arrivai a destinazione all’imbrunire, fermai l’auto dinnanzi alla casupola e scesi giocherellando con le chiavi, che rimbalzavano da una mano all’altra. I suoni del bosco sussurravano chissà quale melodia e la brezza della sera mi cullava portando un profumo di fiori estivi che scaldava l’anima. D’improvviso le chiavi mi caddero di mano finendo sull’erba umida con un piccolo tonfo, che risuonò nella mia mente come un tuono. Ora potevo capire! Ricollegai in fretta il contadino, la ragazzina alla trattoria, ed infine il benzinaio. Tutti e tre mi avevano comunicato qualcosa, ma avevo elaborato troppo, avevo cercato una risposta logica e non l’avevo trovata; ma ora, senza pensare a niente, nel bel mezzo di un tramonto di campagna avevo capito che il contadino aveva ragione. E’ il presente che bisogna vivere, senza stupide preoccupazioni che avvelenino l’esistenza, senza domande inutili. La ragazzina alla trattoria si arrovellava forse in enigmi riguardanti un futuro incerto? No, ancora troppo bambina per farlo, e viveva serenamente! E quel benzinaio che continuando a farsi domande passava giornate intere a rodersi il fegato? Quell’anziano signore seduto sul ciglio della strada mi lasciò ben più di una semplice frase, ben più di un proverbio. Tra le mani abbiamo solo il presente, evanescente come l’arcobaleno; da un momento all’altro tutto avrebbe potuto crollare senza che io me ne rendessi conto, ma non importava più. Ora ero in piedi di fronte a quella casetta malandata e ridevo, ridevo di gusto. Quanti problemi mi ero posto per nulla, quante preoccupazioni insensate.


Raccolsi le chiavi da terra e rimontai in macchina, mettendo in moto immediatamente. Ora potevo tornare a casa, rimanere lì a meditare non sarebbe più servito e certo la lavata di testa che avrei ricevuto per la mia fuga dalla realtà mi rallegrava, perché ora avevo il cuore sereno. Un temporale d’Agosto esplose nel cielo con lampi e saette, a ricordarmi di vivere l’attimo. Ora, se avessi potuto vivere solamente un altro secondo, avrei vissuto come un fulmine. 


 
 
 

L'altra faccia del crimine

Post n°100 pubblicato il 17 Febbraio 2009 da GreatTeacherFrume

 


 


di Davide Frumento


 


 


 


Il disco terminò e decisi di buttare giù l’ultimo sorso che ancora stava nel bicchiere, quindi spensi lo stereo e presi la giacca, poi uscii di casa. Era pericoloso gironzolare per la città a quell’ora, e senza quasi accorgermene lo stavo già facendo. Le tenebre mi avvolgevano e la fioca luce dei lampioni illuminava qua e là il marciapiedi, dando l’impressione di trovarsi tra una moltitudine di fuochi fatui. Accesi una sigaretta ed entrai al Paradise come un’ombra, tanto che persino il buttafuori non mi notò. Mi sedetti al bancone ed ordinai una birra, continuando a fumare lentamente per ammazzare l’attesa. Ad un tratto il barman mi guardò ed indicò alle mie spalle; mi voltai e vidi entrare nel locale l’uomo che stavo aspettando; procedeva verso di me con andatura lenta, trascinata. Quindi salutò e sedette sullo sgabello accanto al mio dopo aver ordinato qualcosa di estremamente forte. Aveva l’aria scossa di chi è braccato e deve nascondersi, ma poco mi importava, d’altronde in quella situazione ci si era cacciato da solo.


 


“ Scusi il ritardo, – mormorò dopo essersi seduto – ho faticato a trovare il locale “


 


“ Non è niente. – risposi fingendo di credergli – Ha portato quello che ho chiesto? “


 


“ Naturalmente. – disse lui indicando la tasca destra dell’impermeabile – Lei non immagina i pericoli che ho corso per procurarmelo “


 


“ Non lo dirà per alzare il prezzo – feci io finendo la birra.


 


“ Certamente no, ma a questo punto vorrei farle una domanda. Perché proprio questo, ha qualcosa di speciale? – disse ingurgitando avidamente il liquore servitogli. I suoi occhi scuri avevano un che di interrogativo e le luci del locale gli illuminavano il capo dando un tono opalescente ai suoi capelli bianchi.


 


“ Non credo sia sicuro parlarne qui, – mormorai – usciamo e troviamo un luogo tranquillo “


 


Lui annuì e si alzò dallo sgabello, quindi pagai il conto e uscii da quel posto facendogli strada. Una volta fuori ci recammo verso il molo in tutta fretta, perché ciò che stavamo rischiando andava oltre il semplice soggiorno presso il penitenziario di Stato. Arrivammo a destinazione in una manciata di minuti.


 


“ Allora, - disse il mio fornitore spezzando il silenzio – perché proprio questo pezzo? “


 


“ Mi è venuta voglia di rivivere i tempi della gioventù. Contento? – risposi infastidito.


 


“ Era solo una piccola curiosità. Sa, dopo anni di contrabbando ogni tanto mi faccio delle domande ed è raro che qualcuno risponda. Lei è uno dei pochi “


 


Risi. Poi estrassi i contanti e li contai davanti ai suoi occhi, baluginanti di un brillio avido e opaco.


 


“ Okay ora mi dia l’articolo. – dissi tendendo la mano – Credo che questa sia una delle ultime volte in cui trattiamo un affare, sta diventando troppo rischioso “


 


“ Come lei crede – rispose.


 


Intascò il denaro e mi consegnò l’oggetto che teneva nella tasca destra dell’impermeabile, avvolto come di consueto in una sacca di tela verdognola, quindi salutò mentre lo osservavo allontanarsi nella nebbia come un fantasma. Un lampo improvviso e il rombo di un motore mi fecero sobbalzare, e vidi un’auto della Polizia sbucare a tutta velocità da una stradina, le sirene spiegate. Un manipolo di agenti d’assalto balzò attorno all’uomo che pochi istanti prima stava consegnandomi la merce, mentre l’auto gli sbarrava la strada. Cercò di correre verso di me ma una raffica di pallottole lo investì stendendolo a terra, esanime. Rimasi imbambolato ad osservare la scena, poi fuggii a rotta di collo non appena vidi gli agenti procedere verso di me. Corsi a più non posso e infilai un vicolo, mentre i proiettili fischiavano alle mie spalle e quei dannati si avvicinavano. Sentivo le tempie pulsare e i polmoni stavano per esplodermi in petto; stavo per cadere a terra stremato quando vidi che la fuga mi aveva portato al canale di scolo vicino alle condutture, nel quale mi precipitai inoltrandomi nella rete fognaria. 


 


L’acqua stava arrivandomi alle caviglie e accorgendomi di aver seminato gli inseguitori mi sostenni alla parete per riprendere fiato. La corsa mi aveva sfinito e la nausea cominciò ad impossessarsi di me non appena mi fermai; iniziai a tossire e vomitai appoggiandomi al muro con il braccio sinistro, mentre con il destro stringevo l’oggetto consegnatomi dal defunto contrabbandiere. Gli occhi mi lacrimavano abbondantemente per lo sforzo di stomaco. Sedetti a terra con la bava alla bocca e sputai molte volte prima di riprendermi almeno parzialmente e ragionare sul da farsi.


 


Li avevo alle costole e non sapevo dove andare; non sapevo se la mia identità fosse loro nota, ma non avevo mai avuto problemi con la giustizia e se fossi riuscito a non farmi trovare me la sarei certo cavata. La notte aveva nascosto il mio volto agli agenti, che probabilmente stavano seguendo solo l’uomo morto sotto il loro fuoco. Ma ora volevano anche me perché ero sul posto, dovevo essere colpevole almeno quanto lui e comunque avevo quel maledetto pacco sotto il braccio. Decisi di nasconderlo all’interno di un’apertura del pavimento che arginava il corso delle acque fognarie, per tornare a recuperarlo quando ne avessi avuto l’occasione. Quindi lo coprii con una pietra piuttosto grossa e mi allontanai all’interno del condotto per circa un chilometro, fiaccato dalla nottata. Non appena vidi un tombino sopra di me salii a fatica la scaletta sulla parete e sollevando la piastra di metallo spuntai in strada. 


 


Non mi trovavo molto lontano da casa ma conciato com’ero non avrei certo potuto passare inosservato. Camminai lentamente percorrendo vicoli bui, nella speranza di non essere visto da nessuno; era un periodaccio e chiunque avesse avuto sotto gli occhi un uomo ridotto nel mio stato avrebbe certo avvertito la Polizia. Avevo i vestiti fradici di acqua puzzolente, i capelli arruffati e la giacca ancora sporca di vomito, senza contare l’espressione malconcia del mio viso. Non appena vidi una fontanella, nascosta tra gli alberi nel bel mezzo dei giardini comunali, mi fermai a sciacquarmi la faccia quel tanto che bastava per riprendere un po’ di colorito. Aprii il rubinetto e non appena l’acqua cominciò a sgorgare ne presi abbondanti manate per lavarmi la bocca e bagnare il viso, poi mi asciugai con il fazzoletto che tenevo in tasca. Sentii delle urla lancinanti provenire da un appartamento nelle vicinanze, alcune raffiche di mitra e poi il suono di un furgone che si allontanava. La Polizia aveva ucciso qualcun altro, sequestrando le sue “pericolose armi”. Ci chiamavano sovversivi, nemici della democrazia. Ma i veri nemici erano loro, maledetti cani dello Stato, un giorno avrebbero pagato caro tutto ciò che avevano osato farci. Raggiunsi il mio appartamento e una volta dentro mi abbandonai sul letto, addormentandomi a pancia sotto, in un sonno profondo e senza sogni.


 


Mi svegliai in tarda mattinata, ancora scosso dalla rocambolesca fuga della sera prima, che mi aveva visto rischiare la pelle per l’ennesima volta. Mi alzai dal letto e feci una doccia, poi provvidi a radermi; ora ero decisamente più presentabile. Mangiai qualcosa per ristabilire lo stomaco e uscii a recuperare l’oggetto per cui avevo rischiato l’uccisione. Accesi una sigaretta mentre ancora scendevo le scale e quando fui in strada inorridii nell’osservare gli squadroni che pattugliavano il quartiere tutti armati sino ai denti, con uniformi nere e coriacee, il mitra spianato. Camminai a passo spedito per raggiungere il canale di scolo, unica zona in cui la ronda era meno serrata, in modo da raggiungere il punto esatto in cui era nascosto l’oggetto di tanti rischi. Mi addentrai nelle condutture per un lungo tratto e finalmente trovai ciò che cercavo sollevando la  pesante pietra dall’apertura sul marciapiedi. Sollevai da terra la sacca verdognola ed estrassi il contenuto. Si intitolava “ I fiori del male “, del grande Charles Boudelaire. Quei dannati volevano uccidere noi e i nostri libri, la nostra anima e la cultura, per renderci completamente schiavi ed annichilirci. Accarezzai la copertina e pregai in silenzio per tutti coloro che morivano per le strade ogni giorno, uccisi come cani randagi. Avrei continuato a leggere e a rischiare quanto necessario, per far vivere la rivoluzione che portava la conoscenza. Quante volte avrei rischiato la vita prima della Ribellione!


 


 

 
 
 

Cuor di leone..

Post n°99 pubblicato il 10 Dicembre 2008 da GreatTeacherFrume

E devo dirti addio..solo perchè è necessario. A viver così non ce la faccio e tu proprio non puoi cambiare, o non vuoi.

Addio dolce compagna, addio..quanto vorrei che fosse solo un arrivederci, che tra poco tu cambiassi davvero. Ma devo lasciarti. Fa male, molto male..perchè ti amo ancora, perchè so che è l'unica scelta.

Magari un giorno...magari..arrivederci Amore

 
 
 

Cioè io prendo un treno e giro l'Italia

Post n°98 pubblicato il 21 Novembre 2008 da GreatTeacherFrume
Foto di GreatTeacherFrume

Ciao rrraga! Dopo gli ultimi accadimenti tutto si è assestato e con il mio amore va tutt apposto..

E ora si va spinti. Nuovo laboratorio, dall'IST al CNR, Istituto Italiano di Biofisica..via così!

Ciao belli

 
 
 

Post N° 97

Post n°97 pubblicato il 12 Agosto 2008 da GreatTeacherFrume

Ti amo e sto da cani...

 
 
 
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