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Fenomenologia del golfista 2: accanito


Per lui il golf non è uno sport, non è un passatempo, non è una passione. È una droga, una malattia, una paranoia. Lui deve, ripeto, deve scagliare la pallina a distanze siderali. Deve, ripeto, deve chiudere il giro in par (almeno). Lui deve, ripeto deve imbucare tutti i putt, anche quelli da sette metri, in salita, con green non impeccabile.Arriva la mattina alle 7, va via la sera quando è buio, lanciando invettive contro il Circolo che non ha ancora provveduto a illuminare il campo per sedute notturne. Quando pratica lo fa con una montagna di palline accanto. Comincia a tirare con violenza inaudita e si innervosisce ogni volta che il colpo non è degno di Tiger Woods. Il cellulare squilla. Ma lui niente. La moglie è disperata. La famiglia va a rotoli. Dall’ufficio lo chiamano. Ma lui niente. Lui deve, ripeto, deve scagliare la pallina a 250 metri di distanza con il pitch. È fisicamente impossibile, gli dicono. Non per lui, risponde.