13:40 suona il cellulare. -“Scusa, so che è un orario assurdo per te, sono in ospedale. Devo fare una visita.ce la fai ad arrivare per le 14:00?”-“Dove ti trovo?”-“In radiologia.”-“Arrivo.” Senza sapere di cosa si tratta, senza pensare a nulla se non a raggiungerla, senza pensare a come stessi guidando in dieci minuti sono in ospedale. Piano -1 e la vedo nel corridoio. Da sola, davanti ad una porta chiusa. La raggiungo. Mi abbraccia. Forte. Forse per la prima volta vedo e sento la paura in Lei. Non ci sono rumori, sembra irreale per un posto così. Un posto che odio. L’odore misto a disinfettante, aria viziata, urina, lo odio. Ho paura anche io ora. I suoi occhi sono lucidi. Provo a chiederle cosa ci facesse lì. -“Devo fare una ecografia al seno”Mi cade il mondo addosso. Come forse è caduto a Lei quando ha saputo di dover sottoporsi a quell’esame. Provo a rimanere lucida. Non ne sono capace. A Lei no. A Lei non deve succedere. -“Potrebbe essere qualcosa di serio, sai.”-“No. Non lo sarà. Aspettiamo prima di dire.”-“Grazie per essere venuta. Non volevo preoccuparti ma solo tu potevi aiutarmi.”Neanche il tempo di poterle rispondere. Si apre la porta, la chiamano. Entra dentro.-“Ti aspetto qui.” Le dico, senza parlare. E avrei voluto gridare.Ho provato a contare i minuti per non pensare a niente. Ho contato le mattonelle del pavimento. Ho contato le persone che mi passavano davanti. Ogni volta ho perso il conto.No. A Lei no. Ho pregato ad un dio che non credo.Si apre la porta. Esce con il suo viso teso. Non la riconosco in quella espressione. No. A Lei no. Era l’unica cosa che sentivo tornare e ritornare nella mia testa. -“È un tumore. 4 cm. Deve essere asportato. Mi hanno detto che è necessario e urgente.”Ho saputo solo abbracciarla. -“Stringimi.”-“Sono qui, ti stringo.” E io ho paura. A Lei no.Ho paura.
_
13:40 suona il cellulare. -“Scusa, so che è un orario assurdo per te, sono in ospedale. Devo fare una visita.ce la fai ad arrivare per le 14:00?”-“Dove ti trovo?”-“In radiologia.”-“Arrivo.” Senza sapere di cosa si tratta, senza pensare a nulla se non a raggiungerla, senza pensare a come stessi guidando in dieci minuti sono in ospedale. Piano -1 e la vedo nel corridoio. Da sola, davanti ad una porta chiusa. La raggiungo. Mi abbraccia. Forte. Forse per la prima volta vedo e sento la paura in Lei. Non ci sono rumori, sembra irreale per un posto così. Un posto che odio. L’odore misto a disinfettante, aria viziata, urina, lo odio. Ho paura anche io ora. I suoi occhi sono lucidi. Provo a chiederle cosa ci facesse lì. -“Devo fare una ecografia al seno”Mi cade il mondo addosso. Come forse è caduto a Lei quando ha saputo di dover sottoporsi a quell’esame. Provo a rimanere lucida. Non ne sono capace. A Lei no. A Lei non deve succedere. -“Potrebbe essere qualcosa di serio, sai.”-“No. Non lo sarà. Aspettiamo prima di dire.”-“Grazie per essere venuta. Non volevo preoccuparti ma solo tu potevi aiutarmi.”Neanche il tempo di poterle rispondere. Si apre la porta, la chiamano. Entra dentro.-“Ti aspetto qui.” Le dico, senza parlare. E avrei voluto gridare.Ho provato a contare i minuti per non pensare a niente. Ho contato le mattonelle del pavimento. Ho contato le persone che mi passavano davanti. Ogni volta ho perso il conto.No. A Lei no. Ho pregato ad un dio che non credo.Si apre la porta. Esce con il suo viso teso. Non la riconosco in quella espressione. No. A Lei no. Era l’unica cosa che sentivo tornare e ritornare nella mia testa. -“È un tumore. 4 cm. Deve essere asportato. Mi hanno detto che è necessario e urgente.”Ho saputo solo abbracciarla. -“Stringimi.”-“Sono qui, ti stringo.” E io ho paura. A Lei no.Ho paura.