Lilia, la mia dolce amatissima Lilia, mi scrive parole che non so, non voglio capire. “je crains ce que j’espere, la fin de soirée…”, scrive con quella sua calligrafia incerta, appena bagnata dall’ansia di decidere, che segna sempre la sua mutevolezza, per la quale mi è tanto cara sin dall’inizio. Le dico che solo incidentalmente mi sono deciso a riportare alcune sue parole, per un gioco letterario che ha poco a che fare con la nostra passione. Lilia, mia dolcissima Lilia….se non avessi le carni così aspramente ammorbate dal tuo canto, se i miei occhi sapessero cercarti altrove, se le mie mani, cocciute, partissero per altre terre, allora si, potrei dimenticarti. Ma non posso, né oso. Temo la tua ira di erinni, la tua rabbia d’amore che investe il mio corpo, quell’oramai simulacro di un urlo che fu feroce, eppure conserva ancora un po’ della sua selvatichezza; non ostante il tuo complice prediletto, il tuo tempo amico, consumi per te fuochi piccoli e grandi, desideri detestabili e accettabili, livori e asti altrui. Tu, del resto, non sai cos’è il rancore, non hai conoscenza di malignità e di odi: freddi spettri che possono agitarsi nell’animo di un uomo folle di gelosia, per te…giochi, e giochi ancora. Attenta, amore mio, potrei dimenticare in un attimo, dopo tanto aspettare, le tue braccia. Potrei enumerare ad uno ad uno i tuoi tranelli dalla veste fallace; so riconoscere quando la tua voce trema in un incedere incerto; misuro a memoria l’ampiezza delle tue braccia negli incontri che riservi, piccola fiammiferaia a corto di fuoco, al tuo diletto senza quieti. Non incontrarmi nel buio della tua assenza, poiché è quello il momento in cui la mia passione per te verserebbe in pazzia. Non scappare mia lepre, ti inganni se credi nel mio inganno. Odi come la mia lingua fischia l’ennesimo richiamo? Sempre tornerai da me, sempre.
j’espere...
Lilia, la mia dolce amatissima Lilia, mi scrive parole che non so, non voglio capire. “je crains ce que j’espere, la fin de soirée…”, scrive con quella sua calligrafia incerta, appena bagnata dall’ansia di decidere, che segna sempre la sua mutevolezza, per la quale mi è tanto cara sin dall’inizio. Le dico che solo incidentalmente mi sono deciso a riportare alcune sue parole, per un gioco letterario che ha poco a che fare con la nostra passione. Lilia, mia dolcissima Lilia….se non avessi le carni così aspramente ammorbate dal tuo canto, se i miei occhi sapessero cercarti altrove, se le mie mani, cocciute, partissero per altre terre, allora si, potrei dimenticarti. Ma non posso, né oso. Temo la tua ira di erinni, la tua rabbia d’amore che investe il mio corpo, quell’oramai simulacro di un urlo che fu feroce, eppure conserva ancora un po’ della sua selvatichezza; non ostante il tuo complice prediletto, il tuo tempo amico, consumi per te fuochi piccoli e grandi, desideri detestabili e accettabili, livori e asti altrui. Tu, del resto, non sai cos’è il rancore, non hai conoscenza di malignità e di odi: freddi spettri che possono agitarsi nell’animo di un uomo folle di gelosia, per te…giochi, e giochi ancora. Attenta, amore mio, potrei dimenticare in un attimo, dopo tanto aspettare, le tue braccia. Potrei enumerare ad uno ad uno i tuoi tranelli dalla veste fallace; so riconoscere quando la tua voce trema in un incedere incerto; misuro a memoria l’ampiezza delle tue braccia negli incontri che riservi, piccola fiammiferaia a corto di fuoco, al tuo diletto senza quieti. Non incontrarmi nel buio della tua assenza, poiché è quello il momento in cui la mia passione per te verserebbe in pazzia. Non scappare mia lepre, ti inganni se credi nel mio inganno. Odi come la mia lingua fischia l’ennesimo richiamo? Sempre tornerai da me, sempre.