Post N° 76

Post n°76 pubblicato il 26 Aprile 2007 da majakowskij
Foto di majakowskij

I confini dell'anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: così profonda è l'espressione che le appartiene.
Eraclito

Sono stato a Madrid.
Stanco, mi trascino sull’ampia calle. Ho scordato le scarpe da ginnastica e il movimento mi rende greve il piede. All’aeroporto di Malpensa mi hanno perso la valigia. L’albergo è un cinque stelle con l’arredamento di una nave da crociera.

Appena arrivato, scordo tutto. Il mio pensiero gira nel vuoto assolato che ronza nelle orecchie. Esiste soltanto questo spazio largo e pieno dove cammino. Mi sento leggero… se non fosse per le piaghe ai piedi…

M-a-dr-id è come spiegare un lenzuolo, scivola ondulando con uno sforzo e si apre alla luce. Rimane tale, aperto.

Ho nell’occhio quella confusione di forme, quell’intreccio di corpi che si tagliano a vicenda, le linee nette di bianchi, grigi e neri. Picasso confonde la morte per renderla reale. L’innocenza e l’indifferenza. La guerra è una promessa che ritorna, che non è mai andata via.

El toro matado è il sangre dell’innocenza.

Istintivamente il pensiero va a Lorca. Hanno spezzato i due alberelli di follia che gli agitavano gli occhi.

Stupidi.

La poesia non si uccide.

Domenico e Alfredo ridono al tavolo rotondo. La sangria mi scende nella gola come un torrente. Rido anch’io.

Se tu fossi stato a Madrid, ne sapresti ogni odore, che fosse di salice o d’acqua. Avresti rumore o pace, sapore in bocca come di assaggio fresco, suono ispido o dolce. Se avessi visto Goya con il bianco della sua fucilazione e Mirò con l’ordine della sua memoria, ora saresti più calmo. Più accorto. Più vero.

Vorrei portarmi dietro questo ritmo che ho imparato, senza scarti o improvvise accelerazioni. Un piano andante.

 
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Post N° 75

Post n°75 pubblicato il 30 Gennaio 2007 da majakowskij
Foto di majakowskij

"Invece di uccidere e morire
 per diventare quello che non siamo,
 dovremo vivere e lasciare vivere
 per creare quello che realmente siamo"
Albert Camus

Nel mio sghembo incedere inciampo nei dubbi lungo la strada. Fermo, decido di restare fermo, nessun passo in avanti o indietro.
Ho occhi chiusi e freddo alla schiena.
Dormirò in piedi. Devo stare sveglio. Devo scuotermi di dosso questo malessere che mi angoscia.
Straniero alla mia stessa mente.
Sono confuso. Non ho controllo.
Impedisco a me stesso di ragionare sui miei cagionevoli umori. Non trovo pace se non nel non pensare.
Un coltello luccicante. Voglio incidere l’animo mio e scioglierlo dal doppio nodo della malinconia.
La fiamma ardente degli occhi. Voglio causticare la ferita.
Un tempo mi piaceva ripetere il mio nome nella testa, come una sequenza musicale. “Wladimir Wladimirovic Majakowskij”. Come una formula magica lo pronunciavo e mi trasformavo in un gabbiano vorticante in un cielo lontano.
Oggi le mie certezze sono una lampada che s’infrange.
 Raccolgo i pezzi, mi taglio le dita.

 
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Cui prodest?

Post n°74 pubblicato il 20 Gennaio 2007 da majakowskij
Foto di majakowskij

"Tutti i popoli sono per la pace,
nessun governo lo è".
Paul Leautaud

La guerra in Iraq costa 177 milioni di dollari al giorno?!?
Ecco come te l'organizzo!

http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=3328&ext=_big.wmv

La guerra in Iraq è una guerra voluta.
Tra trent'anni ne avremo la conferma ufficiale.

La verità dia un calcio in culo alle coscienze. Ora.

 
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Post N° 73

Post n°73 pubblicato il 30 Dicembre 2006 da majakowskij
Foto di majakowskij

PiiiiPiPiiPiiiiiiiiPPPiiiìììììììììììììììììììì BUUUUUUMMMM!!!!!!…. Messaggino…

34719…. Chi sarà?!? Leggo…
Linda hai cambiato numero? Volevo darti l’OK per il locale non farti prendere dall’agitazione fai vedere quello per cui realmente vali, un bacino e buona fortuna

Terribile! Meno male che ha sbagliato numero Linda si sarebbe suicidata… Forse Linda se ne voleva sbarazzare e gli ha dato apposta il numero sbagliato!
E proprio il mio gli doveva dare? Gli rispondo? Ma si, poverino, già è sfortunato…
Linda avrà pure cambiato numero ma certamente questo non è il suo, in ogni caso qualsiasi cosa debba fare speriamo che ci riesca…

 PiiiiPiPiiPiiiiiiiiPPPiiiìììììììììììììììììììì BUUUUUUMMMM…. Messaggino…

34719…. Vorrà certamente ringraziarmi…
Infatti scusami ho sbagliato numero spero di non averti disturbata purtroppo chi mi assiste non fa quel che realmente dovrebbe cmq sono marco da roma piacere
Peggio di prima!
Sei sgrammaticato e ci passo sopra!
Confondi la gentilezza e mi scambi per una donna…
Mandi il messaggino a Linda e ci provi con me!!!
Ma se c’è una cosa che non sopporto è quando si denigrano i propri collaboratori scaricando la colpa su di loro. Lo stile è la foggia del pensiero e a te manca…
Il guaio è che ad assisterti ci vorrebbe la NEURO, l’unica che potrebbe risolverti qualche problema… Piacere Majakowskij da Bagdadi
Attendo… Nessuna risposta… 

ATTENZIONE...

Questo tipo potrebbe sbagliare ancora e comporre il vostro numero!

 
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L'AMORE SOLIDO

Post n°72 pubblicato il 26 Novembre 2006 da majakowskij
Foto di majakowskij

"Se ti perdessi morirei volentieri.
Ma non voglio perderti,
e non voglio che tu ti perda
nemmeno se per qualche caso
 mi perderò io".
Leone Ginsburg

Si vivono giorni insicuri come l’amore, incerti come il destino.
Chi può avere mai la certezza dell’amore? Chi può avere la certezza di amare? L’amore è pura fede.
Ci sono vincoli di sangue che hanno a che fare con gli istinti primari dove ogni cosa è suggerito dalla forza della natura. Ma l’amore è diverso. E’ astratto e nessuna legge lo regola. Si agisce più spesso per paura di perdere. E non è dato distinguere. L’amore è incorporeo, immateriale, spirituale, non si manifesta con segni tangibili.
Oggi in una corsia di un ospedale ho incontrato il miracolo dell’amore solido.
Si è materializzato lì davanti a me con baci lievi come la luce della luna e massaggi delicati come carezze. Baci e carezze che zuccherano i piaceri dell’animo e qualche volta alleviano le ferite del corpo.
Sono seduto e osservo quella terribile cicatrice alla testa, sono seduto e osservo Diego che muove le dita della mano, sono seduto e ammiro la forza dell’amore solido.

Fuori piove ma sei vivo.
In silenzio accanto a te che rincorre e mischia i suoi pensieri ai tuoi c’è l’amore solido.
Forza Maria, pazienza e tenerezza. Forza Maria ancora baci e carezze. Guarda l’anima e guarda le mani.
Forza Diego, la Morte terribile ti ha soffiato nell’orecchio, ma sull’orlo della vita la Vita ti ha baciato.
Forza Diego, afferra la mano di Maria e torna a correre.

 
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Paralleli: De Andrè/Majakowskij

Post n°71 pubblicato il 28 Ottobre 2006 da majakowskij
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Sei capace di ogni cosa, ora lo so. Ma di nulla di duraturo. Nel vuoto avevi un saldo appiglio, ma il tempo ha precipitato ogni cosa…
Quando verranno a chiederti del nostro amore, a quella gente consumata nel farsi dar retta,un amore così lungo, tu non darglielo in fretta. Non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole, le tue labbra dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre", nell'ipocrisia dei "mai". Non sono riuscito a cambiarti. Non mi hai cambiato lo sai.
Questo morso di vipera, con il segno lasciato ancora vivo, è l'ultimo tatuaggio impressomi a suggello del rapporto. Dal tuo sguardo ho guadagnato un giorno e ho perso una vita maledetta. 
E dietro ai microfoni porteranno uno specchio per farti più bella e pesarmi già vecchio:tu regalagli un trucco che con me non portavi e loro si stupiranno che tu non mi bastavi. Digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani, dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni. Per ritornare dopo l'amore alle carenze dell'amore. Era facile ormai… Non sei riuscita a cambiarmi. Non ti ho cambiata lo sai.
Io capace di sfilarti l’anima dal corpo per guardarla in trasparenza, di ascoltarti senza un’ombra di malizia, un filo di censura. Troverò una strada, verrà un giorno. Salirò a modo mio. Qualcosa sarà fatto.
Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre, come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre. I tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro, i tuoi occhi assunti da tre anni. I tuoi occhi per loro… Ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo, o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo. E troppo stanchi per non vergognarsi di confessarlo nei miei, proprio identici ai tuoi. Sono riusciti a cambiarci. Ci son riusciti lo sai. Ma senza che gli altri non ne sappiano niente, dirmi senza un programma dimmi come ci si sente? Continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito. Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori? O con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori? O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai?
Che cosa resta di te? Il tuo ricordo non ha parole.Non so più chi sei, né dove sei. Se non ti preoccupassi per quello che mi è successo e io non tenessi a te, ce ne andremmo tra noia e dolore guardando ogni tanto in su nella pioggia chiedendoci quale farabutto incolpare.
Continuerai a farti scegliere
 o finalmente sceglierai?

 I lettori avranno riconosciuto nel testo in nero la canzone Verranno a chiederti del nostro amore del  il signor De Andrè che si ringrazia

 
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Erato e Astrea

Post n°70 pubblicato il 20 Settembre 2006 da majakowskij
Foto di majakowskij

Pochi anni fa mi ritrovai a fare da scrutatore in una delle diverse ma sempre appassionanti elezioni che riguardano la classe forense. Non riesco a ricordare per quale tipo di elezione si votasse. Ricordo, però, chi presiedeva il seggio: un anziano e illustre avvocato, decano del foro, custode del patrimonio della memoria di Castelcapuano.
Si sa, gli avvocati adoperano sempre molta cura nello scegliere i loro presidenti, se non i loro scrutatori. Ero all’inizio della mia (miserrima e) breve carriera e l’ingresso nel grande palazzo di giustizia napoletano assumeva sempre un significato particolare, non inquinato dalla quotidianità della frequentazione e degli incontri.
Sedevo alla destra del principe e in quella direzione si rivolse la tempesta delle mie domande. Rimasi impressionato. Davvero non riuscivo a capire come facesse a conoscere e ricordare i nomi di così tanti iscritti. E su ognuno di loro tirava fuori un ricordo o un aneddoto. Furono tante le parole spese, la maggior parte sollecitate dalla mia avida (e molesta) curiosità.
Quand’ecco, all’ennesima domanda mi pregò di attendere, si alzò dal suo posto di facente funzioni e uscì dall’auditorio. Non sapevo cosa pensare, le ipotesi che si affacciarono furono l’improvviso bisogno fisiologico o il temuto, seppur giustificato, trabocco di pazienza. Il decano dopo poco tempo era di ritorno con due tomi sotto al braccio. Poggiò i libri sul tavolo davanti a me.
Lessi il titolo:”Napoli e i suoi avvocati”.

I testi erano miei, me li regalava!
Aveva perso la pazienza, decisamente…

 Nell’immaginario collettivo la poesia mal si concilia con la logica giuridica, ma uno dei capitoli è dedicato a coloro hanno vestito l’impegno intimo dell’arte dei versi e sono stati abili avvocati.

Alfredo Catapano, valente avvocato, aveva patrocinato in celebri processi dell’epoca. La storia ricorda uno dei suoi successi, la difesa di una ragazza veneta sedotta da un ufficiale di cavalleria. Recatasi in villa comunale presso il galoppatoio dove l’ufficiale si esercitava per chiedere aiuto per il figlio che doveva nascere si sentì rispondere: ”Portalo all’Annunziata”. La donna aveva una rivoltella con sè, uccise il cinico seduttore.

Matilde Serao commentò la vicenda: ”Se si uccidessero tutti gli uomini che vedono una bella ragazza e se ne innamorano, non crescerebbero più gli uomini”.

Alfredo era un poeta delicato e profondo, descritto come gentiluomo di malinconico e nobile tratto.
Animo tormentato, morì suicida il 28 febbraio 1927.
Giovanni Napolitano, anch’egli avvocato e poeta, nonché padre del nostro Presidente della Repubblica, gli dedicò una intensa poesia, potente inno alla vita: 

Illusione di eterno

Si, occorre per reggere
Alla forza del mondo
Per non soccombere
Sotto il peso visivo
Dei cieli
Della terra e del mare,
Occorre questa
Divina illusione
Di eterno.
Viver bisogna
Come se mai
Si dovesse morire.
E contrastarsi
E straziarsi
Lungo tutto il cammino,
Come se fra cent’anni
Ci si dovesse,
Sulle medesime strade,
Contrastare e straziare.
Pur vi saremo.
Sulle medesime strade.
A ogni fermata,
E’ il cambio.
La vita sta lì,
Invisibile,
Unica eterna,
A rinforzare e crescere le file
Che la morte mutila e falcia.

 
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IL FILO CHE CONDUCE

Post n°69 pubblicato il 24 Agosto 2006 da majakowskij
Foto di majakowskij

Ci sono stati di quiete lenti come il letto di un fiume in estate. Cosa sentirò domani? Quale sarà il giorno in cui finalmente saprò dov’è la piena e quanto riempie le vene?
Vladimir era versato dal suo stesso cuore di carta in uno stato di estatico abbandono.
Viveva trascinato. Senza argani ad accoglierlo e dirigerlo. Era perduto senza mete.
A volte sentiva il fantasma di un’emozione sfiorargli il labbro, ma un attimo è troppo breve per lasciare qualcosa di più che la sete di un ricordo.
Doveva forse forzarsi, uscire, scrivere, provare un po’ di vita. Ma non desiderava più.
Non era più allenato a “sentirsi”. Doveva fidarsi nuovamente di se stesso. Non avere più paure.
Ogni tanto rivedeva la ballerina ebrea dalle lunghe gambe. Gli rendeva più leggera un’attesa. Lei ne era innamorata. Lui assecondava ciò che non sapeva. Può essere interessante perdersi un po’. La scoperta è sempre un agguato. Teso dalle nostre anime folli per riconoscere un’intuizione. Hai presente quando d’improvviso ti si apre uno squarcio sul vuoto e pensi – come ho fatto a non capire prima! - . In realtà non si poteva prima. Il sentire viene naturale come il sole tra le nuvole a rischiarare.
Basta un momento inatteso.
Il momento di Vladimir aveva nome Lilia.

Anche lei, con il suo cappello messo di traverso, le gambe esili accavallate come in un labirinto, le mani abbaglianti e il seno offerto e generoso, suggeriva di perdersi. Sarà poi la cosa giusta?
Avevano provato tante volte. Avevano guastato tante volte. Tanto incompleti lontani. Ora a lui pareva di sopravvivere. Di riuscire senza sforzo.
Ora a lei pareva di morire. Senza sforzo.
Nell’amore c’è un lasciarsi andare che è dolce. E naturale come un frutto che cade da un albero.

Lilia aveva molte doti. Doti d’antant, sconosciute alle signore moderne che usano il belletto al posto del cervello e le unghie in luogo del cuore.
Lilia sapeva tacere quando occorre.
Ora era in religioso silenzio dinanzi al suo poeta.
Non voleva suggerirgli uscite, non voleva vederlo assonnato o triste.
Avrebbe voluto scacciargli dal viso gli spettri di ogni complicazione. Spiegargli quanto è facile l’amore, quanto è meravigliosa una scoperta. Ma sapeva di non potere.
Doveva solo attendere, col cappello di traverso e le gambe accavallate come in un labirinto.
Vladimir, il suo Vladimir, avrebbe trovato il filo che conduce.
Aveva fiducia sconfinata nelle sue possibilità. Si diceva – può anche passeggiare ore lungo la Moscova senza sapere cosa, ma al ritorno scriverebbe di certo un pezzo di evidenza inquietante -.
Va a casa dell’amato. Siede sulla sedia di molti amplessi consumati dopo cena. Il suo gesto è naturalmente elegante. La sua parola suggerisce strade meno tortuose al pensiero oscurato di Vladimir. Lei tenta. Tenta sempre. Non è donna da arrendersi.
Le sue molti ostinazione le hanno permesso di lasciare la casa materna, un quasi postribolo in via Marcicaje, di studiare, di potere comprare vestiti e scarpe di lusso. La sua ostinazione le ha permesso di amare il poeta delle rivoluzioni, rivoluzionando essa stessa la sua vita. Si è inventata per lui.
Ha inventato Lilia.
Vorrebbe stringerlo al petto, mettergli in bocca un fuoco che divora senza consumare, urlargli un pensiero che non traballa come le gambe del tavolo di là in cucina.
Troppo pericoloso farci sopra l’amore. Si rischia di capitolare. Senza concludere.
Lily era preoccupata. Quando osservava Vladimir allontanarsi in quello sguardo che separa, provava una rabbia sorda e una tristezza feroce come la caduta di una rondine.
I corpi attraversati, la lontananza subita, la disconoscenza delle reciproche anime, li aveva forse segnati più dell’inevitabile?
Lei non lo credeva possibile.
Si sa, le donne hanno una fiducia incrollabile nell’amore. Più che nell’amato.
Lilia aveva fiducia in entrambe le cose.

-Ti voglio così bene, ti voglio così tanto, che tutte le mie parole mi paiono inutili cliché stampati sul retro della tua camicia. Mi volti sempre le spalle -
-Dannazione Lily, ma che vuoi? Disfi e poi costruisci. Pretendi di divenire l’aracne della mia anima? Oh, pardon. Tu non pretendi mai nulla. Tu sei. E basta.
Ora aspetta. Sono troppo stanco per l’amore. Troppo stanco per la pace. Troppo stanco per pensare -.

Lilia ha il volto rivolto verso la finestra.
Sorride. Come sempre le accade. Sorride anche dinanzi ad un incendio.
Improvvisamente ricorda certe sere d’estate in cui l’afa si appiccica addosso come una carta velina sull’umido. Ricorda che con quel caldo non era facile amarsi. Ci volevano più polmoni. Più pressione arteriosa. Il cuore pulsava il doppio.
V’era qualcosa di buono però. Il sudore.
I corpi sprigionavano un sudore che scivolava su tutta la pelle come una nebbiolina leggera, appena una rugiada madida di calori.
Ricordava la sensazione carezzevole dello strusciamento bagnato che davano le cosce a contatto, le mani sulla pelle.
Certi odori non sono odori. Sono solo una sensazione.
A Vladimir ora non potevano interessare certi ricordi.
Il presente lo premeva come un ladro alla porta.

-Ti faccio un caffè. Sempre meglio che stare qui a non guardarsi negli occhi.
-Fa ciò che vuoi. Tanto non mi importa. Sei nervosa? Triste? -.
-Ma no. Sono serena. Sai cosa significa starti accanto ora?
E’ come sfogliare la più dolce delle banane, petalo a petalo.
Spogliare la polpa dal succo, mischiare l’ansia col compiuto.
E non avere più fretta, perdersi in un abbandono che non ha il domani in tasca, che non rassicura.
E’ come trovarsi su un bilico di sabbie, scendere le scale di spalle.
E’ come avere mani per toccare e potere solo guardare.
E’ come rovistare con le dita in una ferita.
E spruzzare di sete il letto asciutto della mia gola vuota.

Cos’è per me amare oggi?
E’ restare.

Vladimir la guarda dritto negli occhi. Resta alcuni minuti in silenzio.
-Ora fammi quel caffè. 

 
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Bilanciata sui tacchi

Post n°68 pubblicato il 02 Agosto 2006 da majakowskij
Foto di majakowskij

Quando monta la tua arrabbiatura le schegge verdi dei tuoi occhi si accendono come braci.
Sembri una veggente rapita nelle sue visioni, ossessive e bugiarde.
Allora ti profondi in discorsi rapidi e senza interruzione, parole che procedono al ritmo di onde viscose. Credi di travolgere gli altri, per prima travolgi te stessa.
Il tuo masochismo non ti abbandona.
Come se la bellezza dell’amore non fosse qualcosa di distaccato, di separato, di slegato e di autonomo, indipendente dagli umori e dalle contingenze del tempo. Agisci, al contrario, come se l’amore dovesse per forza di cose confrontarsi con l’inevitabile miseria umana, quasi sopportare il peso di una ineluttabile angoscia.
Di fronte a ciò l’amore non si mantiene intatto e indomito, ma si consuma e non ha diritto di chiamarsi incanto.

 
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MAJAKOVSKIJ

Post n°67 pubblicato il 27 Luglio 2006 da majakowskij
Foto di majakowskij

Il poeta della rivoluzione aveva un cuore nero di cenere e un cappotto bordato di rosso. Agitava tamburelli di carta ad ogni sogno nuovo di zecca e cadeva nel vuoto lasciato nel letto dalla sua Lilick.
Il suo suicidio affermava le evidenze: inscenato o autentico?
Il suicidio è un atto letterariamente corretto, politicamente eroico, esistenzialmente scorretto. Marina Cvetaeva dopo l’arresto del marito e della figlia, dopo la deportazione in una sperduta località tartara, senza mezzi di sussistenza, isolata e sola, aveva agito con logica disperazione.
Esenin aveva scritto i suoi versi ultimi col sangue delle sue vene tagliate via:
In questa vita morire non è nuovo/ ma di certo non lo è neppure vivere.
Majakovskij scrive correggendo Esenin e la sua fine: In questa vita non è difficile morire/ Vivere è di gran lunga più difficile.
Lilja Brik, amante di Majakovkij, e poi suo eterno punto nel vuoto, restò accanto al poeta dopo la fine della liason erotica con l’uomo. Ella scrive nelle sue memorie:
L’idea del suicidio era la malattia cronica di Majakovskij”… Nel 1916 una mattina presto mi svegliò una telefonata. La voce bassa, cupa di Majakovskij: «mi sparo, addio Lilick». Gridai: «Aspettami! », mi gettai addosso qualcosa sopra la vestaglia, mi precipitai dalle scale, implorai, incitai, tempestai di pugni la schiena del vetturino. Majakovskij mi aprì la porta. Nella stanza sul tavolo c’era una pistola. Disse: «Ho sparato, cilecca, non ho provato un’altra volta, ho aspettato te».
Osip Brik disse a proposito del suicidio del poeta: Le persone non si suicidano per due ragioni: o perché sono più forti delle contraddizioni che le lacerano o perché in generale non hanno alcuna contraddizione”.

Majakovskij era forse giunto in un punto in cui la lacerazione era troppo profonda e la dominazione impossibile. La difficoltà di amare e di essere amato, l’impossibilità di una comunicazione autentica, emergono nelle sue liriche amorose in uno scontro tra l’impossibile possesso e l’impossibile eternità di un sentimento.

TU

Poi sei venuta tu,
e t’è bastata un’occhiata
per vedere
dietro quel ruggito,
dietro quella corporatura,
semplicemente un fanciullo.
L’hai preso,
hai tolto via il cuore
e, così,
ti ci sei messa a giocare,
come una bambina con la palla.
E tutte,
signore e fanciulle,
sono rimaste impalate
come davanti a un miracolo.
«Amare uno così?
Ma quello ti si avventa addosso!
Sarà una domatrice,
una che viene da un serraglio!»
Ma io, esultavo.
Niente più
Giogo!
Impazzito dalla gioia,
galoppavo,
saltavo come un indiano a nozze,
tanto allegro mi sentivo,
tanto leggero.

 
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