Fino al varo delle legge sull'emigrazione del 1888, l'emigrante era addirittura considerato un soggetto "pericoloso" e il controllo dei suoi movimenti rientrava in una normativa poliziesca di controllo dell'ordine pubblico. La legge riconobbe finalmente la libertà di emigrare.E altrettanto fece poi la Chiesa nel 1900, quando monsignor Bonomelli creò l' Opera Bonomelli una specie di assistenza all'emigrante. Specularmente ne fecero una anche i socialisti creando a Milano la Società Umanitaria. Pro e contro l'emigrazione c'erano dentro sia nelle file della destra come in quelle della sinistra, e questo sta a significare che entrambi i politici non afferravano il problema.Chi invece lo afferrava bene erano gli industriali, i manufatturieri; un po' meno i possidenti agrari che temevano la rottura dei patti colonici, la diminuzione di manodopera e ovviamente l'aumento dei salari.Ma quando ci furono le prime rivolte dei contadini, nel vederne partire un bel po' si rincuorarono. Gli economisti (liberisti) dell'epoca (ma ancora oggi da coloro che giustificano quelle scelte) consideravano il meccanismo emigratorio come un equilibratore nel quadro generale dei mezzi dell'economia, sostenendo che non si poteva tenere il passo con l'incremento demografico nonostante i progressi dell'industrializzazione; che non si potevano creare tanti posti di lavoro quante erano le persone in grado di occuparli. Che l'emigrazione (il riversare il surplus demografico in altri paesi) era insomma una valvola di sicurezza del sistema economico italiano. Ovviamente nemmeno presero in considerazione se era possibile inserire tale surplus nella vita economica nazionale operando allo stesso modo (lasciamo perdere i paesi transoceanici) come gli altri paesi europei, che si avvantaggiarono di questa manodopera, non perchè erano carenti demograficamente, ma perchè i nostri emigranti procuravano una fonte di non indifferenti profitti a determinati settori economici; che così si avvantaggiarono enormemente fino al punto di avere un surplus non di uomini, ma nella produzione, che potevano così destinare all'esportazione nella stessa Italia, carente perfino di derrate alimentari sia nel primo periodo come nel secondo (e questo in un paese ancora essenzialmente agricolo; ma purtroppo carente di mezzi, di risorse e di attenzioni). In Belgio più nessun locale voleva scendere nelle miniere, o in Svizzera a fare il cameriere, o in Francia a fare il contadino, o in Germania a fare il facchino. Così mentre in Italia l'emigrazione provocava degli squilibri demografici e disfunzioni nelle economie regionali e nazionali (con le accennate ripercussioni dopo e tuttora), in altri paesi proprio con gli emigranti italiani venivano riequilibrate tutte le attività economiche della vita collettiva, sempre più interdipendenti i mestieri umili con quelli più qualificati.Se non ci fosse stato il serbatoio della manodopera italiana, per far accettare un posto di spazzino a un locale avrebbero dovuto dargli un salario superiore a un ingegnere, o a un contadino quello superiore a un buon impiegato. Oggi ci è facile capire (chi vuol capire) quel fenomeno; visto che la stessa situazione (questa volta) si presenta all'Italia con l'immigrazione degli stranieri, che non solo si occupano di lavori umili che nessun italiano vuol più fare, ma riescono quelli più validi a calmierare anche i bassi salari in moltissime altre attività perfino professionali. E come ci dicono alcuni politici, allo stato attuale, gli stranieri ci sono necessari, guai se non ci fossero, non saremmo competitivi nelle esportazioni; inoltre i prodotti e i servizi per l'interno costerebbero molto di più. Quello che scoprirono appunto i francesi, i tedeschi e gli svizzeri molti anni prima, e riscoprirono ancora negli anni '50 e '60 quando l'Italia produceva auto e ne esportava il 40 %; loro le compravano ma intanto producevano camion, trattori e infrastrutture. La miriade di grandi aziende agricole nacquero in quei paesi proprio negli anni '50 e '60. Da non dimenticare infine che oltre queste speculazioni calmieratrici abbastanza diffuse nella grande industria italiana dell'epoca, c'erano alcuni settori economici che dagli emigranti ricavavano una fonte di profitto non indifferente; come le banche con gli ingenti movimenti di capitali con le rimesse degli emigranti; poi le compagnie di navigazione; poi le varie agenzie di espatrio e infine tutto quel sottobosco di abusivi (ma anche note società di navigazione) che effettuavano l'esodo promettendo una collocazione nei vari paesi, ma che poi abbandonavano i malcapitati al loro destino; oppure erano loro stessi a curare il rimpatrio di gente che prima di partire aveva venduto casa, campi e bestie per pagarsi il viaggio, e spesso per una destinazione ignota oppure scaraventati su una costa deserta, millantata come l'Eldorado. Per la "Frode in emigrazione", delitto molto diffuso fino agli anni trenta, Mussolini corse ai ripari emanando una legge nel 1931, che condannava da 1 a 5 anni e a una multa salatissima "chi con mendaci affermazioni o con false notizie, eccitando taluno a emigrare o avviandolo a un paese diverso da quello nel quale voleva recarsi, si fa consegnare o promettere somme di denaro come compenso per farlo emigrare"..."...sfruttando l'ignoranza, il disagio economico, o perchè non riesce a trovare in Italia i necessari mezzi di sussistenza e civili condizioni di vita". Se fu emanata questa legge è perché la ignobile truffa di gente senza scrupoli era abbastanza diffusa. Per gli stessi motivi alcuni provvedimenti li avevano presi nel 1917 già gli Stati Uniti imponendo un controllo sull'emigrazione indiscriminata straniera, vietando l'ingresso agli italiani analfabeti. Poi nel 1921 fu operata una seconda e più energica stretta con l'istituzione del sistema delle quote, che ammontavano a sole 5.790 unità all'anno. Solo nel 1965 una nuova legge americana abolì le quote, che permise a circa 23.000 unità all'anno di sbarcare nuovamente negli Stati Uniti per cercarvi lavoro.Dal sito
http://cronologia.leonardo.it/emitot2.htm