Patchwork

Memoria storica e identità culturale


L'ASSOCIAZIONE SULCITANA D'ARTE CONTEMPORANEA(ASAC)Di Nino Dejosso
                 Si apprezza la città in cui si vive se la si conosce e conoscerla significa anche  tentare di recuperare nella memoria locale ciò che è andato eventualmente perduto, per offrirlo come patrimonio a chi non c'era. Tutto ciò trova un senso in una presa d'atto che ciò che oggi noi siamo ha radici nel passato, e che dimenticare queste radici  può condurre ad un modo di vivere e di pensare privo di riferimenti nel quale le relazioni tra persone sono determinate solamente da necessità o da convenienza. Il non far memoria di questa identità culturale può portare all'individualismo ed alla fuga dalle aggregazioni e di conseguenza alla dequalificazione della vita. Ho voluto fare  queste riflessioni come protagonista e testimone dell’operato dell’Associazione Sulcitana d’Arte Contemporanea (ASAC), le cui ricerche e le cui elaborazioni chiedono oggi adeguati spazi culturali d’integrazione e di cittadinanza. Ritengo
che la conservazione e la tutela delle opere e del contributo di idee di questa Associazione, attiva dal 1960 al 1985, sia compito istituzionale e prioritario del Comune, anche perché pur essa,unitamente ad altre valenze di tipo archeologico o minerario,concorre nel suo piccolo all'individuazione e alla valorizzazione dell'identità stessa della città. E questo perchè la conservazione della memoria storica non sia più solo un dovere civile e neppure un semplice, sia pur legittimo, bisogno collettivo, ma diventi una vera e propria risorsa comune, che va doverosamente conosciuta per essere giustamente riconosciuta e apprezzata. In tal senso mi auguro che questo scritto possa rappresentare il primo passo conoscitivo e d'approccio verso espressioni culturali certo non meno importanti e valide di quelle di oggi solo per il fatto di essersi sviluppate oltre vent’anni fa ed essere poi cadute, o essere state lasciate cadere, in una sorta di malinconico silenzio. Quella dell’ASAC è stata un’esperienza ancora oggi validissima, sempre in grado di fornire ai giovani l’esempio di come pur nel pieno rispetto della specificità dei  singoli sia possibile mettere insieme le risorse di ciascuno per dare vita ad una unità ideale e d’intenti capace d’incidere sulla crescita della comunità  alla quale ciascuno deve portare la testimonianza del contributo delle proprie capacità, della propria intelligenza e del proprio mondo di moralità e di valori. L'esperienza
c’insegna che il mondo giovanile è a disagio per una crisi profonda d’identità e di radici. Si ha fame di memoria storica, non per una sterile nostalgia del passato, ma perché essa orienta una visione positiva della vita e dei rapporti umani, educa alla convivenza pacifica e ad avere dei punti di riferimento dai quali partire per continuare a costruire dove altri hanno già terminato il loro lavoro. Memoria e identità sono due termini che affondano le proprie radici nel territorio che sta intorno a noi  e con il quale noi interagiamo, ma costituiscono anche il consolidamento di un circolo di legami e di relazioni affettive che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle e che ci sono state trasmesse attraverso le esperienze maturate da chi è vissuto prima di noi. Memoria e identità rappresentano, quindi, anche un bagaglio di esperienza e di cultura che ereditiamo da un passato che non abbiamo vissuto direttamente, ma che tuttavia ci pervade e ci condiziona più di quanto non sia credibile e immaginabile. Ecco perché è di fondamentale importanza andare alla riscoperta, alla valorizzazione e alla conservazione dei segni del passato. E nel campo delle arti,  sia che si tratti di una pennellata di colore o di materia viva plasmata dalle mani dell’artista, sia che si tratti di un fotogramma o anche di una semplice parola,  ogni segno racchiude infatti, nel suo linguaggio specifico, un significato e un messaggio altrettanto specifici e particolari e ogni segno rappresenta uno strumento ineguagliabile per dilatare il codice di comunicazione della sensibilità che ogni operatore artistico possiede e che vuole riuscire a trasmettere in chi, nell’oggi o nel domani, osservi e cerchi di comprendere le sue creazioni. Nei  racconti  “graffiati” con arte  su  tele,  cartoncini, lastre,  bronzi, marmi ed alabastri e cartoline ingiallite dal tempo, modernissimi “file” o vecchi quaderni sgualciti, vetuste pellicole o sofisticati supporti digitali, in ciascuno di essi  si fondono invariabilmente i tratti di un “vissuto” esistenziale che parla ancora un linguaggio a noi familiare,in ciascuno di essi traspare e si esalta l’infinito che ogni artista si porta dentro, in ciascuno di essi si fissano i punti di  sofferti monologhi  interiori,  si  denunciano  le  contraddizioni  della realtà,  le  emozioni si  trasformano  in  colore, in luci e in suoni, i sentimenti si  fanno segni e forme Accingiamoci quindi a scrivere di questo ritorno al passato, di questo ripensare e rimeditare il
passato, ma non prima di chiederci cosa voglia dire “ricordare”. E io penso che ricordare il passato  non significhi tanto il ritornare a riviverne notarilmente ogni attimo, quanto piuttosto selezionarne attraverso degli abili stralci i momenti più importanti e più significativi. Se mi si passa la battuta, ricordare tutto oltre che inutile sarebbe anche patologico. C'è un racconto di Borges molto bello che si chiama "Fugnès el memorioso". "Fugnès el memorioso" è un uomo che non può dimenticare nulla e poiché non può dimenticare non ha ricordi, ma ha una folla sterminata di cose che gli uccidono la mente e gli uccidono il cervello. Quindi, se non c'è dimenticanza, non c'è neppure memoria, c'è soltanto questa specie di cosa spaventosa che sarebbe il ricordare tutto. Ma non è certo il nostro caso, perché noi ai nostri ricordi non vorremo rinunciare mai.•     
   Ho conosciuto Vittorio Maccioni nel 1955, quand’ero poco più che un ragazzo e rimasi profondamente e anche positivamente colpito dal carattere aperto e socievole, ma anche dalla maestria con cui questo giovane riusciva con pochi tratti di carboncino a cogliere le fattezze di chi occasionalmente si prestava a fargli da modello. Vittorio era stato colpito fin da bambino da un devastante male che lo aveva costretto a vivere in carrozzella, e ogni giorno sostava davanti alla porta della sua abitazione, dove accettava di chiacchierare con i passanti che gli si avvicinavano volentieri, anche per osservare e apprezzare la sua abilità di ritrattista. Da allora incominciai a frequentarlo abitualmente e negli anni successivi riuscimmo a costruire e a consolidare un bellissimo rapporto di solidarietà e di amicizia.La sua casa era frequentata da molte altre persone, una umanità molto variegata che contribuiva a creare un clima di vivacità e di allegria in uno spazio nel quale alla fine tutti, incontrandosi e conoscendosi, finivano inevitabilmente con il diventare amici, dando alla conversazione ciascuno il contributo che derivava dalle proprie competenze, dal proprio carattere, dalla propria esperienza di vita. Quando si era da lui non ci si annoiava mai, e il via vai continuo favoriva le nuove conoscenze, sviluppava nuovi interessi e teneva lontana la noia. Ma ciò che ancora mi porto nelle narici è il sentore caratteristico che mi accoglieva appena varcavo la soglia della sua casa. Un sentore fortemente aromatico di colori a olio e di essenza di trementina conferiva a quel luogo l’atmosfera tutta particolare dell’atelier nel quale l’artista costruiva il proprio mondo, a mezza strada fra la realtà e la fantasia, fra il sogno e l’immaginazione. E poi, lentamente, questo piccolo universo si andò arricchendo della presenza di chi aveva incominciato a frequentare Vittorio spinto solo dalla propria passione per la pittura.        Quando Mauro Scarteddu fece le sue prime apparizioni, egli era ancora un ragazzino quattordicenne, certo alquanto intimidito dagli oltre dieci anni di differenza rispetto a Vittorio che allora di anni ne aveva 24. E per lui, che già era appassionato di disegno, e che aveva in mente solo la pittura a olio, trovarsi davanti a un vero pittore fu certamente un qualcosa di straordinario se non addirittura di “magico”. Arrivarono appena qualche anno dopo Claudio Olla e Pino Pitzolu. Meditativo e posato il primo, estroverso e disinibito il secondo. Ambedue allievi del Liceo Artistico di Cagliari. Alla piccola compagine di amici si aggiunsero successivamente Luigi Angius e Ielmo Cara e Antonio Casu. Luigi era un artigiano, falegname ma anche abile intagliatore di cassepanche sarde, che per passione aveva
iniziato ad andare alla ricerca di tronchi o di radici ai quali la natura avesse stranamente conferito delle fattezze che, magari opportunamente ritoccate, potevano richiamare l’idea di determinate figure. La lavorazione del legno per trarne delle opere originali iniziò successivamente. Ielmo Cara  si dedicava inizialmente al “monotipo”, all’incisione su legno e linoleum e infine incominciò anch’egli a prediligere la pittura. Antonio Casu era un esperto saldatore e lavorava come istruttore nei corsi dell’INAPLI. I suoi erano lavori in ferro, inizialmente con la produzione di oggetti bidimensionali e successivamente basati sulla lavorazione di sottili fili di ferro capillarmente intrecciati con la saldatura a formare l’immagine dei suoi ormai ben conosciuti e apprezzati cavalli. Io mi dedicavo all’incisione su linoleum, ma, soprattutto, m’interessava la critica d’arte e, nel gruppo, mi era stato chiesto di scrivere le presentazioni in catalogo delle varie mostre che l’Associazione organizzava con sempre maggiore frequenza.Con l’arrivo dei nuovi amici l’atmosfera si arricchì di nuove importanti e positive valenze. Non si frequentava più Vittorio solo per fare quattro chiacchiere e una partita a carte accompagnati da un buon bicchiere di birra, non si andava più da lui solo per vederlo lavorare e per portare la nostra solidarietà a un amico meno fortunato di noi, ma al quale la natura aveva fortunatamente conferito la capacità di realizzarsi attraverso la pittura. Con l’arrivo degli altri si incominciò a parlare di arte, si incominciò a cercare di capire quello che in passato era stato tenuto in conto di arte e che cosa, come “aspiranti artisti”, ciascuno di noi pensava di dover fare per fare anche lui arte. Era diventato importante comprendere da quale momento storico partire, ma era diventato importante anche comprendere come si faceva arte intorno a noi e lontano da noi. Intorno a noi, a Carbonia, non c’era nulla e sapere ciò che accadeva lontano da noi rappresentava un problema perché attingere le informazioni in quel periodo era estremamente difficile. Mancava un adeguato livello di informazione e di comunicazione. C’erano però già le dispense, edite dalla Fabbri,  che riportavano vita e opere di grandi artisti e queste dispense, che Vittorio aveva, vennero avidamente divorate e discusse da tutti noi. Le dispense incominciavano da molto lontano, ma noi  partimmo dall’Impressionismo, soprattutto per ciò che agli occhi di noi, giovani moderni e di belle speranze, l’Impressionismo rappresentava, e ciò,  non per dilungarmi, ma per chiarezza, merita alcune semplici righe di commento.La vicenda dell’Impressionismo è quasi una cometa che attraversa la storia dell’arte, rivoluzionandone completamente soprattutto la tecnica. Dura poco meno di venti anni: al 1880 l’impressionismo può già considerarsi un’ esperienza conclusa. Esso, tuttavia, ha  lasciato un’ eredità con cui tutte le esperienze pittoriche successive hanno dovuto fare i conti e figuriamoci se a non farli avremmo potuto essere proprio noi. E intanto l’esigenza di partire urgeva in tutti, ma non c’era tempo per partire da troppo lontano. Non è azzardato dire che è l’Impressionismo ad aprire la storia dell’arte contemporanea. E ciò che avremmo dovuto farlo noi, per noi l’avevano già fatto gli impressionisti. L’Impressionismo non nacque dal nulla. Esperienze fondamentali, per la sua nascita, sono da rintracciarsi nelle elaborazioni pittoriche della prima metà del secolo: soprattutto nella pittura di Delacroix e dei pittori inglesi Constable e Turner. Tuttavia, la profonda opzione per una pittura legata alla realtà sensibile, portò gli impressionisti, e soprattutto il loro precursore Manet, a rimeditare tutta la pittura dei secoli precedenti che hanno esaltato il tonalismo coloristico: dai pittori veneziani del Cinquecento, ai fiamminghi del Seicento, all’esperienza degli spagnoli Velazquez e Goya. Partendo dagli Impressionisti potevamo quindi partire assolutamente tranquilli e, sia pure con un diverso obiettivo, si decise di partire dal concetto di plein air, tanto caro agli impressionisti. Fino a quel momento l’attività di Vittorio Maccioni si era sviluppata intorno al ritratto “dal vero”, con una pittura ad olio che nelle “mattonelle” riprendeva la tematica dei costumi sardi di Pernotti, stampati allora sulle cartoline, e nei quadri riprendeva soggetti di carattere agropastorale oppure dava ampio sfogo alla raffigurazione di tramonti e di
paesaggi marini, prevalentemente frutto della sua fantasia più che della sua osservazione diretta. Tra gli amici di Vittorio,ma anche in lui stesso, nel gruppo di quelli che erano appassionati di pittura come Pino Pitzolu, Mauro Scarteddu e Ielmo Cara, nacque allora l’esigenza di uscire, di andare all’aria aperta, di lavorare “en plein air” con lo scopo dichiarato di acquisire, fondamentalmente,  la tecnica del disegno, con particolare attenzione allo studio della prospettiva, delle proporzioni e dei volumi. Ma c’era anche un altro scopo in tutto ciò, non meno importante e non meno ricco di significati. Si stava insieme, e insieme si condividevano letture, ascolti di musica classica e sinfonica, facendolo per il puro e semplice piacere di stare insieme, di ritrovarsi e insieme poter condividere emozioni e sensazioni,rendendo sempre più saldi i legami e cementando così sempre di più il gruppo.Si andava un po’ dappertutto, ma soprattutto si andava alla ricerca delle immagini della memoria. Antiche case, pozzi di miniera dismessi, stanchi vagoni ferroviari su binari morti, scorci di paesaggi bucolici e marini. Da Serbariu a Fluminimaggiore, da Barbusi a Medau su Re, da Is Gannaus a Sant’Antioco, da Is Urigus a Teulada gli appunti di ciascuno si andavano sempre più arricchendo di quel patrimonio di immagini, corredate da annotazioni di carattere tecnico sulle luci e sulle ombre, che poi ciascuno sarebbe andato via via selezionando per trasferire sulle proprie tele emozioni e sensazioni vissute insieme, ma interpretate da ciascuno con una impronta sempre più “intima” e più  personale. I lavori realizzati erano poi oggetto di discussione da parte di tutti e molto importante era il giudizio di Vittorio, al quale venivano oggettivamente riconosciuti meriti allora indiscutibili. C’erano in tutti una grande maturità  e una grande onestà intellettuale. Non trasparivano ostilità e invidia reciproca, ma solo il desiderio di osservare e di capire se nel lavoro degli amici si andava delineando e intravvedendo quella “cifra” tecnica che potesse presentarsi come distintiva della personalità di ciascuno. Ciascuno aveva individuato nella cultura dalla quale si era partiti i propri punti di riferimento e li lasciava chiaramente intravvedere in ciò che faceva. Ma ciascuno di noi,chi era? Cos’era? Cosa sarebbe diventato?     
   Oggi non è certo possibile capire se la vita dei singoli fosse stata diversa, senza quel lunghissimo incontro, ma certamente l’esperienza di quegli anni ha fatto “crescere” ciascuno di noi, lo ha fatto maturare nella consuetudine della ricerca, del dialogo nel confronto, lo ha motivato a indagare nella propria coscienza per comprendere la realtà più intima del proprio “io” e per cercare di esaltarne gli elementi positivi nello sforzo di affermare, anche attraverso un minimo di competizione basata su di un sano egoismo,  i propri convincimenti, le proprie scelte e le proprie aspirazioni, senza per altro voler mai prevaricare da parte di qualcuno a danno degli  altri.[ll materiale figurativo, presente nel post,  fa parte della mia produzione, ma io mi sono soprattutto occupato di incisione su linoleum, e con finalità più "sperimentali" che artistiche]