IL RAMO RUBATO

... e ogni giorno, avidamente, il mio lato oscuro cresceva, cresceva, cresceva...

 

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ULTIMI COMMENTI

AREA PERSONALE

 

 

Il ritratto ovale

Post n°108 pubblicato il 19 Maggio 2019 da il_ramo_rubato

Parli per immagini. Vedi cose che mai io vedrò. Io possedevo la magia della parola, l'ho annebbiata nel nulla per sfuggire al dolore. Ma custodisco ancora dentro di me la tua parte fragile. Quella che cerca il padre, dopo tanti anni, e non lo troverà mai. Ascoltami. Non ti ho abbandonato. Ti leggo una nuova volta il ritratto ovale. Ascolta la mia voce, come se fosse una musica. Ti rassicurerà. Volevo raccontarti una favola, come se tu fossi mia figlia. Ma ero così stanco che le parole si inciampavano nel buio. Respiravo le tue paure, quella notte. Io sono la maschera di ciò che cerchi. Io sono quel senso ultimo che ti sfugge. La tua paura di essere amata. Di lasciarti andare lontano dalle tue vergogne e dalla paura degli altri. Si. Lo so. Ora sei un'altra e io ho perduto quella maschera. Il mio inganno è stato rivelato. Tu mi hai tirato tutte le coltellate che avevi nel polso. Ma io ti leggo ancora quelle parole in una casa di altri tempi. Le nostre vite si intrecciano per l'istante di un ricordo. E io ancora sento. Respiro ciò che sei. E godo del male, atroce e gelido, che si annida nel tuo cuore. 

 
 
 

Nell'angolo più nero

Post n°107 pubblicato il 05 Aprile 2019 da il_ramo_rubato

Vieni.
inseguimi tra i cunicoli della mia mente.
Tasta al buio gli spigoli acuti delle mie paure.
Trovami nell’angolo più nero.
Osservami.
Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dai miei vestiti.
Io ti seguirò.
Ovunque

– Saffo –

 
 
 

IO, DIO -1-

Post n°106 pubblicato il 26 Novembre 2018 da il_ramo_rubato
 

IO, DIO

“In principio creai il cielo e la terra. La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano l’abisso , mentre il mio spirito aleggiava sulle acque. Io dissi “Sia la luce” E la luce fu. Vidi che la luce era cosa buona, e separai la luce dalla tenebre. Chiamai luce il giorno e tenebre la notte.

 

Indugi tra i Batticuori e i Buongrano. Ti osservo rimanendo alle tue spalle. Penso intensamente “Scegli quelli al cioccolato”. Tu subito prendi quelli. “Bene”. Avanzi per i corridoi del supermercato. Cammini leggera. Hai la vita sottile e il naso leggermente arcuato, esattamente come piace a me. Ti ho scelta per la tua eleganza. Indossi un abito bianco, lungo, la tua veste sacrale. Sento in te purezza, determinazione. Tu sei perfetta. Respiro la delicata scia di profumo che lasci dietro ai tuoi passi. Lavanda. Mi manda in estasi. Con raccoglimento penso “fermati”. Esattamente in quell’istante ti fermi. Io penso “Brava. Ora voltati e guardami. Sono alle tue spalle.” Indugi. Io aspetto. Senti i miei pensieri e ti domandi cosa ti sta accadendo. “Conto fino a cinque. Uno. Due. Tre. Quat...”. Non arrivi al cinque. Non mi piace aspettare così tanto. Mi guardi. Ti guardo. Mezzo secondo, poi ritrai la vista. Mi hai visto. In quella frazione di secondo hai accettato di diventare mia.

Accendo e spengo le stelle come fossero fiammiferi. Le lancette del mio orologio disegnano l'eternità.


Esci dal supermercato con il carrello. Osservo l'ondeggiare mistico del tuo sedere. Ti porti alla tua macchina. Penso “Guardami”. Intanto mi siedo al tavolino del bar davanti al supermercato. Ordino al barista due caffè. Per te lo prendo macchiato. Penso “Ora vieni da me”. Se io fossi pazzo in un istante potrei diventare il monarca supremo del mondo. Ma io sono Dio. Nulla mi importa del potere e della grandezza, poiché nessuno è più grande di me. Io vedo ogni cosa, passata e futura. Io parlo e ascolto con la mente. Posso essere una buona ragione per vivere, o una altrettanto valida per morire. E oggi ho deciso che ti farò mia.

Partecipo dell'Universo anche nel gesto della più piccola formica. Ho disegnato questo mondo per abitarlo. Da oggi e per sempre io, per te, sono Dio

Mi guardi. Depositi la spesa in auto. Poi chiudi lo sportello. Subito ti dirigi verso di me con un’aria di circostanza. Ti fisso mentre ti avvicini con discrezione. “Mi scusi. Capisco che le potrò sembrare sfacciata. E non la voglio certo importunare”,mi dici. Annuisco, senza curiosità. Non mi serve certo la voce per parlarti. Il barista mi porta proprio in quell’istante i due caffè. Ti faranno sentire a tuo agio. “Si accomodi” ti dico. “Per lei macchiato, vero?” Ti blocchi. Sei sorpresa. Non capisci cosa ti sto dicendo. Poi sorridi come se fossi stupita. Rimani in silenzio. “Si... macchiato... Grazie... Molto gentile”. Sorrido. Penso “Siediti”. Ti siedi.

Io sono Delirio e Verità. Infinito e infinitesimo. Pace assoluta e assiduo combattimento.

Mi senti. Ma non hai ancora il coraggio di ammetterlo a te stessa. Datti tempo. Capirai. Ascolto la scusa che hai pensato.“Io.. Io credo di conoscerla. Sa… Prima l’ho vista, al supermercato e mi sono detto certa di averle parlato in passato, da qualche parte. E forse ho capito anche dove…”Annuisco, senza pronunciare nemmeno una sillaba. Ti guardo. Rimango in attesa che tu prosegua. Porto il mio sguardo sul tuo seno che affiora nelle sue prosperose forme attraverso la camicetta. Arrossisci. Con la mano fai il gesto di chiudere. “Mi sono convinta che lei sia una persona che ho conosciuto otto anni fa a Reggio Emilia. Facevo la tesi all’ospedale giudiziario e ho trascorso lì qualche settimana.”


Io sono ovunque. Non solo qui. In ogni galassia. In ogni istante del tempo. Io sono ovunque e per sempre.

Penso “Togli la mano”. La togli. “Ora appoggia la mano sul tavolino.”.Appena lo fai, te la prendo. Vibri. Non ti opponi. La testa ti sta girando e i tuoi sensi si sono accesi. Mi stai sentendo, e ti sto ubriacando di me. Il pulsare del tuo cuore mi attraversa. “E’ possibile. Io sono sempre in giro per lavoro. Può anche darsi che io sia stato pure lì”. Penso“ Ora allarga le gambe”. Apri gli occhi in preda allo stupore, come a chiedermi “Qui? Davanti a tutti? Siamo in un bar!”. Penso“Uno. Due. Tre...”Non mi fai arrivare al quattro, questa volta. Obbedisci. “Nessuno ci sta vedendo. Fidati di me e lasciati fare tutto.” Infilo la mia mano sotto la tua gonna. Sollevo con l'indice le mutandine poi metto le dita in mezzo. Voglio sentire quanto sei bagnata. Infilo una falange del medio tra le tue labbra. Lo sei moltissimo.

Ogni mio pensiero è imperativo. Ogni mio capriccio è legge. Io sono caos primordiale di tenebre e di luce.

Sei immobile mentre tolgo la mano. Sei rossa come un peperone. Sei ammutolita e ti guardi in giro. Nessuno ci ha visti. Senti di aver perso il controllo della situazione. Hai paura di me. Ti alzi indispettita.
“Forse è meglio che io vada via. Mi sono ricordata che ho un impegno oggi pomeriggio”
Penso“ Torna indietro e siediti” Esci dal bar. "Uno. Due. Tre." Rieccoti qui. Mi guardi con occhi enormi. Prima di sederti mi rimproveri severamente: "Lei non si deve più permettere". Annuisco, sorridendo. "Mi dica. Cosa si ricorda di me?" Ti torni a sedere. " Lei si chiama Marco Petrai, era uno dei pazienti più interessanti. In carcere la chiamavano "God". Al tempo era convinto di essere Dio. Le ho fatto una lunga intervista. Sul suo caso ho fatto la mia tesi di laurea. E' sicuro di non ricordarsi di me?"
“Mi segua a casa mia. Desidero mostrarle alcune cose.” Il tuo cuore inizia a battere all'impazzata. Non riesci a dirmi in alcun modo di no. Mi alzo e sorrido."Prego. Dopo la riaccompagnerò qui".

Percepisco ogni tuo respiro. Ogni movimento invisibile. Ogni parola non detta.

Rimani in silenzio durante il tragitto. Ti vergogni di essere qui. Sei disorientata. Hai lo stomaco in subbuglio, ma al tempo stesso sei morbosamente attratta dalla capacità di importi la mia volontà. C’è qualcosa di soprannaturale in questo magnetismo, pensi. Non lo sai che la telepatia, da sempre, è il linguaggio più profondo con cui comunicano gli amanti? Guardo dentro di te. Ripercorro ogni giorno della tua vita. Mi annoia questo silenzio. Penso “Fammi una domanda”. 
Ti volti verso di me. “Posso chiederle dove stiamo andando?” Nella tua voce c’è un filo di impazienza e di insicurezza che mi manda in erezione. “No. E’ una sorpresa”. Volti la testa. Guardi fuori dal finestrino. Non riesci più a sostenere il mio sguardo. Ma dovrai farlo.
Sono oltre venti minuti che siamo in macchina assieme. Siamo usciti da Bologna e ti sto portando lungo l’Appennino. Metto la freccia e incanalo la macchina lungo una stretta stradina. Entriamo nel bosco. Avverto in te paura. La strada diventa sterrata. Terrore. Ansia. Paura di morire Ascolto il tuo cuore che accelera come se fosse musica. Hai voglia di scappare via. Intanto la mia essenza si espande all’infinito. 

Abito i tuoi ricordi. Cammino sul fuoco dei tuoi pensieri. Tengo la briglia della tua mente mentre cammina verso un burrore. 

Entro nella tua mente. Emerge un ricordo. Un’estate tuo cugino Mario ti aveva portato nel bosco. Quando eravate stati sufficientemente lontani da tutto, gli avevi detto che ti scappava la pipì. Lui aveva risposto che anche a lui scappava e che potevate farla assieme. “Ma tu devi essere scemo!” Gli avevi risposto. Ti vergognavi e avevi iniziato a ridere. Era la stessa vergogna che provi oggi. Una specie di blocco mentale da superare. Lui non aveva aspettato un secondo e lo aveva tirato fuori. Era enorme. Non ne avevi mai visto uno. Lo avevi fissato in silenzio per qualche secondo. “Dai. Calati le mutande. Devi farla anche tu, la pipì”. Il cuore ti batteva all’impazzata, esattamente come oggi. Gli avevi risposto di no. Ma subito dopo, senza capire il perché, avevi alzato la gonna e avevi calato le mutandine. La avevi fatta davanti a lui. Ti era piaciuto essere guardata. 

Travalico i secoli. Vivo dentro ogni essere. Sono il volto di ogni Dio che popola le culture di tutta l’umanità. 


Guardi fuori dal finestrino. La macchina si è allontanata molto dalla strada. Non fai domande. Pensi a quanto è folle ciò che ti sta accadendo, ma dentro di te sei animata da un fortissimo desiderio di sapere. La curiosità, anche nelle situazioni più assurde, muove le donne più del desiderio stesso. Vedi approssimarsi una grande casa. Accosto la macchina. Mi guardi. Penso “scendi”. Ti guardi intorno. Chiudo lo sportello e ti faccio cenno di venire avanti. Apro la porta e ti guardo negli occhi. Non abbassi lo sguardo. Ma ancora non sai che ciò che troverai in questa casa ti sorprenderà molto. 

Io tutto ho creato. E ora sto creando nuovi mondi. Presto creerò una nuova te stessa. 

Mario a sua volta ti aveva mostrato la mirabilante capacità di gittata di un maschio. E dopo aver fatto pipì, ti aveva detto che i maschi avevano un altro modo di farla. Aveva iniziato ad accarezzarselo velocemente davanti a te, ordinandoti di rimanere a guardare. Dopo un paio di minuti, dalla punta del pene, era uscito un lungo fiotto bianco e denso. Mario aveva trattenuto un gemito e tu eri scappata via di corsa. In tanti anni non avete mai più parlato di quello che era successo quel giorno. Eppure tutti e due ricordate perfettamente ogni cosa.

Ti plasmerò ad immagine dei miei desideri. 

Penso “Appoggia la borsa. Togliti la giacca. Appendila all’attaccapanni”. Esegui tutto come una brava scolaretta, senza bisogno di farmi aprire la bocca.  “Bene. Siamo qui. Che cosa mi doveva fare vedere? Tiro fuori una cartella. E’ quanto hanno scritto di me all’ospedale giudiziario, pochi mesi dopo che sei andata via.

Il soggetto in esame è stato arrestato più volte e, a seguito dell'insurrezione, è da ritenersi pericoloso. Il suo "IO" sempre più ipertrofico ha fatto perdere al paziente il contatto con la realtà. Da tempo egli è convinto di essere Dio. Di essere onnipotente. Di essere il dominatore del mondo. Ma l'episodio dell'insurrezione ha evidenziato quanto possa essere potenzialmente pericoloso. Il personale ha buone ragioni per credere che egli abbia ipnotizzato tutti i pazienti del reparto e abbia organizzato una rivolta che è costata la vita ad un infermiere. Si ritiene necessaria la reclusione in isolamento per le prossime settimane, per evitare 

Alzi gli occhi. Provi ad aprire bocca. “Fermati. Non parlare. Dovrai fare tutto ciò che ti comando. Da ora in poi non useremo più le parole, ma il pensiero.“ Non rispondi. Mi guardi. Sei stupita e terrorizzata. Allo stesso tempo sei eccitatissima.

“Chi sei? Cosa vuoi da me? Come fai ad essere uscito dall’ospedale dopo questo casino”
"Chiudi la bocca" penso "e da ora in poi non aprirla più.

Mi guardi. Spalanchi gli occhi e rimani senza parole, come se fossi paralizzata.La tua bocca è cucita. E non riesci a credere a ciò che i tuoi occhi stanno vedendo in questo momento. 
 
Ho assunto il volto di tuo cugino e ti sto sorridendo. 

Penso "Ora ascoltami. Dovrai fare tutto ciò che ti comando. Per prima cosa spogliati. Subito. Uno. Due. Tre..."


(FINE PRIMA PARTE DEL RACCONTO. IL SEGUITO VERRA' PUBBLICATO NEI PROSSIMI GIORNI)

 
 
 

SANGUE

Post n°104 pubblicato il 09 Ottobre 2018 da il_ramo_rubato

Foto di coltelli e sangue

 

“Entro in un cortile, sono vestito di nero, ho una cravatta da poeta, sotto l’albero chitarre e coltelli, canti che rapidamente interrompe l’aspro vino. E allora aprono la gola di un agnello palpitante e mi avvicinano alla bocca una coppa bruciante di sangue, tra spari e canti e mi sento agonizzare come l’agnello, e, pallido, indeciso, perduto in mezzo all’infanzia deserta, levo in alto e bevo la coppa di sangue…”.
(P. Neruda)

Non avresti mai immaginato che saresti venuta qui veramente. Era un incontro di fantasie. Una specie di gioco malato, come quelli che possono nascere dietro lo schermo di un pc. Hai rinviato un paio di volte, ma oggi invece sei qui, davanti a me. Incredula di stessa. Spaventata e attratta dal pensiero di dove arriveremo.

Io sono il boia che ti conduce al patibolo. Ho combattuto contro il tuo delirio: la mia ragione mi spingerebbe a difendere la tua vita da questo malsano desiderio di distruggerti. Ma già un nutrito esercito di militanti si dedica a questa missione: non dovrà essere la mia guerra.

Nei tuoi occhi c’è l’apparente quiete di chi sta per andare a fare una gita. Questo non è più uno dei tuoi sogni malati. Eppure non è nemmeno realtà. Noi siamo delirio. Hai imbavagliato la Perfettina che dimora in te. Non dovrà parlare. Non dovrà vedere. Non dovrà poter pensare. Oppure griderà. Pensa che tutto ciò che ti farò oggi, stia accadendo in realtà a qualcun’altra. E rimani a guardare, spettatrice e vittima.

Ti dico che ho già trovato una stanza. Lo dico senza sorrisi.  Senza rassicurazioni di facciata. Mi segui, io sono solo lo specchio di ciò che da tempo desideri sperimentare. Volevi fare un viaggio dentro te stessa, quest’anno. Questo è l’inizio. Porti nella tua mano il biglietto di un irreale volo che ti è tanto odiato quanto desiderato. Porto nella mia valigetta da Serial Killer  le chiavi per i bassifondi della tua anima. Puoi essere ovunque e non sei mai felice. Ti porterò là dove ti senti ancora viva. Nell’unico luogo in cui hai modo di essere davvero te stessa, a discapito delle aspettative di tutti quelli che ti stanno attorno e provano a fermarti. Ci fermiamo al bar sotto l’albergo. Voglio darti il tempo di realizzare ciò che stiamo per fare Non mi guardi negli occhi, e io non cerco i tuoi occhi. Fa parte dei nostri patti non scritti. Non prendi niente. Rimani silenziosa al tavolino. Io bevo un caffè. E’ giunta l’ora. Mi segui dentro un palazzo storico. Ed entri con me in un vecchio ascensore in ferro, che mi porta lentamente fino all’inferno del quinto piano. 

Appoggio la mia attrezzatura fotografica e ti dico di spogliarti. Ti togli tutti i vestiti di fronte a me, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Eppure mi dici che sono il primo uomo che ti vedo completamente nuda alla luce. Nemmeno gli uomini con cui hai fatto l’amore ti hanno mai vista. Il pudore che hai non è certo mai stato verso il tuo corpo, ma per qualcosa che la tua mente ha disegnato invisibilmente su di esso, e che tu oggi hai ricoperto con minuscoli cerottini color carne. Guardo estasiato la bellezza delle tue forme. Rimango attonito nel contemplare la magnificenza floreale del tuo sesso. Rigogliosa, vitale, meravigliosamente sproporzionata rispetto al tuo esile corpicino. Dalla borsa del Seriak Killer tiro fuori le lame e te le mostro. Un coltellaccio da cucina. Un cutter. Una lametta da barba. Non sei spaventata. Ti attrae ciò che ti ho mostrato.

Ti bendo gli occhi, e ti faccio stendere sul letto. Amerai il buio, esso accompagnerà sempre le nostre attività ludiche.  Ascolta le mie mani, mia folle compagna di viaggio. Perché esse sono il nostro punto di incontro. Ti muoveranno. Ti accarezzeranno. Ti sevizieranno. Mentre ti accarezzo, dolcemente, nel religioso universo di questa improvvisata sala torture scende il silenzio. Fotografo il tuo corpo nudo e intonso. Ti lego al letto, polsi e caviglie, come se fossi una delle mie amanti. Ti accarezzo con dolcezza, come chi si vuole prendere cura di te. Poi sulla tua pelle senti improvvisamente camminare dolcemente il ferro del coltello da cucina. Minaccia. Ma non taglia. Fa freddo. Ed è un freddo che ti piace.  Senti un fortissimo odore di alcol denaturato e freddo sotto il tuo seno. Sto disinfettando. Il tuo cuore accellera. Il tuo respiro si ferma. Le tue labbra si cuciono e si impongono di non aprirsi, qualunque cosa io ti farò. Senti la tua pelle che si sta aprendo. E il dolore di una ferita. Senti il sangue che fluisce fuori dalle ferite. Avverti pure bendata l’eccitazione nei miei pantaloni, al compimento della tua ferita. Alterno le due lame, all’alcool. Il cutter è più grossolano, fa più dolore, ma non fa quasi uscire sangue. La lametta del cutter è molto più insidiosa. Subito non senti niente, ma dopo un po’ qualcosa brucia, e il sangue fluisce fuori copiosamente. Ti senti fuori da te stessa. Ti senti incredibilmente vicina a te stessa. Nessuno ti aveva mai fatto qualcosa di simile. Nessuno aveva mai voluto giungere fino alle profondità della tua anima. E per un istante, solo per uno, ti senti meno sola. Conficco aghi nella tua pelle, simbolicamente sul tuo cuore. Ma non così in profondità come vorresti tu.

Ti giro di schiena. Le tue natiche incontrano a più riprese la mia cinghia. Rimani in religioso silenzio. Non mi interrompi nemmeno per un minuto.

Ti tolgo la benda. E ti do l’oggetto “misterioso”. Sono due anelli a forma di serpente. Si chiudono mordendosi la coda. Sono il simbolo dell’autodistruzione. Uno è piccolo. L’altro è grande.  Accetta questo tuo anello, amica mia. Ci legherà, e in questo viaggio dovremo essere sempre vicini. Tu hai paura di essere amata. Non spaventarti dell'idea che possa essere il simbolo di un legame amoroso tra noi. E' stato forgiato da una strega. E contiene potente magia. Se hai accettato di farti ferire da me, vorrei che tu lo tenessi come il ricordo del nostro incontro. Io non sono amore. Io non sono per sempre. Non vi è racchiusa alcuna aspettativa: tu puoi decidere di  non vedermi più anche dopo il primo incontro. Ma se mi segui, distruggerò le tue certezze, le tue vergogne.  Ti porterò oltre le rigide sbarre in cui la Perfettina ti ha fino ad oggi rinchiusa. Distruggerò la parte di te troppo rigida e ligia alle regole. Da oggi in poi io sarò il tuo serial Killer. Forse tu, che altrettanto sei distruttiva, un giorno distruggerai le mie certezze. Lo stupido compiacimento per le mie amanti. Le velleità del risolvi-problemi. La mia facciata scricchiolante della persona per bene e affidabile.  Un giorno tu sarai la mia assassina.  Intingo gli anelli nelle tue ferite. E dopo averli bagnati del tuo sangue, li infilo nei nostri anulari.

Ami i tagli che ti ho fatto. Pizzicano. Ma tu nei sei entusiasta. Li guardi con orgoglio. Sento dolore alle schiena e le tue natiche sono a strisce rosse di fuoco. Ma ti senti tranquilla. Mi dici che sei curiosa di sperimentare. Sai che te ne pentirai. Ma non vedi l’ora di proseguire questo viaggio con me, dentro te stessa.

Ti accompagno al treno. Hai problemi a salutarmi. Gli altri non capirebbero, ma io so chi sei. Non sei brava nelle relazioni. Ti sorrido e ti dico di salire sul treno. Nei miei occhi continuano i nostri giochi. Mi domando cosa posso inventare. Mi domando se mi saprò frenare al momento giusto, e se al tempo stesso avrò il coraggio di alimentare questo tuo fuoco. Costruirò universi folli e immorali. Il treno parte e tu mi guardi in silenzio dal finestrino. E’ solo l’inizio del nostro viaggio.

 

 (Il racconto è completamente di fantasia, ed è stato scritto nell'ottobre del 2018)
La foto è un mio scatto di alcuni anni fa. 

 

 
 
 

Nella terra del fuoco

Post n°103 pubblicato il 24 Luglio 2018 da il_ramo_rubato

nELLA TERRA DEL FUOCO

Non hai bisogno di uomini. Puoi avere tutti quelli che desideri, con un corpo come il tuo.

Tu vuoi sentire il fuoco che divampa dentro, e mi chiami ad appiccare un incendio. 
Posso guidarti là fin dove da sola non andresti.  Posso nutrirmi voracemente delle tue follie, mostrandotele.

Desidero portarti in luoghi pericolosi  e oscuri.
Ti terrò per mano mostrandoti le vertigini che portano ai tuoi abissi.

 
 
 
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INFO


Un blog di: il_ramo_rubato
Data di creazione: 28/10/2006
 

IL RAMO RUBATO

Nella notte entreremo
a rubare un ramo fiorito.

Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell'ombra.

Nella notte entreremo
fino al tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.

(P.Neruda)

 
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