IL RAMO RUBATO

... e ogni giorno, avidamente, il mio lato oscuro cresceva, cresceva, cresceva...

 

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Lezione d'amore

Post n°33 pubblicato il 10 Febbraio 2007 da il_ramo_rubato
 
Tag: memoir

immagineNon ti importava quanta assurdità o pazzia ci fosse nelle mie parole. Ne amavi lo spirito libero, ne amavi l'eleganza innaturale con cui le facevo danzare innanzi a te, su quel monitor lontano. Ne amavi l'irragionevole spregiudicatezza. Mi dicevi che mi consideravi il tuo "maestro d'amore".  Ma io di "Amore" lezioni non ne avevo mai date, e non sapevo cosa volessi imparare da me... Eri bella come la notte, elegante e raffinata. Fidanzata da tanti anni con un giovane imprenditore, che più non sopportavi, e che pochi mesi dopo avresti lasciato, corteggiata da mille uomini. Ma in quei giorni io avevo altro per la testa: io volevo soprattutto dimenticare lei.

Avevo il cuore insanguinato, accecato dall'umiliante dolore, infangato da quella gelosia che non si può lavare facilmente. "Lei" era stata la mia compagna di giochi per mesi, ma era bastato il passaggio di un carismatico no-global, perchè lei si allontanasse da me, "confusa". Era un qualcosa che mi prendeva tanto alla radice, da togliermi ogni spiraglio di ragione. E io, ormai, non ci potevo fare assolutamente nulla. Quanto ti scrivevo in quelle settimane, ti appariva così vivo,  proprio perchè lo scrivevo con il sangue.

Ti aveva colpito di me la patentata naturalezza con cui al telefono, ti avevo fatto le più sregolate proposte. Come se ti chiedessi "facciamo una bella passeggiata?". E tu, per fare quella passeggiata, avresti percorso ben 3 ore di treno. Ti vengo a prendere alla stazione. E quando mi rivedi , mi divori con gli occhi. Mi squadri, come se cercassi nei miei occhi il medesimo desiderio. E invece trovi solo lo stesso freddo e inquieto "essere altrove". Stava diventando per te un gioco al rialzo, e presto avresti messo tutta la posta su un piatto di argento.

Ci sediamo su una panchina. Parliamo. Nascondendola un po' con la gamba porti la tua mano sul cavallo dei pantaloni. Sfreghi, con energia, e mi dici maliziosa. "E' il tuo cellulare?". Sorrido.
Qualche settimana prima, passando con un amico per Porto Venere, ti avevo conosciuto. Alla grotta di Byron, davanti ad altre cento altre persone,  mi avevi portato la mia mano in mezzo alle tue gambe, e mi avevi fatto accarezzare. Era quello il tuo modo di farti capire. Semplice ed efficace. Ma quel giorno era tornato il mio amico, e io ero dovuto andare via con lui.
Quello per te era stato l'aperitivo. Ora tu mi chiedevi il pranzo.

Ti prendo per mano, e ti porto verso la macchina. Ti porto lontano da Bologna. Accosto la macchina, dove occhi indiscreti non possono raggiungerci. Cerchi il mio sguardo, mentre sollevi la gonna, e ti sposti di lato le mutandine, con due dita. Tremavi per l'eccitazione. I tuoi occhi si chiudevano da soli per l'emozione. Sorrido. Inizio a toccarti. Dolcemente. Sfioro con grazia quelle labbra che mi offrivi, inumidisco le mie dita su di loro. Sei caldissima, e profumata. Allarghi le gambe. Massaggio tutto il tuo corpo con l'altra mano, percorro di baci il tuo ventre. Intanto, in mezzo ai tuoi sussulti, la mia mano si perdeva nel bagnasciuga della spiaggia a cui mi avevi invitato.
Mordevi le labbra. Guardavi altrove. Era il desiderio che bruciava, e io dovevo spegnerlo...

Porto quel dolce miele verso il solco delle tue natiche e massaggio morbidamente, come di istinto, la dolce cunetta nascosta tra loro. Avanzi con il bacino, allarghi le gambe e ti protendi in avanti più che puoi. Ti piace quello che sto facendo. Gemi forte, ma poi mi interrompi. Sei un fascio di nervi. Non hai mai tradito il tuo ragazzo. Il cuore ti batteva a mille allora. Cosa stavi facendo? Non lo sapevi più nemmeno tu. Eri disorientata. Massaggio il tuo seno, estraggo dai pantaloni quello che, tante notti, con le mani tra le gambe, avevi invocato. Lo accarezzi con la punta delle dita, su e giù, ma non riesci a guardarlo. Guardo i tuoi occhi. Sono ormai tirati, come se fossero vittima di un tic. Per te era diventato un gioco al massacro. Mi chiedi di fermarti. Non ce la fai ad andare oltre. Mi fermo e non forzo. Avevo capito quanta pressione ti avvolgeva in quel momento, e non era il caso di perseverare.

Torniamo a Bologna, ai giardini. Aspettiamo l'arrivo del treno.
Non ci saremmo visti per mesi, forse non ci saremmo visti mai più. Tu lo sapevi e non ti davi pace. Mi hai chiesto di baciarti. L'ho fatto, meglio che potevo. Tu tenevi la lingua molto ritratta, e quando l'ho unita con la mia, l'avevo trovata pressochè ferma, mezza chiusa tra i denti. Era una sorpresa: Avevi 31 anni, e non sapevi baciare.
- Aspetta, guarda. Vieni. Ti faccio vedere come piace baciare a me. Segui la mia  lingua e fai come faccio io - Esegui sorridendo le mie indicazioni, come se fossi un'alunna disciplinata. Lo facciamo, e lo rifacciamo. Ti piace. Ed ha alleviato tutta la tensone che avevi accumulato qualche ora prima. Parliamo, ridiamo. Trascorriamo un paio di ore allegre. Mi parli di Philip Roth, e di Ian McEwan, di cui facevi le recensioni su quei giornali. Li adori, ti rubano l'anima. 

Arriva l'ora di partire, e ti accompagno in stazione. Quando ci salutiamo, al treno, mi dai il bacio nel modo in cui ti avevo insegnato, prima di salutarmi. Sarebbe stata solo quel bacio alla fine, la "lezione d'amore", che ti avrei concesso: un bacio che sanno già dare molte ragazzine a 12 anni, e che nessuno ancora ti aveva "insegnato".
Ma sarebbe stato qualcosa di tuo fin dentro l'anima, perchè quello stesso bacio  lo avrei ritrovato, nello stesso consolidato modo, con maturata consapevolezza, al nostro successivo e fortuito incontro, molti mesi più tardi...

Foto scattata nel dicembre del 2006

Testo scritto a febbraio 2007

 
 
 
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INFO


Un blog di: il_ramo_rubato
Data di creazione: 28/10/2006
 

IL RAMO RUBATO

Nella notte entreremo
a rubare un ramo fiorito.

Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell'ombra.

Nella notte entreremo
fino al tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.

(P.Neruda)

 
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