IL RAMO RUBATO

... e ogni giorno, avidamente, il mio lato oscuro cresceva, cresceva, cresceva...

 

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Come Lei

Post n°71 pubblicato il 05 Ottobre 2008 da il_ramo_rubato
 

(Dedicato a tutti quelli che se ne vanno.
Anzi. No... 
Dedicato a tutti quelli che restano...)

E' tempo di correre. Come una fuga. Perchè la vita non sa aspettare. Perchè l'orologio è più veloce delle gambe.
Non dovevo fissare di lunedì  l'appuntamento con l'avvocato. E' il giorno peggiore della settimana. Il traffico ovunque chiude porte. Miseria, come è tardi! Non ce la farò mai. Odio il lunedi. Odio questo pacco da consegnare. Odio il traffico. La fretta mi mette lo stomaco sottosopra. Tutto va troppo di corsa. Tutto scivola via.
Ecco il parcheggio libero. Ed ecco un deficiente che mi supera e me lo ruba! Guarda che faccia da ignorante! Che hai da guardare, ora? Cafone! Io odio arrivare in ritardo!

Sei come Lei. Ti guardo dal finestrino, sorpreso ma compiaciuto. Lo stesso taglio di capelli scuri. Gli stessi occhi azzurri. Lo stesso naso un po' a patata. Mi guardi, con occhi che fulminano di rabbia. E intanto il mio tempo invece si è fermato altrove. Sto pensando. Sei proprio come Lei, che se ne è andata via per la sua strada. Senza quasi salutare. 

E' tempo di ragionare. Come una partita a scacchi. Ce la puoi fare, Betty. Devi solo rimanere concentrata. Lucida. Macchina in doppia fila. Con le frecce di emergenza. In fondo devo solo consegnare dei documenti. Tanto ci vorrà un minuto. E' come se la vita stesse sfuggendo, mentre io fuggo da lei. Sempre di corsa. Sempre senza pensare. Sempre senza vivere. Entro. Chiedo alla mora che sta in reception dov'è l'ufficio Contabilità? E dai... finiscila dopo quella telefonata. Ti prego! Ecco, brava. Così. Quinto piano!? Grazie. Mi indica l'ascensore, sta proprio davanti a lei. Io odio l'ascensore!

Sei come Lei. Ti appiccichi dentro e non esci più. Impregni di pensieri e desiderio la mia fantasia. Consegno l'integrazione della pratica al protocollo. E' già una settimana che Lei mi ha lasciato. Ed è da un quarto d'ora che tu mi sei entrata dentro. Come una piccola ossessione. Come una ferita appena riaperta. Come un'idea folle che vuole trovare coronamento

E' tempo di non sbagliare. Come un arrivo al fotofinish. Contro me stessa. Contro la burocrazia. Scendo al piano dell'ufficio. Consegno i documenti. Prendo le carte che mi servono. Tiro il fiato. E ora dall'avvocato! Su! Solo venti minuti per attraversare tutta Bologna. Mantengo lucidità. Torno all'ascensore. Canticchio nervosamente per scaricare la tensione. Si aprono le porte. Entro. L'ascensore comincia a scendere. Odio i posti piccoli: mettono ansia! L'ascensore si ferma al quarto piano.

Sei come Lei. Ti si trova ovunque, quando mi vuoi. Ti si trova ovunque, soprattutto quando dovresti essere altrove. Sempre irrequieta. Sempre così di fretta. Irrazionale nel tuo voler essere razionale, proprio come lei. Entro e non ti dico nemmeno buongiorno. Entro e ritrovo in te lo stesso mondo che ho distrutto da poco. Stessa corporatura. Stesso sguardo seducente. Ti guardo negli occhi. Non più del tempo che basta per premere un bottone.

E' tempo di far finta di niente. Come un film già visto: riecco qui in ascensore con me il deficiente del parcheggio. Mi ha fatto i raggi X, e ora mi da pure le spalle. Resto attaccata alla parete, con le mani. Resto distante. Lo guardo, mentre le porte dell'ascensore si chiudono. Dentro gli ascensori si crea davvero una fastidiosa intimità.
No. Di certo non è il mio tipo. Alto. Distinto. Abito scuro. Occhiali da sole. Che ci farà poi con gli occhiali da sole in ascensore? Sorrido. Il suo profumo mi sta entrando nel sangue. Lo stomaco mi si stringe. Sempre con le spalle rivolte a me. Mi ignora, quasi. Mi da fastidio la sua incombenza. E' come se fosse una statua. Piano terra. Eccomi qui.  Le porte si aprono di fronte alla reception. Lui sta davanti. Non esce. Lo aggiro. E non capisco.

Sei come Lei. La stessa natura sfuggente. La stessa determinazione nel mascherare fragilità. Ma io ti sovrasto. Metti il piede fuori dall'ascensore. Mi urti innavertitamente. Mentre esci ti prendo il braccio. Di istinto. Di forza. Come se tu fossi lei. Non ti dico nemmeno una parola. Ti trattengo dentro con me, dentro l'ascensore. Le porte si richiudono. E nessuno di noi due esce.

E' tempo di avere paura. E' tempo di trattenere il respiro in gola. Come sull'otto volante. Come uno stridio di freni improvviso. L'ascensore sta tornando a salire. E io sono ferma. Immobile. Bloccata. Su di me le sue mani, morbide. Mi chiama a sè. E il cuore mi sta battendo come se stessi per morire. Cosa sto facendo? Perchè non mi ribello?

Sei come Lei. Le stesse labbra sfuggenti, e poi arrendevoli. Gli stessi occhi che mi guardano, in attesa di sapere cosa ho in mente. Lei mi ha lasciata, amica mia. Senza darmi un'ultima volta. Senza darmi una spiegazione. Ma le amanti sono così. Vanno. Vengono. E' la loro maledizione. E' la loro bellezza. Ti guardo e tu sei già mia. Come lo è stata lei, fino a pochi giorni fa.

E' tempo di ritrovare me stessa. Di capire che mi sta succedendo. Come un film di cui sono solo spettatrice. L'ascensore sta salendo, e io gli sto facendo fare di tutto. Dov'è la mia ragione. Dov'è il mio controllo? Quarto piano e mezzo. Le sue labbra sulle mie, mordono. L'ascensore si ferma all'improvviso. Ed io non sento più il cuore. Non sento più le gambe.  Il suo profumo. Il bacio rubato. I documenti per terra. Ed io che dall'emozione non so aprir bocca. Ritrovati, Betty. Opponiti. Vinciti. Liberati. Ribellati. Fa qualcosa...

Sei come Lei, amica mia. Ed io già ti conosco. Il tuo corpo per me porta cartelli stradali, verità già rivelate. Strade note da ripercorrere. Piccole città di cui sono già il Signore assoluto. Palpitanti da accarezzare. Calde. Brucianti. Isole di perdizione ignote che affiorano sopra la ragione. Sei come Lei. E vulcani estinti in Lei ritrovano lava in te. Montagne fioriscono di fuoco nella tua terra. Punte di seni inferocite che sfidano i miei altari.

E' tempo di lasciarsi andare. Come in un film. Contro la ragione. Contro il buon senso. Lo sento pulsare sopra i pantaloni. Sospira. Mi bacia sul collo. Non dice una parola e nemmeno io. Voglio solo che continui. Perchè non voglio che questa magia si spezzi.

Sei come Lei. Impaziente a contenere un desiderio svelato nel silenzio. Indisciplinata contro le tue ragioni. Avida nello slacciarmi i pantaloni. Abile ad esplorare con le dita nei boxer. Ti prendo per le natiche e ti spingo contro la parete. Lentamente entro dentro di te, mentre le nostre lingue giocano ad inseguirsi. 

E' tempo di ascoltare il ritmo dell'amore. Di ballarlo animatamente con questo sconosciuto. Come un tango. Geme. Sospira ad ogni affondo. E' musica quello che sta facendo con il mio corpo. E' arte. Vorrei essere più comoda. Ma è così eccitante. Lui è dolce e forte allo stesso tempo. Sa come toccarmi. Sa come muoversi. Lo sento vibrare, ed io sto per toccare il cielo con un dito. Come mai mi è successo.
Mi guarda negli occhi. Chiama il mio piacere. E lo grida la mia voce. Lo grida la mia pelle. Lo gridano i miei occhi.

Sei come Lei. Gli stessi abbracci dopo l'amore. Gli stessi baci intensi. La stessa gratitudine negli occhi. Lo stesso imbarazzo che avrebbe Lei, mentre una voce anziana avverte la reception che l'ascensore  ora forse si è aggiustato. Non parlo. Non parli. Non ci siamo scambiati nemmeno una parola. L'ascensore apre la sua porta.

E' tempo di tornare alla realtà. Come la luce, dopo il tunnel dell'amore. Non ricordo nemmeno che cosa sono andata a fare qui. Mi sono rivestita. Mi sono rimessa a posto, ma devo essere tutta in disordine. Lui però non mi ha voluto ridare le mie mutandine. Le ha tenute per sè. Mi piace questa cosa. E al tempo stesso mi imbarazza. E' morbosa. Si apre la porta, al piano terra. La receptionist ha gli occhi sgranati. Devo essere molto sottosopra. Due signore anziane ci chiedono se siamo stati bloccati molto. Lui dice di no. Solo pochi minuti. Io invece non riesco a dire proprio niente. Vado solo verso la mia macchina, senza salutare. Non ricordo nemmeno dove l'ho parcheggiata...

Sei proprio come Lei, sconosciuta amica mia. Che tanto mi amava, e che ora invece mi ha lasciato. Vi guardo una dopo l'altra. Tu stai uscendo. Lei resta qui a fare il suo lavoro. Portate lo stesso sguardo incredulo. Gli stessi silenzi, per motivi così diversi. Mentre tu esci, Lei rassicura le vecchiette. Io invece lascio di nascosto sul banco della reception le tue mutandine profumate di eccitazione. Un piccolo pensiero per Lei. Sorrido lasciandomi la porta alle spalle. Ripenso alle ultime parole che Lei mi ha detto:

"... perchè ne sono certa. Un'altra come Me, tu, non la troverai mai più..."

.

Foto, dal titolo "Vieni qui con me", scattata nel settembre 2008. 

Testo scritto in ottobre 2008. Il racconto, a parte la "vendetta" sulla receptionist, è stato costruito sulla memoria di "Bettina", di un episodio realmente accaduto 9 anni fa. Dopo quella volta, i due, non si sono più rivisti.

 

 
 
 
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INFO


Un blog di: il_ramo_rubato
Data di creazione: 28/10/2006
 

IL RAMO RUBATO

Nella notte entreremo
a rubare un ramo fiorito.

Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell'ombra.

Nella notte entreremo
fino al tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.

(P.Neruda)

 
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