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Auschtwitz e la balena di Anna Rosa Balducci, scrittrice

Post n°7 pubblicato il 07 Marzo 2005 da monari

Domenica 30 gennaio alle ore quattordici e quarantacinque sono corsa con Enzo in macchina a Viserbella per vedere il capodoglio che aveva spiaggiato il giorno prima, così come avevo letto su uno dei soliti quotidiani locali.
Vai, vai, guarda bene, ma dove sarà esattamente,no, non la vedo ecco, dovrebbe essere là ma non vedo… chiedi a qualcuno, in quel bar.
La barista mi dice che sì, la balena era arrivata proprio lì davanti, ma che è già stata portata via, e che questo è un gran fatto, perché lei è l’unica, dopo l’altra, quella del quattro di aprile del millenovecentoquarantatre.

Io e Enzo siamo rimasti per qualche minuto a guardare il mare, vuoto, la spiaggia ancora in parte innevata,contro il vento ghiaccio che bruciava la pelle,poi siamo tornati a casa in silenzio, ognuno con i suoi pensieri. Ci dispiaceva di non averla vista.
Lei, la balena del 2005,ancora una volta a pochi metri da casa mia.

Durante la giornata ogni tanto qualcuno mi telefonava.
-Hai sentito della balena…
-Hai sentito di questo evento così eccezionale…
-Si, sì, ho sentito, ma non sono riuscita a vederla, … neppure questa.
Dell’altra, almeno avevo sentito raccontare così tanto, che era entrata nel mio immaginario, campeggiando su immagini di guerra e di distruzione come un presagio lento , dolente e benefico.
Poveri corpi smagriti e mutilati, bambini scheletrici e pidocchiosi, uomini inebetiti, donne sole e lei, lì, arrivata su quella piccola spiaggia domestica, con i suoi occhioni gonfi dei misteri degli abissi.
Di questa so che ora giace in una discarica in collina,mentre i tecnici della fondazione Cetacea sperano di farne uno splendido scheletro da museo.
Venite, ragazzi, guardate, questo che vedete è uno splendido esemplare di capodoglio, spiaggiato per oscure ragioni, in quel duemilaecinque, quando il mondo, incrinato in più parti,ancora sentiva rumori di guerra, sulla sua crosta irrequieta.
Una carcassa putrefatta, la coda mozzata,un carico di dolore,è venuta a morire mentre il mare sputava schiuma ghiacciata e ribelle,ha chiesto al tempo di fermarsi, per qualche ora di guardarla e di guardarsi.
Il nostro tempo.

Pensavo ancora a questa balena dolente, quando ascoltavo le parole di Ida , la donna fragile sfuggita ad Auschwitz,che parlava agli studenti, l’altra mattina al Palazzetto,mentre lei teneva tra le mani un limone giallo, e lo mostrava ai ragazzi.
- Là,nei campi, guardate, questo era stato un miracolo.
Pensavo che ci sono tempi che partoriscono oggetti carichi di valori metafisici.
Auschwitz e quel limone giallo, come un raggio di sole nonostante l’abisso.
La balena, su questa spiaggia domestica, a ricordarci che la guerra non è finita in questi sessanta anni, è anzi ancora possibile.
Immagini, pensieri e pensieri che si accavallano ed emergono, dal fondo della mente.

Primo Levi in una delle ultime interviste prima di morire, disse che quello che è stato è ancora possibile, se è entrato a far parte dell’esistente; come dire: lui, da chimico, sapeva che se qualcosa è stato inserito nella ruota della vita può ancora ritornare.
L’equazione chimica conduce ad un risultato: l’orrore può ancora essere. E del resto brandelli di orrore appartengono ancora alla nostra quotidianità, malamente pianificata nella grande icona del villaggio globale, brandelli di orrore che ci entrano sottopelle, si depositano nelle viscere, talvolta trovano una strada, un destino, talaltra rimangono come germi cattivi, vanno verso la distruzione.


La carcassa della balena è nera, come i veli delle donne kamikaze,come il lutto dei genitori sopravvissuti ai figli, venti anni fermati dal tritolo e un corpo giovane che scompare, rubato al futuro che era suo, è nera come tutti i morti ammazzati che riempiono gli schermi, vomitando cadaveri sulle nostre cene e suoi nostri salotti, come le prigioni e le torture, come lo scheletro di un bambino che muore ancora di fame, come il buio di chi si uccide, come l’odio dell’ideologia, come il vuoto della stupidità.
E’ nera, come la fantasia che muore, appiattita da mille impulsi elettronici, le fiabe finiscono, non c’è più un bel vecchio che le sappia davvero raccontare, ci sono solo oggetti che luccicano e abbagliano, tolgono i pensieri e imperano, le menti sono vuote, i nervi sono fili sconnessi, le membra sono ammassi di carne senza intelligenza, i progetti sono esiti meccanici .
Dov’è la speranza.

Su questo mare, bianco di spuma e ghiaccio di neve, dove è rimasta per qualche ora la carcassa scura e dolente, in questo punto-zero del mondo, dopo tutto quello che è già stato, perché sembra che davvero tutto sia già accaduto, forse potrebbe nascere ancora un amore.
Ecco, tra i riccioli della spuma, in quel punto lontano,posso dire di immaginare un sogno.
Anche io voglio dire “ho avuto un sogno”.
Il sogno di un amore possibile, la forza di un destino, ragazzi che ancora sanno amarsi, le mani nelle mani, gli occhi negli occhi, forti di tutti gli errori degli adulti, già un poco dolenti anch’essi, ma capaci di riscrivere il testo di una storia che avanza.
Ecco, la balena guizza ancora, lenta e misteriosa, nei liquidi di tutti gli abissi.
E’ la balena delle storie antiche, di Achaab e di Giona, di Geppetto e dei nostri sogni.
Accogliente, protettiva, materna, è alla ricerca di un futuro, non vuole più morire, annusa, sente, vibra, individua squarci di un mondo possibile.
Un sorriso largo, là sulla spiaggia bianca, mentre quell’amore fiorisce, sboccia, spumeggia, germoglia, sembra vivere di una possibilità di pace.
Raccoglie in sé i frantumi del passato, li risolve e li svela, in un gioco di possibilità e di entusiasmi.
Il mondo si apre ancora, in un mattino di inizio estate.

E allora canto ancora la favola della balena che è venuta a compiere il suo sacrificio, mossa dal disorientamento, dall’estraneità a sé e al filo che da sempre la conduce.
Si’, lei sa che quello che è stato può ancora essere, e si perde, smarrita , cerca un filo, si abbandona al movimento di un’onda, non sa più riconoscere gli abissi, cessa di vivere, e noi siamo qui, a raccontare di lei, in questo 30 gennaio del duemilaecinque.

Anna Rosa Balducci

e.mail:annarosabalducci@yahoo.it

 
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