INFINITO

DAL SILENZIO ALLA DIGNITA'


La poesia, Primavera hitleriana, scritta intorno al ’44 rievoca l’incontro fra Hitler e Mussolini a Firenze nel 1938. Montale in quegli anni risiede nel capoluogo toscano dove lavora come redattore presso l’editore Bemporad. Firenze, come sempre nella storia, era un fervente centro culturale, aperto alle influenze europee fondamentali per la nascita della grande poesia italiana. Il clima di rinnovamento culturale era tale che neppure la censura fascista poteva interrompere lo scambio di idee, proprio per questo molti autori dell’epoca si ritrovarono nella città. Nei circoli intellettuali Montale poteva confrontarsi con Vittorini, Saba, Campana, Gadda e molti altri autori fondamentali del periodo. Il clima favorevole però non deve ingannare; per chi come Montale si era dichiarato apertamente antifascista le cose non erano sempre facili. Seppure il regime non interveniva in maniera violenta contro gli intellettuali, essi dovevano scontrarsi con uno schiacciante conformismo di massa che li relegava di fatto al silenzio e all’impotenza. La poesia si apre con l’immagine emblematica del turbinare folle delle falene attorno ai lampioni smorti e sugli argini dell’Arno. Essa dà l’impressione di una tempesta invernale di neve che s’abbatta improvvisa nella tarda primavera, con un senso di gelo e di stravolgimento atmosferico. L’estate imminente non produce calore, ma sembra liberare il gelo rimasto imprigionato negli orti. L’aria e pervasa da un senso d’inverno, di arida desolazione. Il mondo appare sommerso da un presentimento sinistro della guerra imminente, un presentimento di morte. L’atmosfera evocata non può non richiamare alla mente la descrizione di Eliot della waste land: la primavera, la stagione più crudele, è ancora una volta messaggera di morte. La poesia prosegue evocando la sinistra parata di Mussolini e Hitler, «messo infernale»; la città intera appare mutata, le croci uncinate sembrano messe lì per ferire e torturare e il volto pacifico di Firenze è trasformato da immagini grottesche. I negozi di giocattoli vendono armi ai futuri soldati e la bottega chiusa del macellaio espone teste di agnelli come si presentisse inconsciamente la strage imminente. La gente tuttavia acclama i futuri carnefici; il popolo è vittima della retorica del regime e nell’acclamare diviene complice dell’orrore. Il poeta lo sa: «più nessuno è incolpevole». Di fronte a tanto orrore incalzano, nell’animo del poeta, i ricordi del passato: di un’esperienza amorosa e di una figura di donna che poteva suggerire immagini e speranze che ora vengono smentite dal tragico presente. Una speranza Tuttavia permane, ma non nel presente; la poesia si chiude infatti con l’ immagine di un’alba di pace che spunterà domani. È il correlativo oggettivo di un mondo che sta per essere devastato dalla guerra, per il quale la salvezza dovrà venire, ma il presente e il futuro prossimo hanno in serbo solo morte e distruzione. Montale è insieme a Ungaretti il massimo esponente dell’ermetismo, tuttavia la teoria poetica dei due autori è molto diversa. Come si può comprendere dalla poesia presa in analisi, Montale non rinuncia affatto ad un impegno di razionalità e decifrazione della realtà. Se è vero che la riflessione sul male di vivere attinge ad un livello assoluto, esistenziale e metafisico, è altrettanto innegabile che Montale sa trasportarlo nella storia, quella concreta dell’Europa delle due guerre. La Primavera hitleriana sembra un valido esempio perché connette l’esperienza italiana del poeta con la figura internazionale di Hitler, destinata a divenire un archetipo del male stesso per generazioni, e dunque ad attrarre verso di sé le riflessioni di ogni intellettuale che decida di confrontarsi con questo male. Parlare di Hitler significa dunque, a un livello profondo, confrontarsi con la condizione esistenziale dell’uomo del Novecento, condizione di cui Hitler è figlio, emanazione, espressione di un demone profondo che albergava nell’animo delle persone smanioso di uscire. La condizione umana è il fulcro della poetica di Montale, vista con profondo pessimismo sulla scia della filosofia di Schopenhauer e Nietzsche, senza tuttavia rinunciare a un lettura personale che non si arena in un nichilismo inconcludente. Montale ci mostra una crisi generale della storia, della realtà e dell’uomo: l’essere umano è solo e smarrito nel proprio cammino, la poesia non è dunque capace di offrire verità assolute. La parola poetica tuttavia ha il compito di riscattare dalla disperazione attraverso la dignità, ma questa non deve rappresentare una magra consolazione fine a  se stessa poiché, per dirla con Brecht: «Certo, se il dubbio lodate non lodate però quel dubbio che è disperazione! Che giova poter dubitare, a colui che non riesce a decidersi!». La dignità intesa da Montale è quella dell’atto intellettuale, della ricerca inesauribile dell’essere umano. L’Io appare sin dagli Ossi di seppia indebolito, provato dalla contingenza terribile in cui si trova, eppure ancora impegnato nell’analisi disincantata, una lotta che nell’impotenza scopre l’istinto innato di resistenza alla tirannide. Può dunque un Io in frantumi trovare le parole adatte a rompere un silenzio così difficile? Basta lo spirito in lotta per tradurre in voce i moti dello spirito? La risposta Montale la trova nelle cose, la realtà così eloquente, il mondo in rovina, wasted , diviene immagine oggettiva dell’essere umano. Il mondo evocato dal poeta non è simbolico ma reale, l’oscurità del poeta non è verbale, essa è nel contenuto che raggiunge una concentrazione massima di significato, ma è un significato realissimo fatto di cose. L’unico modo per superare il silenzio è insomma l’immagine, un verbo “silenzioso” visivo più che uditivo, il nome dell’immagine che rompe il silenzio sarà correlativo oggettivo. L’uso del correlativo oggettivo ci porta ad un altro poeta che trovò nell’immagine il modo di esprimersi, siamo in Inghilterra con T.S. Eliot.