Paul Celan è considerato oggi l’emblema della riflessione critica intorno all’olocausto. Il dramma della deportazione e della “vita” nei lager è reso con doppia intensità dall’autore, in primo luogo perché ebreo, poi perché subì personalmente l’orrore del campo di concentramento, venne infatti deportato nel 1942. La poetica di Celan prende le mosse dalla Waste land di Eliot, Todesfuge è una landa (Gelände) di morte e lutto dove il lettore è trasferito. Con questa poesia Celan raggiunge uno dei massimi esempi di rievocazione oggettiva della sensazione attraverso il correlativo dell’immagine. Nel componimento il poeta riesce a "mostrarci" Auschwitz, andando al di là dei limiti del linguaggio come descrizione. Senza cadere nei limiti di una poesia autoreferenziale, il poeta non ci dà una rappresentazione, ma un’ attualizzazione di Auschwitz. Nessuno più di Celan sentì così profondamente il peso dell’interdetto di Adorno sulla poesia. Todesfuge, ma più in generale tutta la poetica dell’autore, è una vera e propria resistenza a questa condanna, un tentativo di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio. Per superare l’impossibilità di descrivere l’orrore del lager senza minimizzarlo né renderlo patetico e consolatorio, Celan ricorre al ritmo musicale, la fuga diviene correlativo della morte. La poesia si apre con un ossimoro « nero Latte. Schwarze Milch ». È un’immagine di forza immediata, concretamente ci parla della sofferenza per la privazione del cibo, inoltre il successivo «lo beviamo la sera lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo» insiste sulla liquidità di un sostentamento insufficiente ma anche sulla umiliante ripetitività della giornata dell’internato. A livello più profondo nell’ossimoro si percepisce però anche tutto l’abisso sul quale è affacciato il poeta: il latte è una figura di vita, il nutrimento primordiale, ma in questo caso è nero; è un rovesciamento violento, è tutta un’umanità che beve e si nutre del suo latte nero, è nero anche il latte che ha cresciuto gli aguzzini dei lager. È il latte nero di cui vive un’umanità senza valori ormai sprofondata nel vortice della violenza. La poesia si svolge poi con frequenti riprese e variazioni sul modello della fuga musicale di cui il poeta ricerca l’andamento. Compaiono anche diversi riferimenti biblici di cui Celan era un esperto, si è già visto come anche in Eliot si udivano richiami divini; permane qui la stessa sensazione di giudizio incombente su un’umanità colpevole. La lirica si chiude con un’ultima ripresa poi si interrompe, quasi a simboleggiare la mancanza di parole per descrivere ulteriore dolore. Quella di Celan si presenta come una ricerca aperta, la musica è un efficace mezzo di comunicazione ma l’orrore travalica ancora la capacità espressiva, orrore che, non ancora del tutto espresso, si annida nell’animo del poeta minandolo irrimediabilmente. Forse se avesse continuato la sua ricerca sarebbe giunto ad una soluzione, ma sconvolto nell’animo si tolse la vita nel 1970. Tutta la poetica di Celan è riassumibile in un disperato tentativo di comunicazione, di espressione dell’animo. La sua poetica è il più alto tentativo di confronto di un “IO” con un “TU”, questo dialogo assume il valore irriducibile di testimonianza. Una testimonianza volta al confronto delle idee, unico modo perché non si realizzi mai più l’orrore di Auschwitz. A chi gli rimproverò eccessiva oscurità e nichilismo (ad esempio Primo Levi) risponde di aver voluto con la sua poesia costruire un luogo utopico, forse difficile da raggiungere, ma nel quale sia finalmente possibile l’incontro con l’altro. La forza della ricerca dell’autore ci da la percezione della fatica di un Io prostrato che combatte per trovare un verbo nel silenzio opprimente della persecuzione. Lo troverà, per nostra fortuna, ma non basterà a salvarlo dai suoi demoni. L’Io che abbiamo visto indebolirsi in Montale si fa sussurro, un sussurro di verità ma pur sempre flebile, sempre nel rischio di ammutolire di fronte al difficile intento del vero, per questo René Char definirà la poesia di Celan «un parola strappata al silenzio».
Il correlativo della morte
Paul Celan è considerato oggi l’emblema della riflessione critica intorno all’olocausto. Il dramma della deportazione e della “vita” nei lager è reso con doppia intensità dall’autore, in primo luogo perché ebreo, poi perché subì personalmente l’orrore del campo di concentramento, venne infatti deportato nel 1942. La poetica di Celan prende le mosse dalla Waste land di Eliot, Todesfuge è una landa (Gelände) di morte e lutto dove il lettore è trasferito. Con questa poesia Celan raggiunge uno dei massimi esempi di rievocazione oggettiva della sensazione attraverso il correlativo dell’immagine. Nel componimento il poeta riesce a "mostrarci" Auschwitz, andando al di là dei limiti del linguaggio come descrizione. Senza cadere nei limiti di una poesia autoreferenziale, il poeta non ci dà una rappresentazione, ma un’ attualizzazione di Auschwitz. Nessuno più di Celan sentì così profondamente il peso dell’interdetto di Adorno sulla poesia. Todesfuge, ma più in generale tutta la poetica dell’autore, è una vera e propria resistenza a questa condanna, un tentativo di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio. Per superare l’impossibilità di descrivere l’orrore del lager senza minimizzarlo né renderlo patetico e consolatorio, Celan ricorre al ritmo musicale, la fuga diviene correlativo della morte. La poesia si apre con un ossimoro « nero Latte. Schwarze Milch ». È un’immagine di forza immediata, concretamente ci parla della sofferenza per la privazione del cibo, inoltre il successivo «lo beviamo la sera lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo» insiste sulla liquidità di un sostentamento insufficiente ma anche sulla umiliante ripetitività della giornata dell’internato. A livello più profondo nell’ossimoro si percepisce però anche tutto l’abisso sul quale è affacciato il poeta: il latte è una figura di vita, il nutrimento primordiale, ma in questo caso è nero; è un rovesciamento violento, è tutta un’umanità che beve e si nutre del suo latte nero, è nero anche il latte che ha cresciuto gli aguzzini dei lager. È il latte nero di cui vive un’umanità senza valori ormai sprofondata nel vortice della violenza. La poesia si svolge poi con frequenti riprese e variazioni sul modello della fuga musicale di cui il poeta ricerca l’andamento. Compaiono anche diversi riferimenti biblici di cui Celan era un esperto, si è già visto come anche in Eliot si udivano richiami divini; permane qui la stessa sensazione di giudizio incombente su un’umanità colpevole. La lirica si chiude con un’ultima ripresa poi si interrompe, quasi a simboleggiare la mancanza di parole per descrivere ulteriore dolore. Quella di Celan si presenta come una ricerca aperta, la musica è un efficace mezzo di comunicazione ma l’orrore travalica ancora la capacità espressiva, orrore che, non ancora del tutto espresso, si annida nell’animo del poeta minandolo irrimediabilmente. Forse se avesse continuato la sua ricerca sarebbe giunto ad una soluzione, ma sconvolto nell’animo si tolse la vita nel 1970. Tutta la poetica di Celan è riassumibile in un disperato tentativo di comunicazione, di espressione dell’animo. La sua poetica è il più alto tentativo di confronto di un “IO” con un “TU”, questo dialogo assume il valore irriducibile di testimonianza. Una testimonianza volta al confronto delle idee, unico modo perché non si realizzi mai più l’orrore di Auschwitz. A chi gli rimproverò eccessiva oscurità e nichilismo (ad esempio Primo Levi) risponde di aver voluto con la sua poesia costruire un luogo utopico, forse difficile da raggiungere, ma nel quale sia finalmente possibile l’incontro con l’altro. La forza della ricerca dell’autore ci da la percezione della fatica di un Io prostrato che combatte per trovare un verbo nel silenzio opprimente della persecuzione. Lo troverà, per nostra fortuna, ma non basterà a salvarlo dai suoi demoni. L’Io che abbiamo visto indebolirsi in Montale si fa sussurro, un sussurro di verità ma pur sempre flebile, sempre nel rischio di ammutolire di fronte al difficile intento del vero, per questo René Char definirà la poesia di Celan «un parola strappata al silenzio».