Come Celan, anche Brecht si interroga profondamente sulle implicazioni in poesia del verdetto di Adorno, giungendo tuttavia a conclusioni diverse dal suo contemporaneo. Troviamo espresse le riflessioni del poeta intorno a questo tema in una poesia che per certi versi potremmo definire programmatica: A quelli che verranno dopo di noi. Il verso dell’autore è chiaro, tanto da non aver praticamente bisogno di interpretazioni. La guerra è iniziata, l’orrore rende impossibile parlare, solo non aver ricevuto la notizia potrebbe giustificare un atteggiamento sereno. Ormai fare poesie sulla bellezza della natura è divenuto un crimine. È proprio il tema dibattuto da Adorno, ma l’impossibilità rilevata dal poeta riguarda solo un tipo di poesia che si sottrae dalla storia: sarebbe bello poter continuare a esaltare la natura ma è il tempo storico che non lo permette. La risposta di Brecht dunque sarà che, non solo fare poesia dopo Auschwitz è possibile, ma è necessario, purché però, sia poesia impegnata, poesia politica. Insomma la reazione di Brecht di fronte agli orrori del suo periodo storico è piuttosto lontana da quella dei suoi contemporanei Montale, Eliot e Celan, in lui la risposta al muro del silenzio è un deciso richiamo all’azione. L’esperienza teatrale insegna all’autore che grandi passioni e introspezioni psicologiche sono ormai sfumate in un sogno romantico che ha lasciato dietro di sé solo passività e impotenza, così anche la sua poesia è volta all’impegno politico, sociale e storico, ad un intento pedagogico di insegnamento. Forse la sua azione fu aiutata dall’aver trovato nella caduta dei valori un’ultima prospettiva attraverso la quale leggere il mondo, il marxismo, attraverso il quale volge la sua opera all’impegno politico e alla lotta di classe. Il trascorrere del tempo e le dure prove della vita[1] potranno fargli cambiare diverse opinioni, ma resterà sempre desta in lui la smania di cambiamento, anche temendo che il cambiamento sarà negativo perché: “il vero progresso non è aver fatto passi avanti, ma fare passi avanti". La poetica che scaturisce da questo forte impianto ideologico è una poesia strumentale, poesia dell’impegno, tutt’altro insomma che arte per l’arte, la poesia di Brecht è prima di tutto un mezzo per le sua idee. La lingua dunque segue un fine pratico di persuasione dimostrazione, il risultato è una poesia diretta con il tono della semplice annotazione immediata, con: “il secco 'ignobile' lessico dell'economia dialettica"come disse lo stesso Brecht della lingua delle sue poesie. La poesia di Brecht insomma non vuole trasportarci in nessun mondo fantastico o enigmatico e forse piace proprio per questo, forse la via segnata da questo autore, che voleva per prima cosa sentirsi utile, è quella che conduce fuori dalla terra desolata. [1] Il poeta era in particolare amareggiato dall’aver dovuto cambiare spesso paese di residenza per via delle sue idee, ne fa riferimento esplicitamente anche in “A quelli nati dopo di noi”: « Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,/attraverso le guerre delle classi, disperati/quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.»
FINE DELLA FUGA - AZIONE
Come Celan, anche Brecht si interroga profondamente sulle implicazioni in poesia del verdetto di Adorno, giungendo tuttavia a conclusioni diverse dal suo contemporaneo. Troviamo espresse le riflessioni del poeta intorno a questo tema in una poesia che per certi versi potremmo definire programmatica: A quelli che verranno dopo di noi. Il verso dell’autore è chiaro, tanto da non aver praticamente bisogno di interpretazioni. La guerra è iniziata, l’orrore rende impossibile parlare, solo non aver ricevuto la notizia potrebbe giustificare un atteggiamento sereno. Ormai fare poesie sulla bellezza della natura è divenuto un crimine. È proprio il tema dibattuto da Adorno, ma l’impossibilità rilevata dal poeta riguarda solo un tipo di poesia che si sottrae dalla storia: sarebbe bello poter continuare a esaltare la natura ma è il tempo storico che non lo permette. La risposta di Brecht dunque sarà che, non solo fare poesia dopo Auschwitz è possibile, ma è necessario, purché però, sia poesia impegnata, poesia politica. Insomma la reazione di Brecht di fronte agli orrori del suo periodo storico è piuttosto lontana da quella dei suoi contemporanei Montale, Eliot e Celan, in lui la risposta al muro del silenzio è un deciso richiamo all’azione. L’esperienza teatrale insegna all’autore che grandi passioni e introspezioni psicologiche sono ormai sfumate in un sogno romantico che ha lasciato dietro di sé solo passività e impotenza, così anche la sua poesia è volta all’impegno politico, sociale e storico, ad un intento pedagogico di insegnamento. Forse la sua azione fu aiutata dall’aver trovato nella caduta dei valori un’ultima prospettiva attraverso la quale leggere il mondo, il marxismo, attraverso il quale volge la sua opera all’impegno politico e alla lotta di classe. Il trascorrere del tempo e le dure prove della vita[1] potranno fargli cambiare diverse opinioni, ma resterà sempre desta in lui la smania di cambiamento, anche temendo che il cambiamento sarà negativo perché: “il vero progresso non è aver fatto passi avanti, ma fare passi avanti". La poetica che scaturisce da questo forte impianto ideologico è una poesia strumentale, poesia dell’impegno, tutt’altro insomma che arte per l’arte, la poesia di Brecht è prima di tutto un mezzo per le sua idee. La lingua dunque segue un fine pratico di persuasione dimostrazione, il risultato è una poesia diretta con il tono della semplice annotazione immediata, con: “il secco 'ignobile' lessico dell'economia dialettica"come disse lo stesso Brecht della lingua delle sue poesie. La poesia di Brecht insomma non vuole trasportarci in nessun mondo fantastico o enigmatico e forse piace proprio per questo, forse la via segnata da questo autore, che voleva per prima cosa sentirsi utile, è quella che conduce fuori dalla terra desolata. [1] Il poeta era in particolare amareggiato dall’aver dovuto cambiare spesso paese di residenza per via delle sue idee, ne fa riferimento esplicitamente anche in “A quelli nati dopo di noi”: « Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,/attraverso le guerre delle classi, disperati/quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.»