Con mio padre e mia madre ho aperto gli scatoloni che contengono il mio primo libro. Avvolti dieci a dieci nella plastica trasparente, c'erano questi... mah... "solidi" (?!) fitti di parole mie. Stampati, rilegati, integri, intoccati. Nuovi.Ho guardato mio padre e mia madre che guardavano. Loro hanno guardato me che li guardavo. Insieme abbiamo guardato tutti quei libri.- Beh, eccoli qui - ho detto.- Belli, no? - ha detto mio padre.- Sì, molto belli - ha detto mia madre.Nessuno dei due ha la più pallida idea di ciò che contengano, e a me è venuto un attacco del solito panico: una fifa che dura da mesi, perchè quei libri contengono... me."Mi hanno fatta loro, dopotutto", mi sono detta e ridetta, ma non è servito. "Perchè mai dovrebbe turbarmi che mi leggano, visto che mi vedono, mi ascoltano, mi sopportano e mi conoscono come il palmo della loro mano destra?". Forse perchè il palmo della loro mano sinistra è loro sconosciuto?Forse, sì.- Io non so come scrivi - ha detto mio padre.- Nemmeno io - ha detto mia madre.- Ah, non lo so nemmeno io, se è per questo... - ho detto io cercando di fare la spiritosa per far capire che, insomma: è tutto normale, no? Loro però lo sanno che quando sono in difficoltà faccio la spiritosa. Così hanno capito che ero in difficoltà, e a quel punto tanto valeva prendere l'onda di petto, come ho imparato a fare al mare, da bambina.Se vai incontro all'onda la tua forza la ridimensionerà e lei non ti travolgerà, non riuscirà a fare di te ciò che farebbe se tu l'aspettassi, bella gonfia, potente, pronta.Così ho cercato sull'indice un titolo e ho letto loro, con il fiato corto, finendo quasi ansimando, una specie di testamento da grafomane, del quale riporto qui qualche passaggio.[...] E’ che noi grafomani abbiamo questa vita chiusa nei cassetti, intima, pudica, e al contempo impudica. Certe fragilità, certi bagliori sublimi e certi orrori che sono parte della vita di tutti, ecco: quelli alla fine una grafomane li espone scrivendoli. Li scrive e sono i suoi rimpianti, i conti personali che non tornano e le sue cadute più rovinose; le paure che non confessa, i desideri che non esprime, le notti insonni e il senso del suo fallimento, le sue debolezze, il suo romanticismo che non muore, la bambina che da qualche parte ancora c’è e lei la nasconde per salvarla. E poi ci sono i fatti, le storie di un minuto che segnano come gli anni, i letti sbagliati, le occasioni perdute per un soffio o per indolenza o per imprevidenza, il telefono che non suona e persino la voglia di morire, perché prima o dopo arriva nel corso di un’esistenza: la si controlla, si va oltre, si pensa «come ho potuto solo pensarlo?», ma c’era.Nei cassetti di chi scrive ci sono i sogni più profondi, quelli che nessuno mai, mai dovrebbe poter sfiorare per non macchiarsi le dita con la vita degli altri. Quella che non si vede perché è dentro, intima e vera, dolorosa, sincera. Quella che se la sfiori è come quando da piccola presi tra le mani una farfalla e capii, con dolore, l’inutile oltraggio a quelle fragili ali che volano un giorno solo. Guardando sui miei polpastrelli vidi il colore di troppo volo in meno, e capii che se una farfalla perde i suoi colori e si spezza le ali, è perché non è stata creata per essere toccata. Così non tutto ciò che viene scritto è stato scritto per venir letto. Non so quanti avrebbero gradito la pubblicazione delle loro memorie dopo morti e non tutti i diari sono stati dati alle stampe dietro autorizzazione preventiva del caro estinto. Solo chi scrive - sempre e di tutto - può capire quanto questo sia una indifendibile violazione del privato di un essere umano. [...] Così a voi, che siete i miei affetti più cari, io chiedo un fiammifero. Se al ristorante dovessero servirmi per sbaglio una bella porzione di botulino, chiedo un fiammifero e il rogo – prudente - di tutta la carta che lascerò nei miei cassetti. Tappatevi gli occhi e bruciate. Procedete compatti, organizzati, ciechi e senza pietà.Mandatemi al seguito il fumo nero dei miei fumosi pensieri. Tutto il mio fumo senza arrosto. Fatelo in modo che possa portami via solo me stessa, ma sino all’ultima riga. [...]- Ti turba che la mamma ed io si legga il tuo libro? - ha chiesto mio padre. E aveva l'espressione di chi aveva capito che aria tirava.- Possiamo non leggerlo - ha detto mia madre. E per un attimo ho capito che l'avrebbe quasi confortata sentirsi dire di sì.- No - ho detto io. E ho cercato di assumere l'espressione di chi minimizza. Siamo tutti adulti, no?...Ma mentre scrivevo sapevo che loro avrebbero letto, e in più punti mi ero sentita costretta ad intervenire sul testo.- Non farlo! - mi era stato consigliato, ma io non ho potuto farne a meno. Ho cambiato qualcosa. Ho tolto qualcosa. Ho camuffato, riscritto, cancellato, aggiunto qualcosa. Dio mio, posso dare in pasto ad estranei la mia vita e non averne pudore... ma non ce la faccio a mostrarla a chi della mia vita fa parte.Ammetto questo: ammetto un'implicita incapacità di non essere figlia, nemmeno se e quando sarebbe necessario.Poco fa ho pensato che forse questa è l'occasione giusta. Che andando incontro all'onda degli occhi di mio padre e di mia madre sulle mie parole, alla fine mi sentirò più forte. Che forse i miei genitori assaggeranno un frutto agro al cui sapore non sono abituati... perchè io non sorrido sempre come credono. Perchè ho vissuto anche senza di loro e senza il loro permesso o il loro consenso, solo per dirne una. Potremo forse parlare del fatto che ci siamo tutti almeno un poco stranei. E che tutti siamo alberi e frutti inconsapevoli. E poi che i figli si mettono al mondo perchè vivano. (Mamma, papà... io, alla fine, solo quello ho fatto).
L.agra.fomane
Con mio padre e mia madre ho aperto gli scatoloni che contengono il mio primo libro. Avvolti dieci a dieci nella plastica trasparente, c'erano questi... mah... "solidi" (?!) fitti di parole mie. Stampati, rilegati, integri, intoccati. Nuovi.Ho guardato mio padre e mia madre che guardavano. Loro hanno guardato me che li guardavo. Insieme abbiamo guardato tutti quei libri.- Beh, eccoli qui - ho detto.- Belli, no? - ha detto mio padre.- Sì, molto belli - ha detto mia madre.Nessuno dei due ha la più pallida idea di ciò che contengano, e a me è venuto un attacco del solito panico: una fifa che dura da mesi, perchè quei libri contengono... me."Mi hanno fatta loro, dopotutto", mi sono detta e ridetta, ma non è servito. "Perchè mai dovrebbe turbarmi che mi leggano, visto che mi vedono, mi ascoltano, mi sopportano e mi conoscono come il palmo della loro mano destra?". Forse perchè il palmo della loro mano sinistra è loro sconosciuto?Forse, sì.- Io non so come scrivi - ha detto mio padre.- Nemmeno io - ha detto mia madre.- Ah, non lo so nemmeno io, se è per questo... - ho detto io cercando di fare la spiritosa per far capire che, insomma: è tutto normale, no? Loro però lo sanno che quando sono in difficoltà faccio la spiritosa. Così hanno capito che ero in difficoltà, e a quel punto tanto valeva prendere l'onda di petto, come ho imparato a fare al mare, da bambina.Se vai incontro all'onda la tua forza la ridimensionerà e lei non ti travolgerà, non riuscirà a fare di te ciò che farebbe se tu l'aspettassi, bella gonfia, potente, pronta.Così ho cercato sull'indice un titolo e ho letto loro, con il fiato corto, finendo quasi ansimando, una specie di testamento da grafomane, del quale riporto qui qualche passaggio.[...] E’ che noi grafomani abbiamo questa vita chiusa nei cassetti, intima, pudica, e al contempo impudica. Certe fragilità, certi bagliori sublimi e certi orrori che sono parte della vita di tutti, ecco: quelli alla fine una grafomane li espone scrivendoli. Li scrive e sono i suoi rimpianti, i conti personali che non tornano e le sue cadute più rovinose; le paure che non confessa, i desideri che non esprime, le notti insonni e il senso del suo fallimento, le sue debolezze, il suo romanticismo che non muore, la bambina che da qualche parte ancora c’è e lei la nasconde per salvarla. E poi ci sono i fatti, le storie di un minuto che segnano come gli anni, i letti sbagliati, le occasioni perdute per un soffio o per indolenza o per imprevidenza, il telefono che non suona e persino la voglia di morire, perché prima o dopo arriva nel corso di un’esistenza: la si controlla, si va oltre, si pensa «come ho potuto solo pensarlo?», ma c’era.Nei cassetti di chi scrive ci sono i sogni più profondi, quelli che nessuno mai, mai dovrebbe poter sfiorare per non macchiarsi le dita con la vita degli altri. Quella che non si vede perché è dentro, intima e vera, dolorosa, sincera. Quella che se la sfiori è come quando da piccola presi tra le mani una farfalla e capii, con dolore, l’inutile oltraggio a quelle fragili ali che volano un giorno solo. Guardando sui miei polpastrelli vidi il colore di troppo volo in meno, e capii che se una farfalla perde i suoi colori e si spezza le ali, è perché non è stata creata per essere toccata. Così non tutto ciò che viene scritto è stato scritto per venir letto. Non so quanti avrebbero gradito la pubblicazione delle loro memorie dopo morti e non tutti i diari sono stati dati alle stampe dietro autorizzazione preventiva del caro estinto. Solo chi scrive - sempre e di tutto - può capire quanto questo sia una indifendibile violazione del privato di un essere umano. [...] Così a voi, che siete i miei affetti più cari, io chiedo un fiammifero. Se al ristorante dovessero servirmi per sbaglio una bella porzione di botulino, chiedo un fiammifero e il rogo – prudente - di tutta la carta che lascerò nei miei cassetti. Tappatevi gli occhi e bruciate. Procedete compatti, organizzati, ciechi e senza pietà.Mandatemi al seguito il fumo nero dei miei fumosi pensieri. Tutto il mio fumo senza arrosto. Fatelo in modo che possa portami via solo me stessa, ma sino all’ultima riga. [...]- Ti turba che la mamma ed io si legga il tuo libro? - ha chiesto mio padre. E aveva l'espressione di chi aveva capito che aria tirava.- Possiamo non leggerlo - ha detto mia madre. E per un attimo ho capito che l'avrebbe quasi confortata sentirsi dire di sì.- No - ho detto io. E ho cercato di assumere l'espressione di chi minimizza. Siamo tutti adulti, no?...Ma mentre scrivevo sapevo che loro avrebbero letto, e in più punti mi ero sentita costretta ad intervenire sul testo.- Non farlo! - mi era stato consigliato, ma io non ho potuto farne a meno. Ho cambiato qualcosa. Ho tolto qualcosa. Ho camuffato, riscritto, cancellato, aggiunto qualcosa. Dio mio, posso dare in pasto ad estranei la mia vita e non averne pudore... ma non ce la faccio a mostrarla a chi della mia vita fa parte.Ammetto questo: ammetto un'implicita incapacità di non essere figlia, nemmeno se e quando sarebbe necessario.Poco fa ho pensato che forse questa è l'occasione giusta. Che andando incontro all'onda degli occhi di mio padre e di mia madre sulle mie parole, alla fine mi sentirò più forte. Che forse i miei genitori assaggeranno un frutto agro al cui sapore non sono abituati... perchè io non sorrido sempre come credono. Perchè ho vissuto anche senza di loro e senza il loro permesso o il loro consenso, solo per dirne una. Potremo forse parlare del fatto che ci siamo tutti almeno un poco stranei. E che tutti siamo alberi e frutti inconsapevoli. E poi che i figli si mettono al mondo perchè vivano. (Mamma, papà... io, alla fine, solo quello ho fatto).