RAWALPINDI (Pakistan) - La cancellata del parco di Liaquat Bagh, dov'è morta giovedì la speranza del Pakistan, non è un luogo di lutto. Quel che resta sono quindici scarpe da uomo, due spaiate col tacco. Un guanto. Un velo insanguinato. Una cuffia nera con una scritta bianca, in arabo: «Scorta speciale di Benazir Bhutto». Frantumi di finestrini, pezzi di retrovisori. Nessun segno sui muri, intatte le vetrine dei negozi. Non spunta un fiore, una candela, un biglietto. Non scende una lacrima. Lì si sono sentiti i tre spari, a trenta metri laggiù è stata trovata la testa del kamikaze. Nessuno fa foto coi telefonini, perché morti e bombe sono una faccenda quotidiana, nel Paese degli Uomini Puri. Restano solo uomini furiosi, tutt'intorno. Strade vuote di gente, piene di minacce. Bastoni che si agitano. Copertoni che bruciano. Le sassaiole, i lacrimogeni della polizia, le vie per Islamabad e per l'aeroporto bloccate. Baffi che vibrano rossi d'henné e di rabbia: «Musharraf assassino!». Generale, discòlpati. L'onda d'urlo è partita da Rawalpindi, davanti al General Hospital che ha ricoverato Benazir già morta, e ancora non si ferma. Prima che il sole cali, all'ora della sepoltura, è il grido dei duecentomila disperati che a Larkana, tre ore d'auto più a sud, arrivano con bus e jeep da ogni provincia, fanno corteo per due ore e sette chilometri, attraversano i binari della ferrovia divelti nella notte, strappano dalla bara di legno chiaro il tricolore rossoverdenero del partito dei Bhutto e la scoperchiano, fanno nevicare petali bianchi sul sudario e infine accompagnano sottoterra la loro eroina con esclamativi diversi e uguali: «Benazir sei viva!», «Musharraf sei morto! ». L'addio alla Bhutto è un arrivederci al prossimo round. Nel mausoleo di marmo bianco del Sindh — la tomba del papà e dei due fratelli uccisi prima di Benazir, un sacrario simile a quello dei Gandhi in India o dei Rahman in Bangladesh —, la protesta copre le preghiere, cancella i singhiozzi dei tre figli. Il vedovo Asif, quello che chiamavano «mister 10 per cento» e costò a Benazir l'accusa di corruzione, chiede moderazione, «dateci il coraggio di sopportare questa perdita», lancia un segnale, «le elezioni si devono fare lo stesso, come deciso», e poi applaude quando qualcuno alza una promessa: «Non importa quanti Bhutto ammazzerete! Il nome dei Bhutto cala e risorge, come il sole e la luna! Un Bhutto spunterà sempre, da ogni cosa!». Il governo non ha dichiarato lo stato d'emergenza, il suo premier ad interim assicura che l'8 gennaio si voterà lo stesso: ieri sono arrivati gli osservatori europei, ma non è detto che avranno da lavorare. Da Karachi a Hyderabad, da Islamabad al Kashmir, la campagna elettorale è cominciata con ventitré morti e un poliziotto linciato. Dalle parti della Moschea Rossa, oggi ridipinta di bianco e orfana della madrassa fondamentalista, demolita dal governo, agl'incroci bruciano manifesti e la polizia va di manganello. I bersagli delle devastazioni dicono molto: venticinque banche, dieci stazioni ferroviarie, perché molte appartengono all'esercito ed è l'esercito, sono i soliti servizi dell'Isi i principali sospettati dalla piazza. C'è una mail postuma di Benazir, coi nomi e i cognomi di chi la voleva morta: un dirigente dell'Isi, il presidente della Corte dei conti, un ufficiale di polizia. La leader dell'opposizione l'aveva spedita a Musharraf e contemporaneamente a un amico, Mark Siegel, annotando nella seconda versione che «se mi uccidono, parte della responsabilità sarà del presidente: il governo ha rifiutato di aumentarmi la scorta, dopo l'attentato del 16 ottobre ». Per placare la folla e il mondo, per rimbalzare i sospetti e le telefonate che gli arrivano da Gordon Brown e da Washington, Musharraf ha una carta da giocare: Al Qaeda. Un portavoce del ministero dell'Interno, Javid Chima, con insolito tempismo si presenta in serata per mostrare un video con gli ultimi istanti, prima dell'attentato, e dire che il caso Bhutto è già risolto: l'hanno uccisa i qaedisti. Su Benazir non è stata fatta l'autopsia, aggiunge, però s'è capito che non è morta per proiettili o schegge (come s'era detto), ma perché l'esplosione le ha fatto sbattere la testa sul tetto dell'auto blindata; a Islamabad sanno anche chi è il prossimo, sulla lista di Al Qaeda: l'ex premier Nawaz Sharif, probabile successore della Bhutto. Ostentata sicurezza. Voglia di chiudere la pratica. Però ieri l'Autobus della Pace, quello che il governo aveva pomposamente inaugurato per collegare Lahore all'India, è stato soppresso. Motivi di sicurezza. Più che un autobus, uno sgangherato tram da chiamare desiderio.Francesco Battistini29 dicembre 2007 da "Il Corriene" on line.