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Il Conte di Montecrypto 2

Post n°627 pubblicato il 20 Novembre 2018 da miglioriamo.vogogna
 
Foto di miglioriamo.vogogna

Sto continuando a leggere il romanzo.

E come tutti i romanzi scritti  bene, più lo leggo e più mi "prende". Non sono certo io colui che può dare pareri autorevoli al riguardo, ben inteso, però per quel poco che me ne intendo, il romanzo ha i tempi giusti: suspance, azione, un pizzico di erotismo, e scopre le varie fasi che il detective privato Gildo Bacci affronta durante questa mission affidatagli da una affascinante baronessa milanese...

Si, perchè Gildo Bacci, protagonista, è uomo brillante che si circonda di donne particolari: anche in questo contesto si denota in maniera favolosamente marcata il tratto libertario dell'autore. Le donne sono donne che gesticono la loro vita, che fanno scelte, dirigono l'azione, decidono.

Non è dato sapere, poi le conseguenze, sopratutto di colei che il detective sta inseguendo: al punto di lettura a cui sono giunto, l'intreccio è davvero intringante e non si riesce ad intuire, nemmeno minimamente, che cosa potrà accadere.

Viene semplicemente voglia di leggerlo...

E per chi cerca uno spunto libertario, vi sono, splendidamente "annidati" nella scorrevolezza del testo e della trama, vari riferimenti a movimenti autonomisti, a cryptovalute, ad azioni volte comunque a ricercare, in questa società, spazi di libertà.

Qui la pagina facebook  www.facebook.com/ilcontediMontecrypto/

Qui il link all'editore  www.libreriadelponte.com/det-libro.asp?ID=1730&fbclid=IwAR2dmFKdjb9ilc6lZfVyzRom1O7gqK2BdDHARERuZdqVpdQGldi2aSHIllo

 
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Il conte di Montecrypto di Leonardo Facco

Post n°626 pubblicato il 15 Novembre 2018 da miglioriamo.vogogna
 

In questi giorni ho iniziato a leggere il conte di Montecrypto. Primo romanzo scritto da Leonardo Facco giornalista e scrittore. Ma soprattutto persona che reputo un caro amico.

Il libro è edito da Tramedoro editore di Bologna e lo si può trovare tranquillamente online sia in forma cartacea che eBook.

Fin dai primi passaggi il libro appare interessante, gradevole, ma soprattutto "diverso": diverso perché tratta temi di cui pochissime persone parlano, è solo persone come Leonardo trattano nella maniera corretta.

Leonardo ha portato nel romanzo il tema principale della sua vita: la libertà. Intesa non come quel termine logoro e abusato, che spesso sta inappropriatamente sulle bocche di molti di noi. Bensi quel senso di forte personalità individuale che rende un uomo cosciente del proprio valore, della forza delle proprie azioni, della caratura della propria moralita.

Voglio provare a portare qui qualche passaggio. Sia per stuzzicare alla lettura chi si leggerà queste righe, sia perché questo Blog vorrei farlo rivivere in uno spirito più libertario.

Chissà che Leonardo non mi dia l'ennesimo spunto per partire?

" Scusa Vit, mi chiedo: ma senza lo stato, magari piccolo certo, chi costruirebbe le strade, le scuole, gli ospedali, insomma quelle strutture sociali che garantiscono un certo grado di civiltà?"

"Ah ah ah - esordì con una sonora, seppur educato, risata il presidente di Liberland -. Scusa se mi è scappata, ma questa domanda me la sono sentita rivolgere una tale quantità di volte di aver perso il conto. Permettimi digitare uno studioso di inizio secolo il tuo paese, Arnaldo da Piombino. Scrive:<< le grandi creazioni intellettuali e materiali che hanno elevato la civiltà umana non sono opera di burocrati, ma di produttori spesso ignoti, oscuri, sfruttati, bistrattati. I veri protagonisti della civiltà umana non sono gli imperatori, il re, i presidenti, i ministri o I generali che solitamente riempiono le pagine dei libri di storia, Ma i contadini, gli artigiani, gli imprenditori o i mercanti che hanno migliorato le arti, le tecniche e i mestieri. I più coraggiosi tra questi produttori hanno difeso la libertà è la civiltà con le armi in pugno, rifiutando di sottomettersi il potere del loro tempo. Il filo conduttore della storia umana è l'incessante conflitto di classe tra i pagatori di tasse e consumatore di tasse>>. Vedi Elisabeth, l'esperienza ci dice che queste cose non te le racconta nessuno, tantomeno le scuole, che viceversa cercano di modellare sudditi obbedienti. Quelli come noi, e tu sembri essere una pasionaria della libertà, una che la va cercando mi par di capire, dovrebbero sentire il dovere morale di raccontare i fatti dal punto di vista degli uomini della libertà, non degli uomini di potere. Come sai, questi ultimi la storia la scrivono a modo loro. La società, che poi non è altro che un insieme di individui, vive e progredisce grazie al lavoro e alla libertà, non grazie al potere. La civiltà è stata edificata da chi ha resistito al potere, non da chi l'ha esercitato..."

 
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Ponte di Genova: crollo di un sistema?

Post n°625 pubblicato il 21 Agosto 2018 da miglioriamo.vogogna
 
Tag: Bastiat

Mentre imperversa il dibattito (sempre più attivo rispetto al lavoro e alle concrete azioni) su quanto accaduto a Genova con il crollo del ponte autostradale dei giorni scorsi, mi sono imbattuto in questo interessante articolo del... 1848!!
170 anni dopo, in moltissimi passaggi, è ancora terribilmente attuale. Ed evidenzia tutti i limiti di un popolo che dai Montagnardi, in Francia, al M5S, in Italia, spera sempre che "qualcuno" faccia "qualcosa" possibilmente "garantendo i diritti di tutti" e i "doveri... degli altri"!
E che lo Stato possa essere garante di quella condizione di benessere di ogni cittadino che invece non può essere garantita altro che da una coscienza individuale che metta al primo posto la consapevolezza di quelli che sono i propri doveri e i propri diritti nell'ambito di un pacifico Rispetto, però, di quelli degli altri.
Ci sono passaggi interessanti. Che ho evidenziato in neretto.
Ho dovuto tagliare alcuni passaggi, l'articolo completo al link 

https://www.panarchy.org/bastiat/stato.1848.html 

Buona lettura.

Frédéric Bastiat - Lo Stato (1848)  

Questo articolo è stato pubblicato nel Journal des Débats il 25 settembre 1848.


Io vorrei che si istituisse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con attribuzione di corone d'alloro, croci al merito e nastrini, per premiare colui che offrirà una definizione buona, semplice e intelligente di questo termine: lo Stato.

Quale immenso servizio non sarebbe reso alla società!

Lo Stato!
Che cos'è?  dov'è?  cosa fa?  cosa dovrebbe fare?

(...)

  « Organizzate il lavoro e i lavoratori.
     Estirpate l'egoismo.
     Reprimete l'insolenza e la tirannia del capitale.
     Promuovete degli esperimenti sulla concimazione e sulla produzione delle uova.
     Riempite il paese di strade ferrate.
     Irrigate le pianure.
     Rimboscate le montagne.
     Fondate delle fattorie modello.
     Fondate dei laboratori in cui si lavori tutti in armonia.
     Colonizzate l'Algeria.
     Date il latte ai fanciulli.
     Istruite la gioventù.
     Assistete la vecchiaia.
     Inviate nelle campagne gli abitanti delle città.
     Uniformate i profitti di tutte le industrie.
     Date in prestito il denaro, senza interesse, a coloro che lo desiderano.
     Liberate dal giogo straniero l'Italia, la Polonia e  l'Ungheria.
     Allevate e migliorate la razza dei cavalli da sella.
     Incoraggiate l'arte, dateci dei musicisti e delle ballerine.
     Vietate il commercio e, al tempo stesso, create una marina mercantile.
     Scoprite per noi la verità e fate entrare nelle nostre teste un pizzico di ragione.
     Lo Stato ha per missione il compito di rischiarare, sviluppare, ingrandire,
     fortificare, spiritualizzare e santificare l'animo dei popoli. »

« Eh ! Signori, un po' di pazienza  » risponde lo Stato, con aria dimessa.

« Cercherò di dare soddisfazione alle vostre richieste, ma per fare ciò mi occorrono delle risorse. Ho approntato delle risoluzioni concernenti cinque o sei imposte del tutto nuove e le più benigne al mondo. Vedrete che sarà un piacere pagarle. »

A quel punto un grande grido si eleva al cielo:
« Che!  Cosa!  che merito ci sarebbe nel fare alcunché ricevendo delle risorse!  Per agire così non vale proprio la pena di chiamarsi lo Stato.  Lungi dal colpirci con nuove tasse, noi vi intimiamo di sopprimere quelle in vigore.

Cancellate:

     L'imposta sul sale;
     L'imposta sulle bevande;
     L'imposta sulla corrispondenza;
     L'imposta di consumo;
     Le patenti;
     Le prestazioni obbligatorie. »

Nel bel mezzo di questo tumulto, e dopo che il paese ha cambiato due o tre volte il governo dello Stato per non aver soddisfatto a tutte queste richieste, io mi sono permesso di far osservare che esse erano contraddittorie.
Di cosa mi sono impicciato, per l'amor del cielo!  non potevo tenere per me questa malaugurata considerazione?

Eccomi allora discreditato per sempre; e adesso è assodato che sono un essere senza cuore e senza fegato, un filosofo arido, un individualista, un borghese, e, per riassumere il tutto, un economista della scuola inglese o americana.

(...) .

Per cui io chiedo che me lo si mostri, che lo si definisca, ed è per questo che propongo di istituire un premio per il primo che svelerà questa fenice. Perché, in fin dei conti, sarete ben d'accordo con me che questa scoperta preziosa non è stata ancora fatta, dal momento che, fino ad ora, tutto ciò che si presenta sotto il nome di Stato, la gente lo rifiuta immediatamente, proprio perché non soddisfa le condizioni peraltro un po' contraddittorie del programma.

Occorre proprio dirlo?  Io temo che tutti noi siamo, a questo riguardo, sotto l'influsso ingannevole di una delle più bizzarre illusioni che si siano mai impadronite dello spirito umano.

L'essere umano rifugge la Pena e la Sofferenza. E nonostante ciò è condannato per natura alla Sofferenza delle Privazioni se non prende su di sé la Pena del Lavoro. Non gli resta dunque che la scelta tra questi due mali.

Come fare per evitarli tutti e due?  Finora egli non ha trovato e non troverà mai che un solo mezzo, che è quello di godere del lavoro altrui; si tratta di fare in modo che la Pena e il Godimento non incombano su ciascuno secondo un rapporto naturale, ma che tutta la pena ricada sugli uni e tutti i godimenti giungano agli altri. Da ciò deriva la schiavitù, lo sfruttamento, quale che sia la forma presa da questi fenomeni: guerre, inganni, violenze, restrizioni, frodi, ecc., abusi mostruosi ma in linea con l'idea che ha dato loro origine.  Si deve odiare e combattere gli oppressori, ma non si può dire che essi siano assurdi.

La schiavitù scompare, grazie al cielo, e, d'altro lato, questa disposizione d'animo per cui noi ci impegnamo a difendere i nostri beni, fa sì che la ruberia pura e semplice non è più così agevole. Nonostante ciò un qualcosa rimane. È questa infelice inclinazione a dividere in due parti il complesso delle esperienze di vita, rigettando sugli altri la Pena e conservando per sé stessi il Godimento. Occorre vedere sotto quale nuova forma si manifesti questa sciagurata tendenza.

L'oppressore non agisce più direttamente sull'oppresso contando sulle sue proprie forze. No, la nostra coscienza è diventata troppo accorta per agire in questo modo. Sussistono ancora il tiranno e la vittima, ma tra di loro si pone un intermediario che è lo Stato, vale a dire la legge stessa. Che cosa di più asettico per mettere a tacere i nostri scrupoli e, ciò che è forse estremamente apprezzabile, a vincere le resistenze?  Dunque, tutti, sotto un qualsiasi titolo, sotto un pretesto o l'altro, noi ci rivolgiamo allo Stato. Noi gli diciamo:
« Io non trovo che vi sia, tra i miei godimenti e le mie fatiche lavorative un rapporto proporzionale che mi soddisfi. Mi piacerebbe tanto, per ristabilire l'equilibrio desiderato, prendere qualcosa dalle risorse degli altri. Ma ciò è pericoloso. Non potreste voi per caso facilitarmi la cosa?  Non potreste voi farmi avere un buon posto?  O bloccare opportunamente le attività industriali dei miei concorrenti?  O meglio ancora, prestarmi senza interessi dei capitali che avrete preso ai loro possessori?  Oppure educare i miei ragazzi a spese del pubblico?  O accordarmi dei premi di produzione?   O assicurarmi una vita serena quando avrò cinquant'anni?   In questo modo raggiungerò il mio obiettivo in piena tranquillità di coscienza, perché sarà la legge stessa che avrà agito per me, e io avrò tutti i vantaggi dell'accaparramento senza avere né i rischi né l'odio! »

Essendo certo che, da una parte, noi tutti rivolgiamo allo Stato simili richieste, e che, dall'altra parte, è assodato che lo Stato non può procurare il godimento agli uni senza accrescere il lavoro degli altri, in attesa di un'altra definizione dello Stato, mi ritengo autorizzato a fornire qui la mia. Chissà che essa non ottenga il primo premio?
Eccola:

Lo Stato
è la grande finzione
attraverso la quale tutti
cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri.

Infatti,  oggi come ieri, chi più chi meno, ognuno vorrebbe certamente trarre vantaggio dal lavoro degli altri. Questa inclinazione non si ha il coraggio di mostrarla apertamente, la si nasconde anche a sé stessi, e allora che cosa si fa? Ci si immagina un intermediario, ci si rivolge allo Stato, e ogni ceto, uno dopo l'altro, vorrebbe dirgli:
« Voi che avete la facoltà di espropriare legalmente, onestamente, prendete dal pubblico, e noi ripartiremo il tutto.»

Ahimè!  lo Stato ha anch'esso una notevole inclinazione a seguire questo diabolico suggerimento, in quanto esso è composto da ministri, funzionari, in una parola esseri umani che, come tutti gli esseri umani, recano in sé questo desiderio e afferrano sempre con sollecitudine l'opportunità di veder accrescere le loro ricchezze e la loro influenza. Lo Stato impara dunque ben presto che può ricavarci qualcosa dal ruolo che il pubblico gli affida. Esso sarà l'arbitro, il padrone dei destini di tutti: raccoglierà molto, e dunque gli resterà molto per sé stesso; moltiplicherà il numero dei suoi rappresentanti, amplierà la portata delle sue attribuzioni, finirà per assumere proporzioni schiaccianti.

Ma ciò che occorre assolutamente notare, è la stupefacente cecità del pubblico in tutto ciò. Quando dei soldati fortunati riducevano i vinti in uno stato di schiavitù, essi erano persone barbare ma il loro comportamento non era assurdo. Il loro fine, come il nostro, era quello di vivere a carico degli altri; ma, al pari di noi, essi raggiungevano il loro obiettivo. Che cosa dobbiamo pensare di un popolo nel caso in cui esso non sembri dubitare che il saccheggio reciproco non è per questo meno spoliatore per il fatto di essere reciproco, che non è meno criminale per il solo fatto che viene portato a compimento a norma di legge e in maniera ordinata, che esso non aggiunge nulla al pubblico benessere, che esso, al contrario, lo diminuisce dell'ammontare che costa mantenere questo intermediario dispendioso che chiamiamo lo Stato?

(...)

Se io mi sono permesso di criticare le prime parole della nostra Costituzione, è perché qui non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io sostengo che questa personificazione dello Stato si è rivelata in passato e sarà in futuro una fonte feconda di calamità e di sconvolgimenti.

Ecco il Pubblico da una parte, lo Stato dall'altra, considerati come due esseri distinti, il primo tenuto a riversare doni sul secondo, il secondo sentendosi in diritto di reclamare dal primo un torrente di umane soddisfazioni. Che cosa deve accadere?

Nella realtà dei fatti, lo Stato non è monco e non può esserlo. Esso ha due mani, l'una per ricevere e l'altra per dare, o, altrimenti detto, la mano rude e la mano dolce. L'attività della seconda è necessariamente subordinata all'attività della prima.

A rigore, lo Stato potrebbe prendere senza dare. Questo si è visto e si spiega per via della natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta la totalità di ciò che esse toccano. Ma quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l'eventualità che lo Stato restituisca al pubblico più di quanto esso prenda. È dunque una follia totale l'assumere nei confronti dello Stato l'atteggiamento umile dei mendicanti. È radicalmente fuori della portata dello Stato conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità nel suo complesso.

Esso si trova dunque posto, in rapporto alle nostre esigenze, in un chiaro circolo vizioso.

Se esso rifiuta di compiere il bene che ci si attende da lui, esso viene accusato di impotenza, di cattiva volontà, d'incapacità. Se esso cerca di compiere il bene, è costretto a colpire il popolo di tasse in misura doppia, a fare più male che bene, e ad attirarsi, per altri versi, la disaffezione generale.

Così, nel pubblico si alimentano delle speranze e da parte del governo si esprimono due promesse: molti benefici e nessuna imposta. Speranze e promesse che, essendo contraddittorie, non si realizzano mai.

Non è forse questa la causa di tutte le rivoluzioni?  Perché, tra lo Stato che elargisce promesse impossibili, e il pubblico che concepisce speranze irrealizzabili, vengono ad interporsi due classi di individui: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è interamente segnato dalla situazione. È sufficiente a questi cortigiani della popolarità gridare alle orecchie del popolo: 
« Il potere ti inganna; se noi fossimo al loro posto, noi davvero ti riempiremmo di ogni bene e ti libereremmo dalle tasse. »

E il popolo crede, e il popolo spera, e il popolo fa una rivoluzione.

I nuovi cortigiani non fanno in tempo ad occupare i posti di comando, che viene loro intimato di decidersi a fare.
« Datemi dunque del lavoro, cibo, assistenza, credito, istruzione, colonie, dice il popolo, e al tempo stesso, in base alle vostre promesse, liberatemi dalle ganasce del fisco. »

Lo Stato nuovo non è meno imbarazzato di quello vecchio, perché, quando si tratta di cose impossibili, è facile promettere ma non certo mantenere le promesse. Cerca quindi di guadagnar tempo, e ne ha bisogno per far maturare i suoi vasti progetti. Per prima cosa, compie dei timidi tentativi; da un lato, estende un po' l'istruzione primaria; dall'altro, modifica un po' l'imposta sugli alcolici (1830).
Ma la contraddizione si erge sempre davanti a lui: se vuole essere filantropo, è costretto ad essere fiscale; e se rinunzia alla fiscalità, occorre che rinunzi anche alla filantropia.

Queste due promesse cozzano sempre e necessariamente l'una contro l'altra.
Fare ricorso al credito, vale a dire divorare le risorse del futuro, è questo certo un mezzo pratico di conciliare le promesse; si tenta di distribuire un po' di benefici nel presente creando parecchi guasti per il futuro. Ma procedere in questa maniera evoca lo spettro della bancarotta che estingue il credito. Che fare dunque?  A quel punto il nuovo Stato prende l'iniziativa coraggiosamente; raccoglie delle forze per mantenersi al potere, sopprime la libertà d'espressione, ricorre a misure arbitrarie, ridicolizza gli antichi proclami, dichiara che non si può amministrare che a patto di essere impopolare; detto in breve, si proclama potere governativo.

Ed è lì che lo attendono altri soggetti che sono ansiosi di popolarità. Essi sfruttano la stessa illusione, passano attraverso gli stessi sentieri, ottengono lo stesso successo, e ben presto vanno a farsi inghiottire nel medesimo baratro.  È così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell'epoca, l'illusione che rappresenta il soggetto di questo articolo era penetrata più a fondo che mai nella mente del popolo, attraverso le dottrine socialiste. Più che in altro momento, esso si aspettava che lo Stato sotto la forma repubblicana, aprisse totalmente la sorgente dei benefici e chiudesse quella delle imposte.
« Sono stato spesso ingannato, diceva il popolo, ma farò io stesso attenzione che non mi si prenda in giro anche stavolta. »

Che poteva fare il governo provvisorio?  Ahimè!  ciò che fa sempre in simili circostanze: promettere e guadagnar tempo. Di promesse non fa certo difetto, e per dare ad esse maggiore solennità, le suggella in alcuni decreti.
« Innalzamento del benessere, diminuzione dei carichi di lavoro, assistenza, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti, e al tempo stesso riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sui timbri postali, sulla carne, tutto sarà votato ... alla prima riunione dell'Assemblea nazionale ».

L'Assemblea nazionale si è riunita, e dal momento che non si può dar corso a due esigenze contraddittorie, il suo compito, il suo triste compito, è consistito nel ritirare, nella maniera più silenziosa, uno dopo l'altro, tutti i decreti del governo provvisorio.

Al tempo stesso, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario fare delle eccezioni. Certi impegni sono stati mantenuti, altri hanno ricevuto un piccolo segnale di approvazione. Così l'amministrazione attualmente in carica può compiere uno sforzo di immaginazione riguardo a nuove tasse.

Adesso io mi immagino di vedere quello che succederà di qui a qualche mese, e mi chiedo, con la tristezza nel cuore, che cosa accadrà quando degli agenti dello stato del tutto nuovi si recheranno nelle nostre campagne per prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti della produzione agricola. Che il Cielo mi smentisca, ma io ci vedo ancora un ruolo per tutti coloro che sono a caccia di popolarità

Leggete l'ultimo Manifesto dei Montagnardi, quello che essi hanno emesso in occasione dell'elezione presidenziale. È un po' lungo, ma, dopotutto, può essere riassunto in due parole: lo Stato deve dare molto ai cittadini e pretendere poco da essi. È sempre la stessa tattica, o se si vuole, lo stesso errore.

« Lo Stato deve offrire gratuitamente l'istruzione e l'educazione a tutti i cittadini. »

Esso deve:
« Un insegnamento generale e professionale appropriato, per quanto possibile, ai bisogni, alle inclinazioni e alle capacità di ciascun cittadino. »

Esso deve:
« Insegnare al cittadino i doveri verso Dio, verso gli uomini e verso sé stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue inclinazioni e le sue facoltà, procurargli infine le conoscenze per esercitare il suo lavoro, per garantirsi i suoi interessi e per far valere i suoi diritti. »

Esso deve:
« Mettere alla portata di tutti le lettere e le arti, il patrimonio culturale, i tesori dello spirito, tutti i godimenti intellettuali che innalzano e fortificano l'animo umano. »

Esso deve:
« Offrire riparazione per ogni calamità, incendio, inondazione, ecc. (questo eccetera ne dice più di quanto non sembri) sofferti da un cittadino. »

Esso deve:
« Intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito. »

Esso deve:
« Procurare all'agricoltura dei sostegni sicuri e una protezione efficace. »

Esso deve:
« Acquisire la proprietà di ferrovie, canali, miniere, » e senza dubbio amministrarli con quella capacità gestionale che lo caratterizzano.

Esso deve:
« Stimolare le imprese audaci, incoraggiarle e aiutarle per mezzo di tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, lo Stato indirizzerà con le sue direttive le associazioni industriali e agricole, al fine di garantirne il successo. »

Lo Stato deve occuparsi di tutto ciò, senza tralasciare i compiti che esso assolve attualmente; e, per fare un esempio, occorrerà che esso conservi sempre, nei confronti degli stranieri, un atteggiamento minaccioso; infatti, affermano i firmatari del programma, « uniti da questa santa solidarietà e memori delle imprese gloriose della Francia repubblicana, noi trasportiamo i nostri desideri e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo innalza tra le nazioni: i diritti che noi pretendiamo, noi li vogliamo anche per tutti coloro che il giogo della tirannia opprime; noi vogliamo che questo nostro glorioso esercito sia ancora, se occorre, l'esercito della libertà. »

Voi vi rendete conto che la mano premurosa dello Stato, questa buona mano che dona e distribuisce, sarà molto occupata sotto il governo dei Montagnardi. Voi credete forse che anche l'altra mano, quella rude, che penetra e svuota le nostre tasche, non sarà altrettanto occupata?

Abbandonate le vostre illusioni. Coloro che cercano la popolarità non saprebbero il loro mestiere, se non avessero acquisito l'arte di mostrare la mano benevola, mentre nascondono la mano rude.

Il loro dominio sarebbe altrimenti la somma felicità del contribuente.
«È il superfluo, dicono loro, non il necessario che deve essere colpito dall'imposta.»

Non sarebbe forse una bella età quella in cui, per coprirci di benefici, il fisco si contentasse di prendere solo il nostro superfluo?

Ma questo non è tutto. I Montagnardi aspirano a che « l'imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia nulla di più che un atto di fraternità. »

Bontà del cielo!  io ben sapevo che va di moda infilare dappertutto la fraternità, ma escludevo di certo che la si potesse introdurre tra le carte dell'agente delle tasse.

Scendendo ai dettagli, i firmatari del programma affermano:
« Noi vogliamo l'abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera.
« La riforma  dell'imposta fondiaria, delle imposte di consumo, delle concessioni.
« L'amministrazione gratuita della giustizia, vale a dire la semplificazione delle procedure e la riduzione delle spese.»
(Qui si fa senza dubbio riferimento al costo dei bolli)

Così, imposta fondiaria, imposta di consumo, patenti, bolli, sale, bevande, valori postali, tutto viene messo nel calderone. Questi signori hanno trovato il segreto di concedere un attivismo sfrenato alla mano benefica dello Stato paralizzando al tempo stesso la mano rude.

Ebbene, chiedo io al lettore equilibrato, non è questo far mostra di infantilismo, e per di più di infantilismo dannoso?
Come è possibile che il popolo non faccia una rivoluzione dopo l'altra, dal momento che ha deciso di fermare la propria protesta solo dopo aver compreso l'esistenza di questa contraddizione: « Non dare nulla allo Stato e ricevere molto in cambio! »
C'è qualcuno forse che crede che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero essi stessi le vittime dei raggiri che utilizzano per impadronirsene?

Cittadini, in tutte le epoche, si sono presentati due sistemi politici, e tutti e due possono avanzare buone ragioni per la loro esistenza.  In base al primo, lo Stato deve fare molto, ma ha anche il diritto di prendere molto. In base all'altro, la doppia azione di dare e di prendere deve essere estremamente ridotta. Bisogna scegliere tra questi due sistemi. Ma, per quanto riguarda un terzo sistema, che prende qualcosa degli altri due, e che consiste nell'esigere tutto dallo Stato senza dare alcunché, esso è chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo sostengono, per ricavarne la soddisfazione di accusare tutti i governi di impotenza e di esporli così alle vostre invettive, questi vi illudono e vi ingannano, o quanto meno ingannano sé stessi.

Quanto a noi, pensiamo che lo Stato non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza messa in comune, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spoliazione, ma, al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la pace.

 
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Precisazione su Eco Risveglio

Post n°624 pubblicato il 09 Febbraio 2017 da miglioriamo.vogogna
 

Oggi Eco pubblica, nella rubrica delle lettere, un mio comunicato stampa, in risposta ad una affermazione del Sindaco, rilasciata in una intervista di due settimane fa, che mi riguarda. E' quindi dovuta una precisazione, in quanto affermazione (e informazione) totalmente errata!

Dovuta precisazione, ora auspico di non essere più tirato in ballo (sto cercando, piano piano, di "disintossicarmi" dalla politica che ho abbandonato e alla quale non intendo ritornare), soprattutto con affermazioni inesatte. Ho sempre cercato, con tutti i miei limiti e difetti (che sono tanti!), di essere coerente e avere rispetto nel rapporto con gli altri, perchè non sono il tipo che afferma qualcosa e poi fa azioni contrarie! Poi, si può sempre sbagliare, per carità, ma in questa vicenda non ho sbagliato io...

La tematica è quella riguardante l'istanza di alcuni abitanti di Premosello Chiovenda che chiedono da tempo di riconvertire in agricol i terreni artigianali da loro posseduti a Vogogna, in quanto l'IMU è diventato esorbitante e insostenibile per molti di loro.

Voglio solo precisare, a rigor di corretta informazione e senza voler innescare polemica alcuna, che il Sindaco ricorderà come, durante tutto l’iter di approvazione del nuovo piano regolatore, il sottoscritto più volte denunciò la mancanza di convocazione della Commissione Urbanistica (leggi qui http://blog.libero.it/informavogogna/3333860.html) che avrebbe dovuto avere il compito di lavorare nel merito. Il piano fu appannaggio della sola maggioranza che ci tagliò letteralmente fuori, basta rileggersi i documenti del tempo o anche solo ricordarsi le mie dichiarazioni in consiglio comunale ”.

Nel 2011, a luglio, il sottoscritto invitava il Sindaco a convocare una commissione urbanistica affinché fosse discusso, in ribasso, il valore delle aree edificabili ai fini fiscali. Ma con grande sorpresa, e contro il mio intento, dopo quella data aumentò.  Sul mio blog personale, ancora visibile internet, c’è ampia attestazione, ovviamente, di quanto sostengo. Vogliamo parlarne?”.

Preciso che il sottoscritto ha rinunciato all’incarico professionale ricevuto, per non far spendere ulteriori soldi ai proprietari di quei terreni, offrendosi pertanto, gratuitamente, di dare una mano: chiedo quindi al Sindaco Enrico Borghi di lasciare da parte il dibattito politico e di confrontarci invece, in maniera costruttiva, nel merito della questione reale. Partendo dal fatto che gli istanti oggi rappresentano come, alcuni di loro, dedicano alla “causa IMU” del Comune più di due pensioni all’anno. Qualche domanda bisogna pur farsela e soprattutto, qualche risposta bisogna pur darla”.
“A
pprofitto per invitare pubblicamente Borghi a voler concludere il prima possibile questo iter, proprio per dare una risposta concreta a questa situazione. Lo conosco ormai da anni, e so quanto egli rivendichi un ruolo della politica attivo e positivo nei confronti del territorio e delle persone che lo vivono: questa è l’occasione concreta per dimostrarlo. Mi rendo disponibile a collaborare con lui affinché si chiuda positivamente questa pratica. Enrico: quei due mesi di pensione dedicati ad un tributo comunale, onestamente, a me turbano il sonno...”

 

 
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Esperienza finita. Domani si rientra!

Post n°623 pubblicato il 10 Ottobre 2016 da miglioriamo.vogogna
 

Con gli ultimi sopralluoghi di oggi, termina una esperienza unica che sono (siamo) felice di aver vissuto.

Ho capito tante cose nuove, e soprattutto trovato la conferma che non bisogna più leggere i giornali e guardare le TV: le idee e le informazioni bisogna farsele e prendersele nel modo piu diretto possbile!

La giornata si è conclusa simbolicamente con il pianto di una nonnina, che ci raccontava lo spavento di quella notte. Lei, in casa sola, in quanto vedova, i figli che vivono lontano.
Cercando di scappare all'esterno, ha aperto la porta e il fabbricato oltre la via (siamo nel centro storico, quindi a tre metri di distanza non di più) che ondeggiava paurosamente (di fatto, abbiamo riscontrato qualche crepa preoccupante...). Si è messa a piangere ed è rimasta chiusa in casa, in piedi, aspettando la fine di una scossa che è durata almeno 30-40 secondi. Una eternità!
Ci chiamava entrambi "amore" (lo diceva all'inizio, a metà ed alla fine di ogni frase) oppure "stellì": non siamo riusciti a tranquillizzarla del tutto, sia per via del fatto che non tutto l'edificio era ispezionabile, sia perchè un muro sotto la cameretta aveva evidenti segni di dissesto. Ho potuto solo dirle che, in caso di terremoto, quel locale ove i figli gli hanno suggerito di rifugiarsi (perchè ha una soletta in c.a.) non sarebbe stato poi così sicuro.

A fine sopralluogo l'ho abbracciata e baciata, e lo stesso ha fatto Andrea. Mi ha commosso: questa donnina, piccola picola, con qualche difficoltà nel deambulare, sola, di notte, con un forte ed improvviso terremoto che cerca di scappare trovandosi davanti a un palazzo molto piu grande del suo che ondeggia. Credo che, a provare ad immaginare questa scena, a provare a mettersi nei suoi panni, si possa riassumere lo stato d'animo medio delle persone che abbiamo conosciuto e in generale a tutti coloro che si trovano d'improvviso in questa brutta circostanza.

L'altro emblema della giornata, e di questa popolazione, è il caffè che un signore perfettamente sconosciuto ha insistito affinchè bevessimo, nel frattempo che aspettavamo il proprietario della casa in cui dovevamo fare il sopralluogo. Ha sentito che dicevo ad Andrea, "vuoi bere un caffè?" (in quanto eravano in largo anticipo) che è andato a casa, ha avvertito la moglie, e poi è tornato indietro chiamandoci.

L'esperienza professionale è stata fantastica, unica. Ma la lascio un passo indietro rispetto a quella personale: per quanto io tenga molto alla mia professione, il lato umano è sempre quello che prediligo.

Lascio qui, indubbiamente, una piccola parte di me e ringraziando Daniele il titolare, Vincenzo e tutto il gentilissimo e professionale staff dello Zuniga Hotel, Pietro (il tecnico comunale che si vorrebbe sempre incontrare in Municipio) ringrazio simbolicamente i cittadini di Civitella che abbiamo conosciuto (che non sono pochi, avendo evaso in 5 giorni almeno una cinquantina di istanze).

Di sicuro, una esperienza e dei valori in più da trasmettere ai miei figli.

 
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