Dovrà passare ancora molto tempo, io credo, prima che la donna possa sedere al suo tavolo a scrivere un libro senza scoprire un fantasma da uccidere, una pietra da scagliare con rabbia.
Virginia Woolf
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La gabbiareposted arrivava in uno sperduto e polveroso paese del deserto nord africano era un evento di cui si sarebbe parlato per mesi. Una lenta carovana di cammelli smunti e un’accozzaglia di guitti e saltimbanchi affamati e denutriti. Sull’unico carro della carovana, celata alla vista sotto un sudicio tappeto di fattura straniera, vi era una gabbia. Si capiva subito che quella era l’attrazione principale e tutti si arrovellavano su che cosa vi fosse imprigionato. I più eccitati erano i bambini: immaginavano fiere mai viste, di cui avevano solo sentito parlare dai racconti degli anziani la sera accoccolati accanto al fuoco bevendo latte di capra. La carovana prendeva immancabilmente possesso del terreno accanto al pozzo e in pochi attimi erigeva le sue misere tende di pelle. Si vedeva che conducevano una vita grama, i loro occhi erano spenti, stanchi. Solo il capo carovana un uomo di mezz’età dall’aria un po’ meno denutrita aveva gli occhi luccicanti, vivi. Sapeva benissimo di avere dalla sua parte una sorpresa che l’avrebbe ben presto arricchito. Infatti tutti gli incassi confluivano nelle sue tasche. I miseri guitti si dovevano accontentare di essere sfamati, ma ormai avevano perso anche la speranza di poter cambiare il loro destino. La folla curiosa si accalcava attorno a loro, chiedendo notizie dei loro viaggi e di altri remoti villaggi. Una simile novità, l’arrivo dei guitti era praticamente una festa. Parecchi cercavano di sbirciare sotto il consunto tappeto posto sulla gabbia ma venivano allontanati in malo modo. Era la sorpresa della serata, l’evento per cui loro avevano viaggiato nel deserto e nessuno poteva violare il segreto. Con pochi e antichi gesti, sempre gli stessi da secoli, i saltimbanchi eressero il tendone sotto cui avrebbero incantato gli spettatori e vi nascosero la gabbia sempre coperta dal tappeto. E venne finalmente la sera, come per un segreto segnale tutti si accalcarono sotto il misero tendone. E lo spettacolo ebbe inizio. Inutile dire che gli occhi di tutto il villaggio erano rivolti alla gabbia, ormai la curiosità si era impadronita di loro ma continuava ad essere ostinatamente coperta. I poveri saltimbanchi eseguivano i loro esercizi in modo svogliato sapevano bene che non erano il piatto forte della serata. Solo i bimbi più piccoli sembravano incantati. Si sentiva un costante mormorio di sottofondo dove si percepiva distintamente la parola gabbia. La tensione saliva, il pubblico smaniava. Il capo carovana sapeva bene il suo mestiere e aveva ben chiaro che, se di lì a poco non avesse svelato l’arcano. il suo pubblico si sarebbe trasformato in un mostro a più teste. Attese che l’ultimo artista finisse il suo miserevole numero e poi con passo deciso si piazzò al centro dell’arena e con cipiglio ancora più aggressivo iniziò la sua arringa. Da buon imbonitore la prese da molto lontano, descrisse le fatiche del viaggio, le privazioni che avevano subito solo per portare davanti ai loro occhi la meraviglia che si celava sotto il tappeto. Li avvinse con la sua parola, non avevano orecchi che per lui e occhi per la gabbia, schiumavano letteralmente di desiderio. E finalmente arrivò l’annuncio a sorpresa: il meraviglioso spettacolo era solo ed esclusivamente riservato ai maschi adulti del villaggio. Stupore, meraviglia: i ragazzini che strepitano scontenti, le donne che lanciano improperi. Il capo carovana è inesorabile solo quando saranno rimasti sotto la tenda i maschi lui svelerà il contenuto della gabbia. Il tumulto ebbe presto fine i maschi adulti erano i padri padroni e la tenda si svuotò. Ormai avevano gli occhi accesi, i cuori in tumulto, la tensione era qualcosa di vivo. Tutti gli occhi erano per la gabbia e per il capo carovana che con mosse studiate e lente si avvicinò. Sapeva benissimo che il gioco non poteva durare ancora a lungo e quindi con un unico gesto scoprì la gabbia. E calò il silenzio. Stava sdraiata in un angolo, gli occhi semichiusi, una specie di sogghigno sulle labbra tirate. Più bella del sole, più bella del deserto. Gli uomini erano increduli, si sfregavano gli occhi. Davanti a loro si era palesata una leggenda. Narravano gli antichi che prima che le terre litigassero e si dividessero vivevano in armonia uomini e donne con la pelle di tutti i colori: bianca, rossa, gialla, nera marroncino, ma per gli uomini del villaggio era solo una fola Ed ora eccola li, una femmina dall’incredibile color rosato, con i capelli dorati e gli occhi color dell’acqua. Nuda. Li fissava sorniona, sembrava pronta a balzare fuori dalla sua prigione. Le membra sottili, i seni piccoli e sodi. nessuna peluria, gambe lunghissime. Al confronto, la più bella donna del villaggio aveva il fascino di una cammella. Gli spettatori erano ammutoliti, ma il bello doveva ancora arrivare. Stuzzicandola con una lunga canna, così come si fa con le bestie feroci, il capo carovana costrinse la femmina ad alzarsi e mostrarsi in ogni possibile angolazione. Raccontava nel frattempo che la femmina proveniva dalle desolate terre a nord del grande mare, che era passata di mano in mano venduta, ricomprata e poi rivenduta innumerevoli volte e alle fine lui era riuscito ad aggiudicarsela e a prezzo di fatiche inenarrabili era riuscito a farla arrivare al loro sperduto villaggio. Ed ora era pronto a lanciare l’asta: chi di loro avesse offerto di più poteva possederla. Silenzio ancora più teso, occhi che si scrutano, i più poveri sanno di non avere speranza i ricchi contano i loro tesori nascosti e si chiedono chi di loro farà la prima offerta. La femmina li guarda di sottecchi, sa perfettamente cosa sta succedendo, non è la prima volta, non sarà l’ultima. Si muove sinuosa, simile ad una pantera, li osserva fisso e sembra sfidarli. Non è lei la preda finale, sono loro le sue prede. All’improvviso scatta il putiferio, comincia la rissa per aggiudicarsela, nessuno vuole rinunciare ma ben presto rimangono solo due contendenti. La femmina volge loro la schiena e di tanto in tanto li osserva da sopra la spalla leccandosi le labbra. I due contendenti, gli uomini più ricchi del villaggio continuano la loro gara ma sanno che non durerà per molto. Per quanto ricchi i loro averi sono limitati. Si guardano l’un l’altro in cagnesco, un filo di bava cola dalle loro labbra e poi improvvisamente il più giovane lascia, non può più rilanciare non gli rimane nulla da offrire. Il vecchio ha un lampo osceno negli occhi. Mercanteggia con il capo carovana la possibilità di farne quello che vuole della femmina. Potrà farne quello che vuole per una notte intera a patto che non ne rovini la pelle e i capelli. Il vecchio si è praticamente rovinato, ma i suoi discendenti potranno vantarsi durante le lunghe veglie notturne. Vengono lasciati soli, lui può aprire finalmente la gabbia. Ha in mente solo oscenità, mai nemmeno pensate. Lei lo guarda, lo sfida con la propria nudità. Pronta a essere posseduta. Tutto avviene in fretta, il vecchio non sa trattenersi, troppo il desiderio. Sembrano due tigri che lottano. Niente sottomissione nella femmina, i corpi si contorcono, si sbranano, le unghie scavano solchi nella pelle. La furia fatta umana. Ancora e ancora senza una parola, solo respiri e gemiti che assomigliano a ringhi. Il vecchio sembra insaziabile, la femmina non conosce pace. L’alba è quasi vicina, il vecchio vuole ancora e ancora di quel delirio e improvvisamente si accascia sul corpo della femmina. Non respira più. Negli occhi una luce di sconfitta. Lei se lo scrolla di dosso, e con movenze noncuranti si va a rintanare nella gabbia, si sdraia finalmente placata e torna a socchiudere gli occhi. Al primo sorgere del sole la misera carovana non sarà più vicino al pozzo. Di essa solo le tracce sulle dune che vanno verso sud. Gli uomini del villaggio, continueranno a chiedersi se mai la femmina color dell’oro fosse esistita. Lei la femmina, stesa indolente nella sua gabbia, aspetta di arrivare al prossimo villaggio, e si lecca le labbra. Gli occhi simili a fessure. |
CINQUE PEZZI FACILI
PRIMAVERA
La primavera senza una foglia che potesse venir rovesciata dal vento, nuda e luminosa come una vergine di scontrosa castità, di sdegnosa purezza, si distese sui prati con gli occhi spalancati e attenti e del tutto indifferente a quel che facessero o pensassero quanti guardavano.
Gita al faro
Virginia Wolf
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