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La gabbia

Post n°177 pubblicato il 25 Novembre 2006 da La_Chambre_d_Isabeau
 


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Quando
arrivava in uno sperduto e polveroso paese del deserto nord africano
era un evento di cui si sarebbe parlato per mesi. Una lenta carovana di
cammelli smunti e un’accozzaglia di guitti e saltimbanchi affamati e
denutriti. Sull’unico carro della carovana, celata alla vista sotto un
sudicio tappeto di fattura straniera, vi era una gabbia. Si capiva
subito che quella era l’attrazione principale e tutti si arrovellavano
su che cosa vi fosse imprigionato. I più eccitati erano i bambini:
immaginavano fiere mai viste, di cui avevano solo sentito parlare dai
racconti degli anziani la sera accoccolati accanto al fuoco bevendo
latte di capra.

La carovana
prendeva immancabilmente possesso del terreno accanto al pozzo e in
pochi attimi erigeva le sue misere tende di pelle. Si vedeva che
conducevano una vita grama, i loro occhi erano spenti, stanchi. Solo il
capo carovana un uomo di mezz’età dall’aria un po’ meno denutrita aveva
gli occhi luccicanti, vivi. Sapeva benissimo di avere dalla sua parte
una sorpresa che l’avrebbe ben presto arricchito. Infatti tutti gli
incassi confluivano nelle sue tasche. I miseri guitti si dovevano
accontentare di essere sfamati, ma ormai avevano perso anche la
speranza di poter cambiare il loro destino.

La
folla curiosa si accalcava attorno a loro, chiedendo notizie dei loro
viaggi e di altri remoti villaggi. Una simile novità, l’arrivo dei
guitti era praticamente una festa. Parecchi cercavano di sbirciare
sotto il consunto tappeto posto sulla gabbia ma venivano allontanati in
malo modo. Era la sorpresa della serata, l’evento per cui loro avevano
viaggiato nel deserto e nessuno poteva violare il segreto.

Con
pochi e antichi gesti, sempre gli stessi da secoli, i saltimbanchi
eressero il tendone sotto cui avrebbero incantato gli spettatori e vi
nascosero la gabbia sempre coperta dal tappeto.

E
venne finalmente la sera, come per un segreto segnale tutti si
accalcarono sotto il misero tendone. E lo spettacolo ebbe inizio.
Inutile dire che gli occhi di tutto il villaggio erano rivolti alla
gabbia, ormai la curiosità si era impadronita di loro ma continuava ad
essere ostinatamente coperta. I poveri saltimbanchi eseguivano i loro
esercizi in modo svogliato sapevano bene che non erano il piatto forte
della serata. Solo i bimbi più piccoli sembravano incantati. Si sentiva
un costante mormorio di sottofondo dove si percepiva distintamente la
parola gabbia. La tensione saliva, il pubblico smaniava. Il capo
carovana sapeva bene il suo mestiere e aveva ben chiaro che, se di lì a
poco non avesse svelato l’arcano. il suo pubblico si sarebbe
trasformato in un mostro a più teste. Attese che l’ultimo artista
finisse il suo miserevole numero e poi con passo deciso si piazzò al
centro dell’arena e con cipiglio ancora più aggressivo iniziò la sua
arringa. Da buon imbonitore la prese da molto lontano, descrisse le
fatiche del viaggio, le privazioni che avevano subito solo per portare
davanti ai loro occhi la meraviglia che si celava sotto il tappeto. Li
avvinse con la sua parola, non avevano orecchi che per lui e occhi per
la gabbia, schiumavano letteralmente di desiderio. E finalmente arrivò
l’annuncio a sorpresa: il meraviglioso spettacolo era solo ed
esclusivamente riservato ai maschi adulti del villaggio. Stupore,
meraviglia: i ragazzini che strepitano scontenti, le donne che lanciano
improperi. Il capo carovana è inesorabile solo quando saranno rimasti
sotto la tenda i maschi lui svelerà il contenuto della gabbia. Il
tumulto ebbe presto fine i maschi adulti erano i padri padroni e la
tenda si svuotò. Ormai avevano gli occhi accesi, i cuori in tumulto, la
tensione era qualcosa di vivo.

Tutti
gli occhi erano per la gabbia e per il capo carovana che con mosse
studiate e lente si avvicinò. Sapeva benissimo che il gioco non poteva
durare ancora a lungo e quindi con un unico gesto scoprì la gabbia.

E calò il silenzio.
Stava
sdraiata in un angolo, gli occhi semichiusi, una specie di sogghigno
sulle labbra tirate. Più bella del sole, più bella del deserto. Gli
uomini erano increduli, si sfregavano gli occhi. Davanti a loro si era
palesata una leggenda. Narravano gli antichi che prima che le terre
litigassero e si dividessero vivevano in armonia uomini e donne con la
pelle di tutti i colori: bianca, rossa, gialla, nera marroncino, ma per
gli uomini del villaggio era solo una fola

Ed
ora eccola li, una femmina dall’incredibile color rosato, con i capelli
dorati e gli occhi color dell’acqua. Nuda. Li fissava sorniona,
sembrava pronta a balzare fuori dalla sua prigione. Le membra sottili,
i seni piccoli e sodi. nessuna peluria, gambe lunghissime. Al
confronto, la più bella donna del villaggio aveva il fascino di una
cammella. Gli spettatori erano ammutoliti, ma il bello doveva ancora
arrivare. Stuzzicandola con una lunga canna, così come si fa con le
bestie feroci, il capo carovana costrinse la femmina ad alzarsi e
mostrarsi in ogni possibile angolazione. Raccontava nel frattempo che
la femmina proveniva dalle desolate terre a nord del grande mare, che
era passata di mano in mano venduta, ricomprata e poi rivenduta
innumerevoli volte e alle fine lui era riuscito ad aggiudicarsela e a
prezzo di fatiche inenarrabili era riuscito a farla arrivare al loro
sperduto villaggio. Ed ora era pronto a lanciare l’asta: chi di loro
avesse offerto di più poteva possederla.

Silenzio
ancora più teso, occhi che si scrutano, i più poveri sanno di non avere
speranza i ricchi contano i loro tesori nascosti e si chiedono chi di
loro farà la prima offerta.

La
femmina li guarda di sottecchi, sa perfettamente cosa sta succedendo,
non è la prima volta, non sarà l’ultima. Si muove sinuosa, simile ad
una pantera, li osserva fisso e sembra sfidarli. Non è lei la preda
finale, sono loro le sue prede.

All’improvviso
scatta il putiferio, comincia la rissa per aggiudicarsela, nessuno
vuole rinunciare ma ben presto rimangono solo due contendenti. La
femmina volge loro la schiena e di tanto in tanto li osserva da sopra
la spalla leccandosi le labbra. I due contendenti, gli uomini più
ricchi del villaggio continuano la loro gara ma sanno che non durerà
per molto. Per quanto ricchi i loro averi sono limitati. Si guardano
l’un l’altro in cagnesco, un filo di bava cola dalle loro labbra e poi
improvvisamente il più giovane lascia, non può più rilanciare non gli
rimane nulla da offrire. Il vecchio ha un lampo osceno negli occhi.
Mercanteggia con il capo carovana la possibilità di farne quello che
vuole della femmina. Potrà farne quello che vuole per una notte intera
a patto che non ne rovini la pelle e i capelli.

Il
vecchio si è praticamente rovinato, ma i suoi discendenti potranno
vantarsi durante le lunghe veglie notturne. Vengono lasciati soli, lui
può aprire finalmente la gabbia. Ha in mente solo oscenità, mai nemmeno
pensate. Lei lo guarda, lo sfida con la propria nudità. Pronta a essere
posseduta. Tutto avviene in fretta, il vecchio non sa trattenersi,
troppo il desiderio. Sembrano due tigri che lottano. Niente
sottomissione nella femmina, i corpi si contorcono, si sbranano, le
unghie scavano solchi nella pelle. La furia fatta umana. Ancora e
ancora senza una parola, solo respiri e gemiti che assomigliano a
ringhi. Il vecchio sembra insaziabile, la femmina non conosce pace.
L’alba è quasi vicina, il vecchio vuole ancora e ancora di quel delirio
e improvvisamente si accascia sul corpo della femmina. Non respira più.
Negli occhi una luce di sconfitta.

Lei
se lo scrolla di dosso, e con movenze noncuranti si va a rintanare
nella gabbia, si sdraia finalmente placata e torna a socchiudere gli
occhi.

Al primo sorgere del
sole la misera carovana non sarà più vicino al pozzo. Di essa solo le
tracce sulle dune che vanno verso sud.

Gli uomini del villaggio, continueranno a chiedersi se mai la femmina color dell’oro fosse esistita.
Lei
la femmina, stesa indolente nella sua gabbia, aspetta di arrivare al
prossimo villaggio, e si lecca le labbra.

Gli occhi simili a fessure.


 


 
 
 
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La primavera senza una foglia che potesse venir rovesciata dal vento, nuda e luminosa come una vergine di scontrosa castità, di sdegnosa purezza,  si distese sui prati con gli occhi spalancati e attenti e del tutto indifferente a quel che facessero o pensassero quanti guardavano.

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