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Creato da: enzo.decostanzo il 31/03/2010
" Giovani,vi auguro di scaldare il vostro cuore con il calore di un ideale" (Sandro Pertini) isolano,liberale,socialista

 

 

Mazzini e Marx all’ombra del Torrione

Post n°81 pubblicato il 06 Luglio 2017 da enzo.decostanzo
Foto di enzo.decostanzo

 

di Emanuele Verde.Cos’era Forio a cavallo tra ‘800 e ‘900? Era un territorio di poco più di 7000 abitanti, abbastanza isolato fisicamente e culturalmente, in cui a comandare erano 40, 50 persone tra proprietari terrieri, poche famiglie più in vista e i preti, quei “sacerdotuzzi del fariseismo moderno” descritti in maniera urticante da Luigi Patalano in quel capolavoro ancora straordinariamente attuale che è “La Patogenesi di un comune“.

Forio, però, era anche altro. Era, per esempio, un paese in cui le idee mazziniane, democratiche, laiche e libertarie circolavano da tempo. Questi valori avevano rappresentato il patrimonio ideale, poi tradito, di quanti in quegli anni si opponevano al partito municipale di Vincenzo Morgera; ed erano anche le idee che avevano alimentato la giovinezza di Luigi Patalano e dell’avv. Domenico d’Ambra (1874 – 1936), primo consigliere comunale socialista di Forio nel 1905 nonché, in seguito, assessore all’Annona del comune di Napoli.

Abbiamo già parlato di lui. Domenico d’Ambra, infatti, con ogni probabilità è stato l’uomo più schedato dell’isola d’Ischia. I fascicoli a suo carico continuarono anche dopo la fine dell’impegno politico (al termine della Prima Guerra Mondiale) a dimostrazione di quanto le idee socialiste fossero ritenute una minaccia concreta allo status quo. Per approfondirne la figura umana e politica è indispensabile leggere il saggio “Domenico d’Ambra e il suo tempo” del prof. Antonio Alosco edito nel 1997 dal Centro di Ricerche Storiche d’Ambra.

Se ne scrivo qui è per un’altra ragione. Domenico d’Ambra, infatti, appena ventitreenne, e non ancora laureato in giurisprudenza, tenne a Forio una conferenza dal titolo assai ambizioso “Giuseppe Mazzini e Carlo Marx”. L’interesse per il filosofo di Treviri accanto a quello, più prevedibile, per il repubblicano genovese rappresenta, secondo me, un elemento di grande novità. Marx, infatti, era morto da 14 anni e, grazie a d’Ambra, l’eco del suo pensiero arrivava in quel “comunello rurale perduto in fondo a un’isola” efficacemente descritto qualche anno prima da Patalano.

A chi oggi dovesse sembrare scontato tutto ciò occorre ricordare che simili prese di posizione avevano un prezzo. Prezzo di cui Domenico d’Ambra, a dispetto della giovane età, era assolutamente consapevole, tanto da aprire la conferenza rivolgendosi ai suoi avversari politici. Scrive d’Ambra il 19 marzo 1897:

Disprezzo chi mi fece giungere fino all’orecchio una critica a priori ed insulti bassi e vigliacchi. Ho la coscienza di volere e poter fare – permettetemi quest’unica superbia, ch’è mezzo di difesa e non fine, in certi momenti. Simili giorni, rammentatelo, erano quelli che precedettero la caduta del Borbone in Napoli. Anzi oggi siamo in un ambiente peggiore di quello: la reazione è più acuta; la camorra bassa e lo sfruttamento infame circolano nelle sfere così dette di alto bordo; le violenze, i soprusi sono all’ordine del giorno.”

È in questo clima di motivata delusione per gli esiti del processo unitario che compare sulla scena l’analisi marxiana. Il giovane Domenico d’Ambra spiega all’uditorio foriano il rapporto tra struttura e sovrastruttura e la teoria del plusvalore. Insomma, i fondamentali del pensiero marxista che d’Ambra s’incarica d’esporre insieme agli ideali mazziniani per renderli –  testuale – “popolari, semplici, come le dottrine di Cristo“.

Un’opera divulgativa in cui a Marx viene riconosciuto un ruolo di “primus inter pares”, come sul punto efficacemente osserva il prof. Antonio Alosco. Scrive ancora d’Ambra:

Tre problemi, a detto di un filosofo contemporaneo, ci sovrastano: il politico, compimento delle nazioni; il sociale, rivendicazione delle plebi; la federazione delle nazioni. Sulla bandiera rossa di Mazzini vi era scritto per chi sappia leggere: problema politico, compimento delle nazioni; sulla bandiera di Marx vi era e vi è scritto: rivendicazione delle plebi, problema sociale.
La tripartizione dei problemi vige, ma il sociale è la sintesi degli altri“.

Ma non è finita, perché d’Ambra nel suo discorso fa riferimento anche all’emancipazione femminile. Scrive, infatti:

Ridate i diritti a coloro che spettano; date il prodotto proporzionalmente a colui che lo produce; rendete libera la donna di potere amare chi vuole, assicurandole il lavoro e il guadagno; liberatela delle strettezze della vita; istruitela; ed avrete risolto tanti mali che con una misera forma politica, sia anche quella repubblicana, non allevierete nemmeno“.

Insomma, un gigante per quel tempo, tanto più in un comune ancorato a logiche retrive e di strapaese come Forio. D’Ambra lo sa perfettamente, eppure chiude il suo discorso con un auspicio, ahinoi finora disatteso, per i “figli dell’Epomeo”:

Lasciate le vostre nenie carnascialesche; lasciate gl’inni che addormentano i fanciulli nella culla; lasciate le novene dell’umil zampogna; correte nella lotta ad intonare un canto, che traduca tutti i vostri dolori, che sorpassando i limiti della Marsigliese e dell’inno di Garibaldi, sia tuono armonico e melodico delle miserie, che, nel suo lampo, faccia il giro della terra col nome di Canto dei Lavoratori“.

Domenico d’Ambra, “Giuseppe Mazzini e Carlo Marx”, 19 marzo 1897 Forio d’Ischia.

P:S.: Desidero ringraziare l’avv. Nino D’Ambra per aver resodisponibile la lettura del saggio “Giuseppe Mazzini e Carlo Marx”. 

( Fonte IschiaBlog )

 
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Intervista a Vito Iacono candidato al Senato con il Partito Socialista Italiano

Post n°80 pubblicato il 24 Febbraio 2013 da enzo.decostanzo
Foto di enzo.decostanzo

di Emanuele Verde. Tempo fa mi è capitato di leggere una vecchia intervista a Riccardo Lombardi (1901-1984), storico socialista e primo interprete di quella linea autonomista del PSI che dopo sarà raccolta da Bettino Craxi – non, tra l’altro, senza fraintendimenti e polemiche tra i due. In quell’intervista Lombardi rivendicava con orgoglio di aver vissuto la sua vita senza altri interessi che non fossero la cultura – i suoi amati libri, diceva – e l’attività politica. Ho pensato che oggi quest’uomo, parlamentare ininterrottamente dal 1948 al 1983, sarebbe stato additato con disprezzo come un’esponente della casta, come un professionista della politica, e ho pensato anche che forse è questo il “destino cinico e baro” che è toccato al PSI, molto più delle vicende giudiziarie, anche gravi, che hanno riguardato diversi suoi esponenti. Vale a dire il rifiuto della politica come professione, anzi come la più nobile delle professioni, dal cui primato solo passa la ricomposizione dei conflitti sociali.

Del resto se ragioniamo sui tempi lunghi della storia e non sulle diverse stagioni politico-elettorali, il PSI ha vinto quasi tutte le battaglie delle idee. Per dire, i socialisti in Italia sono stati i primi a interpretare i cambiamenti nel mondo del lavoro in chiave laburista, con una lettura che si sforzasse di tenere insieme il piccolo imprenditore e i lavoratori, contro un’interpretazione sempre e solo conflittuale delle relazioni sindacali. Così come sono stati i primi a denunciare che alcune posizioni “giustizialiste” erano estranee al DNA della sinistra italiana, soprattutto perchè si portavano dietro un malinteso “primato della società civile” che, per chi sa del dibattito interno alla sinistra italiana, non solo quella socialista, è sempre stato un punto molto dibattuto, direi un nervo scoperto.

Anche queste tesi oggi vengono bollate come inutili politicismi, quando è invece da questi “convincimenti primi” che poi si decide, per esempio, il perimetro delle alleanze elettorali. Lo ha capito Bersani che ha rifiutato l’accordo elettorale con quell’arco di forze che appoggia appunto la “Rivoluzione civile” di Ingroia, così come, dal canto loro, i socialisti di Nencini hanno capito che la collocazione a sinistra non è un optional, una scelta solo tattica, ma l’orizzonte permanente di un’area politico-culturale che si ispira ai valori della socialdemocrazia europea.

Per questo scegliere di candidarsi con il PSI è una scelta coraggiosa e politicamente rilevante, perché passa dall’affermazione di alcuni principi, finanche di uno stile, che oggi in Italia è tenuto per lo più in gran spregio, o almeno così pare.

1) Vito Iacono, candidato al Senato con il PSI si è spinto anche oltre, perché non solo ha rivendicato la continuità ideale rispetto al partito, ma anche quella dell’azione politica paterna (Franco Iacono), sapendo di esporsi in questo modo alle facili strumentalizzazioni di chi preferisce la scorciatoia del dileggio e dell’insulto a prescindere, alla fatica del confronto, anche aspro.
Allora Vito, quali sono le motivazioni della tua candidatura e se senti di dover aggiungere altro rispetto a quanto detto sin ora detto.

Non ho assolutamente rivendicato la continuità ideale rispetto al partito e men che meno dell’azione politica di mio Padre, d’altronde non ne sono degno e non ne sarei all’altezza. Dico solo che ho ritenuto accettare la proposta di candidatura nel rispetto della tradizione e della storia del Partito Socialista sulla nostra Isola e che la mia candidatura rappresenta l’occasione per lavorare alla costruzione di un polo di riferimento utile e necessario per superare la desertificazione del confronto politico che tanti danni ha provocato per le nostre comunità.

2) Altrove hai rivendicato la coerenza della tua fede cattolica con i valori del socialismo. Sai che la faccenda è complessa e che uno dei leit motiv del Socialismo italiano, – che, per inciso, condivido pienamente – è da sempre il deficit di laicità delle istituzioni italiane. Qual è il tuo punto di vista e se  condividi il significato di precedenti esperienze elettorali come La Rosa nel Pugno (la lista Socialisti più Radicali) di qualche anno fa.

Hai fatto bene a puntualizzare che quelle fossero solo esperienze elettorali fini a se stesse. Altro sono le importanti battaglie di civiltà, qualcuna condivisa anche con i Radicali, per un Paese Laico, Libero, Forte. E così è stato per le battaglie per una giustizia giusta, per definire un quadro normativo necessario per regolamentare aborto e divorzio.
Guardo con grande tenerezza e pena a chi punta l’indice sulla mia militanza in una  forza politica che ha ritenuto opportuno – peraltro in tempi ormai remoti – lavorare a un quadro normativo che regolamentasse, finalmente in maniera civile, quelle pratiche
(l’aborto e il divorzio) ed invece di suo, pur professandosi fervente cattolico, è “costretto” a sostenere leaders che nei comportamenti smentiscono quotidianamente quei valori cui dice di ispirarsi!!
È chiaro che è tutto demagogico e strumentale per dare sfogo alle proprie frustrazioni, alle proprie invidie, al proprio inspiegabile odio. Valori tutt’altro che cristiani e che troppo spesso i nostri eroi antepongono anche agli interessi primari del Paese e della nostra Gente.  Ma non mi permetto assolutamente di chiedere conto delle coscienze altrui, già con grande fatica, riesco a dare conto della mia, vorrei solo puntualizzare che avere valori e principi alti di riferimento non significa presumere di esserne i migliori interpreti … solo provare ad esserne all’altezza!

3) L’abusivismo edilizio e, più in generale, la mancata pianificazione urbanistica del territorio è la madre di tutte le questioni  sull’isola d’Ischia. C’è, secondo te, un’altra strada legislativa rispetto alla riapertura dei termini del condono edilizio e qual è la tua opinione rispetto alla dicotomia tra il cosiddetto abuso di necessità e la grande speculazione.

In questa campagna elettorale si è parlato di tutto tranne che di futuro e di sostenibilità. Sicuramente non aiuta l’ennesima buffonata posta in essere dal centro destra, con l’ennesimo annuncio di un condono che non ci sarà mai e che serve solo ad inasprire i rapporti con la magistratura, esponendo ancora di più i nostri concittadini che poi sistematicamente  vengono lasciati soli. Bisogna concorrere a rasserenare gli animi e condividere un percorso virtuoso teso ad elaborare un quadro normativo e regolamentare che punti a salvare il salvabile, ma che soprattutto salvaguardi insieme il diritto alla casa e la cura nostro territorio. Questi sono principi dai quali non si può prescindere!
Intanto per gli aspetti di natura economico finanziaria, in questo momento lo Stato, comunque rappresentato, non può impegnare risorse per generare povertà ed in questo senso qualcosa si deve fare subito ed il centro sinistra è l’unica parte credibile che può farlo.

4) Quale sarà il tuo impegno per l’isola d’Ischia nel caso venissi eletto al Senato e quale invece la traccia profonda del tuo impegno politico a livello locale, indipendentemente dalle scadenze elettorali.

Il mio primo obiettivo è quello di concorrere a un quadro normativo che riconosca ai cittadini delle isole minori europee lo stesso diritto di cittadinanza di tutti i cittadini europei su trasporti, sanità, giustizia. E questo penso debba essere l’obiettivo di tutte le forze politiche.
Guardo con viva preoccupazione a una gran parte degli elettori del volgare Grillo, perchè ritengo che quello sia il voto di chi è senza speranza, senza mai aver fatto niente per conquistarla. Sento dire che le gente vota Grillo perché è stanca, onestamente non capisco di cosa visto che sono anni che noi Cittadini non lottiamo per niente. Ed è per questo che non si può premiare un movimento il cui Leader snobba l’elettorato non candidandosi e che lascia pochissimo spazio ai propri candidati che poi, tra l’altro, sarebbero quelli che dovrebbero rappresentarlo in ParlamentoSpero che non si ripeti il fenomeno Gianni Boncompagni/Ambra Angiolini, ai tempi di Non è la Rai!
Penso che il Paese non abbia bisogno di uscire dall’Europa dopo esserne stato una dei Padri Fondatori e vorrei dire a Grillo che invece bisogna creare le condizioni per adeguare gli standard di vivibilità a quelli degli altri Paesi Europei, ma è chiaro che non è in grado manco di parlarne.
Bisogna parlare di futuro, di speranza e lo si può fare solo indicando le cose da fare, non limitandosi ad enunciare sempre e solo quelle da non fare.
Non ci si può limitare a chiedere la riduzione delle indennità dei politici come se fosse la via maestra per il risanamento economico, perchè conti alla mano non lo è, ma bisogna con forza chiedere ai politici di rappresentare degnamente le istanze dei territori da cui provengono.

Per quanto riguarda l’impegno a livello locale continuerò a concorrere alla definizione di strategie e progetti che abbiano al centro una diversa e migliore occupabilità per i nostri giovani e, più in generale, migliori condizioni di vita per la nostra gente. Ed è su queste premesse che bisognerà sviluppare ipotesi di alleanze, non su ambizioni personali il più delle volte sproporzionate, quando non aberranti.

5)A Forio si voterà a maggio anche per il nuovo Sindaco e il rinnovo del consiglio comunale. Voci di paese lasciano intendere di una possibile ritrovata unità della famiglia socialista di Forio. È uno scenario possibile o la frattura con Franco Regine e i suoi non è ricomponibile dal punto di vista politico? Detto altrimenti, è possibile lavorare in ambito locale a un quadro politico più omogeneo o, secondo te, continueranno a prevalere logiche da “strapaese”, dove le liste si fanno solo sulla base di calcoli elettorali, salvo verificare alla fine se i conti erano giusti o meno?

Quando si parla di famiglia socialista, per quanto mi riguarda si deve parlare di coloro che condividono politiche e scelte rispettose di specifici principi e valori e non mi sembra che il Sindaco Regine e la sua amministrazione abbiano operato in questo senso. Basti pensare alla scelta scellerata del fitto del Green Flash. Oltre alla ovvia considerazione che il Sindaco Regine ha già da tempo deciso di cambiare casacca, e più volte peraltro, in cerca di qualche comoda candidatura peraltro manco maturata.
L’augurio è che ci sia la forza di costruire alleanze su un programma condiviso e soprattutto che ci sia la chiarezza di indicare alla cittadinanza le cose che invece assolutamente non vanno più tollerate. La mia candidatura ha sicuramente contribuito ad anticipare alcuni temi cari ai socialisti, per lo meno a quelli che si possono definire tali, senza dimenticare esponenti di altre parti politiche che condividono però l’opportunità di fare un percorso insieme.

Grazie e buona fortuna!
Grazie a te della disponibilità.

Fonte:IschiaBlog

 
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Per Amore dell' Italia

Post n°79 pubblicato il 21 Febbraio 2013 da enzo.decostanzo

 
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Vito Iacono - Candidato al Senato - Partito Socialista Italiano

 

" Il compromesso tra destra e sinistra in questa isola è un imbroglio" - Gigiotto Rispoli

 

Socialista, la parola che deve unire la sinistra italiana

Post n°76 pubblicato il 15 Ottobre 2012 da enzo.decostanzo
 
Foto di enzo.decostanzo

Eugenio Scalfari, 88 anni, fondatore di “La Repubblica” e de “L’Espresso”, l’ultimo dei Grandi Giornalisti italiani del dopoguerra che ha raccontato la sua giovanile, e perciò fondamentale, esperienza professionale e politica nel libro “La sera andavamo in via Veneto – Storia di un gruppo dal “Mondo” alla “Repubblica” (Arnaldo Mondadori Editore – 1986), nel suo domenicale su “La Repubblica” del 30 settembre 2012 dal titolo: “Come arrivare al dopo Monti in salute” ha affermato a proposito delle cosiddette primarie del centro-sinistra che “Se Renzi vincerà le primarie il PD si sfascerà ma non perché se ne andrà D’Alema o Veltroni o Franceschini, ma perché se ne andranno tutti quelli che fin qui hanno votato Pd come partito riformista di centrosinistra. Non a caso Berlusconi loda Renzi pubblicamente; non a caso i suoi sponsor sono orientati più a destra che a sinistra e non a caso lo stesso Renzi dice che queste due parole non hanno più senso. Hanno un senso, eccome. Nell’equilibrio tra i due fondamentali principi di libertà e di eguaglianza la sinistra sceglie l’eguaglianza nella libertà e la destra sceglie la libertà senza l’eguaglianza. Questa è la differenza e non è cosa da poco. Io sono liberale di sinistra per mia formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa (il Partito Repubblicano Italiano n.d.a). Poi ho votato il PCI di Berlinguer, il Pds, i DS e il PD. Se i democratici andranno alle elezioni con Renzi candidato, io non voterò perché ci sarà stata una trasformazione antropologica nel Pd, analoga a quella che avvenne nel Partito Socialista quando Craxi ne assunse la leadership, senza dire che Craxi aveva una visione politica mentre Renzi non pare che ne abbia alcuna salvo la rottamazione. Francamente è meno di niente”. Parole durissime e chiare che testimoniano il disagio o l’ira di un “liberale di sinistra” di militare nel “Partito Democratico” alla cui costruzione egli ha dato un contributo fondamentale.

Ma Scalfari non dice cose altrettanto importanti e significative della sua stessa vita professionale e politica che è stata un tutt’uno. Scalfari è stato “socialista”. Quando alla fine degli anni ‘ 60 scoppiò lo scandalo dei servizi segreti del Sifar e “L’Espresso” condusse la grande campagna a difesa della democrazia repubblicana Pietro Nenni , segretario del PSI, offrì a Scalfari e Jannuzzi una candidatura al Parlamento. Scalfari è stato deputato del PSI dal 1968 al 1972 e nelle elezioni del 1972 non fu rieletto. Riceve per questo suo mandato parlamentare una pensione di 2400 euro mensili che ha dichiarato di voler rinunciare ma gli hanno risposto dagli Uffici della Camera che non è possibile. “La Repubblica” nel 1976 nacque soprattutto come giornale “socialista” con l’obiettivo di realizzare una sinistra riformista in Italia sul modello del Partito Socialista francese di Francois Mitterrand capace di trasformare i comunisti in “socialdemocratici” al pari dei “liberali di sinistra”. Scalfari avvertì prima degli altri, probabilmente, il “mutamento antropologico” del PSI di Craxi che divenne un partito di “nani e ballerine” come lo definì il socialista Rino Formica ed individuò nel PCI di Berlinguer la forza della sinistra  capace di ereditare il riformismo della tanto sognata “Terza Forza”  laica e “liberale di sinistra” che lui aveva progettato proprio con Mario Pannunzio, il mitico direttore de “Il Mondo”, quando “la sera andava in via Veneto” con i suoi amici de “Il Mondo” negli anni ‘ 50 e ‘ 60.
Non dice nemmeno come – dopo esser stato per cinquanta anni soprattutto un “laico ed anticlericale” contro il partito “confessionale”, de facto, della DC che fu  il partito dei cattolici e del Vaticano – abbia potuto immaginare che in Italia potessero militare nello stesso partito i “postdemocristiani” ed i “postcomunisti” che non potendosi definire in un altro modo si sono detti semplicemente “democratici” , come se l’aggettivo usato per 50 anni come  pre-condizione politica  ma mettere semmai  prima del sostantivo “socialista” o “comunista”, potesse essere identificativo di una identità politica di “sinistra” che si allontanava sempre di più nella sua identità tale da trasformarsi in “centrosinistra”, come lo chiama Scalfari senza il trattino tra  “centro” e “sinistra” dimenticando che  nella politica italiana ,come ammoniva Benedetto Croce,  l’unico Centro era il Partito Liberale Italiano .
Credo che queste riflessioni – se fossero state fatte – dal Maestro, semantiche solo nell’apparenza, avrebbero chiarito meglio il “caso italiano”, dove per la  tragedia di tangentopoli del ‘ 92 – ormai vent’anni fa -    che colpì soprattutto ma ingiustamente SOLO il Partito Socialista Italiano, un partito dell’unica sinistra possibile al tempo della “seconda globalizzazione capitalistica della Storia” – secondo Eric Hobsbawn -   cioè “socialdemocratica” o “socialista” o “laburista”, non possa chiamare se stesso come dovrebbe e cioè semplicemente “SOCIALISTA”.
Ma quale significato dare a questa parola o  sostantivo? Quali sono le sue radici ? e perché Scalfari preferisce ancora definirsi “liberale di sinistra” e non si dichiara  odierno “democratico” e rinnega un passato “socialista”? Come possono i postcomunisti che per almeno 30 anni hanno avversato i socialisti – gente come Francesco De Martino e Riccardo Lombardi -  che volevano le “riforme di struttura” nell’unico centro-sinistra (con trattino) della storia politica italiana che fu quello degli anni ’60 , definirsi oggi “socialisti”? Hanno questo coraggio?  Hanno questa umiltà intellettuale di affermare che gente come Nenni, De Martino, Lombardi e Giolitti ed intellettuali come Guido Calogero e  Norberto Bobbio che “seminavano  dubbi e non raccoglievano certezze” avevano visto giusto fin dal 1956? Ed i  postdemocristiani  che per 40 anni ,poco meno o poco più, hanno mantenuto una “pregiudiziale anticomunista”  come possono definirsi “socialisti” e stare nel medesimo partito?
L’aggettivo “democratico” per fare il partito dei postcomunisti e dei postdemocristiani era quindi per loro l’unico praticabile. Ma è insufficiente e alla fine le contraddizioni vengono a galla.

Credo che l’unica possibilità di un rinascimento della “sinistra” in Italia è quella di definirsi “SOCIALISTA” nel significato che gli dava Carlo Rosselli. Bisognerebbe attuare una grande campagna di divulgazione del libro “Socialismo Liberale” di Carlo Rosselli pubblicato a Parigi nel 1930 in francese  dal fondatore di “Giustizia e Libertà” ucciso  dai fascisti francesi sette anni dopo con il fratello Nello a Bagnoles sur l’Orne. Aveva solo 38 anni quando è stato ucciso. Ne aveva 31 quando ha scritto il libro, quando ha teorizzato un liberalismo compatibile con il socialismo e senza il comunismo ed il marxismo. Ma chi era questo “eretico” sia del liberalismo che del socialismo? Come poteva definire se stesso con un termine solo? Avrebbe dovuto dirsi come oggi fa Scalfari “liberale di sinistra” o “socialista di destra”?
Lo chiarisce lo stesso Rosselli nell’“appendice” del libro che intitola “i miei conti col marxismo” e fissa in 13 punti “quello che ha capito”  e le chiama “tesi” perché “il tredici porta fortuna e chi vivrà vedrà”. Domanda prima di tutto a se stesso:  chi sono?
Risponde: sono un socialista.

gmazzella@ischianews.com

Casamicciola, 12 ottobre 2012

 
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ISCHIA: SVOLTA RIFORMATRICE O SI CAMBIA

Post n°75 pubblicato il 06 Dicembre 2011 da enzo.decostanzo
 
Foto di enzo.decostanzo

Se certe voci corrispondessero al vero:vale a dire,il ritorno in pompa magna di pezzi "imbiancati" del PDL - prima all' opposizione - adesso vicini ad una maggioranza che si dichiara di centro-sinistra con timbro PD- UDC.Significherebbe venir meno ai patti con l'elettorato più squisitamente politico e riformista.Ischia aveva scelto diversamente alle scorse elezioni,e poco o nulla capirebbe.Il restyling di una vecchia politica fatta di accordi sottobanco,salti della quaglia e personalismi di ambigua natura non ci interessa.Chi ha deciso di impersonare in tutti questi anni i crismi del "berlusconismo" : resti dov'è.Diversamente -costi quel che costi -si valuterebbe l'ipotesi di andare oltre il " giosismo".

 

Vincenzo De Costanzo - Partito Socialista Italiano -

 
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Isidoro Di Meglio cita Luigi Einaudi e promette: “Difenderemo sempre la concorrenza nel golfo di Napoli

Post n°74 pubblicato il 21 Ottobre 2011 da enzo.decostanzo
Foto di enzo.decostanzo

Isidoro Di Meglio è stato protagonista con tutto il civico consesso delle polemiche sui trasporti. Come mai tutto questo clamore sull’argomento?
“Il clamore comprova che abbiamo messo il dito nella piaga. Gli attacchi e le fantastiche ricostruzioni che sono state date da chi ha prospettato il complotto e i sotterfugi negli altri, probabilmente perché così è abituato ad agire, è dovuto indubbiamente al fatto che il Comunale di ha licenziato ad unanimità un deliberato incisivo e determinante andando a toccare interessi forti e a tutelare quelli  dei nostri concittadini, in una materia scottante e di attualità, che  rischia di determinare l’ennesimo colpo mortale all’economia isolana. La riprova della validità del deliberato è stata data dal fatto che i Comuni di e Anacapri si sono subito allineati e hanno fatto propria nella sostanza  la linea dei Consiglieri di Ischia. Io mi sono limitato a raccogliere i contributi alla discussione dei consiglieri e a far porre ai voti la così come integrata dall’unanime volere del . Tutti insieme Consiglieri e Sindaco, hanno fortemente voluto tale delibera”.

L’assessore Pinto della maggioranza, politicamente parlando, si è sentito attaccato da un atto deliberativo che, in fondo, non attaccava lui ma i pericoli di un monopolio nel golfo di Napoli. Cosa vuol dire sugli attacchi mediatici di cui Lei è stato destinatario?
“Non ho letto nel merito specialmente chi non ha nemmeno il coraggio di venire alla luce perché evidentemente opera nelle tenebre, tuttavia riguardo ai possibili profili diffamatori e calunniosi, ho dato mandato di valutarli e perseguirli ad un mio collega, ma questo principalmente a tutela della dignità del ruolo istituzionale e quello dei consiglieri che non possono essere infangati per fini palesemente strumentali con distorsione evidente della realtà e rassegna di ipotesi e fatti – artatamente ricostruiti e citati per deviare l’attenzione dai veri problemi-  che non hanno alcuna con la delibera di consiglio in questione. Riguardo all’assessore Pinto, penso che anche su questo argomento si sia armata una in un bicchier d’acqua, quando il senso di responsabilità imponeva a tutti di contare fino a dieci prima di prendere posizioni. Il Consiglio Comunale non ha sconfessato affatto l’assessore al ramo trasporti, facendo propria la sua missiva con firma congiunta del Sindaco. Inoltre dal suo intervento in Consiglio si evinceva che non aveva sottoscritto il piano orario. Proprio per questo il capogruppo dell’UDC proprio sulla base delle dichiarazioni rese dall’assessore ha insistito – raccogliendo in ciò le istanze dell’intero civico consesso-  nella confezione del deliberato poi votato favorevolmente. Quanto al mio presunto e fantasioso “” prospettato da Luigi Telese debbo dire che sarebbe un molto singolare perché proprio le deduzioni del Telese dovrebbero condurre a ritenere che al detto apparterrebbe anche il di Ischia Nuova  e cioè del cons. Ciro Ferrandino che ha partecipato al Consiglio del 3 ottobre e ha votato favorevolmente alla delibera dei trasporti. Ebbene tutto ciò mi sembra quantomeno un po’ “irreale”, fermi comunque i miei rapporti cordiali con tutti, Ciro Ferrandino compreso”.
Adesso la situazione trasporti sembra essere  passata nella mani del sindaco. Cosa può dire in più rispetto a ciò che è stato già detto?
“Che i consiglieri devono continuare ad esercitare il loro ruolo vigilando sull’indirizzo dato a tutela soprattutto della reale concorrenza nel Golfo di Napoli. Sul punto mi piace ricordare  il pensiero di un padre della Repubblica, Luigi Einaudi : “La pianta della concorrenza non nasce da sé, e non cresce da sola; non è un albero secolare che la tempesta furiosa non riesce a scuotere; è un arboscello delicato, il quale deve essere difeso con affetto contro le malattie dell’egoismo e degli interessi particolari, sostenuto attentamente contro i pericoli che da ogni parte lo minacciano sotto il firmamento economico” (da “Economia di concorrenza e capitalismo storico”, giugno 1942, p. 65)”.

Intervista tratta da Movimento Isolano del 17 ottobre 2011

 
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Ischia e la “Nuova Società”

Post n°73 pubblicato il 08 Luglio 2011 da enzo.decostanzo
Foto di enzo.decostanzo

 

Sta nascendo o meglio è già nata nell'isola d'Ischia una "nuova società" impensabile in queste dimensioni appena 10 anni fa. E'una società multinazionale e multietnica che emerge dallo studio sociologico sulla realtà ischitana presentato dalla neonata sezione isolana dell'Associazione Cristiana dei Lavoratori Italiani (ACLI) nei giorni scorsi presso la Curia Vescovile di Ischia.

Ai 62860  residenti nei sei Comuni si debbono aggiungere 4218 immigrati in rappresentanza di ben 75 Nazioni! Possiamo non solo dire che nell'isola c'è di fatto un "settimo Comune" per dimensione demografica ma c'è addirittura tutto il mondo per effetto dell'economia globalizzata. Abbiamo un sol immigrato dalle isole-Stato di Trinidad e Tobago nell'America Latina ma ben 1015 provenienti dalla Romania che è comunque uno Stato dell'Unione Europea. Abbiamo 862 ucraini e 345 albanesi  e perfino un etiope  ed un altro che è arrivato perfino dall'isola di Timor nell'emisfero oceanico. Nutrita anche la rappresentanza della "vecchia Europa"perché i tedeschi sono 254, gli svizzeri 21, gli inglesi 16, i francesi 15, gli spagnoli 14, i bulgari 71, gli austriaci 50.

Dall'isola di San Domingo sono giunti da noi 339 immigrati, dalla Tunisia 169, dal Marocco 128. Abbiamo perfino 3 indiani ed un isolano che viene dall'isola-Stato di Madagascar.

Questa nuova comunità multinazionale e multietnica  porta da noi lingue diverse, religioni  e tradizioni diverse che costringe la scuola pubblica a tutti i livelli – elementari e medi – ad aggiornare e riadattare i programmi ed i metodi di insegnamento. Anche la popolazione locale deve abituarsi a questa nuova società.

Il grado di istruzione di questa comunità straniera è abbastanza elevato. Il 20% è laureato nel suo paese di origine dove non ha trovato possibilità di lavoro. Il 55% ha il diploma delle superiori e solo il 25% ha la licenza media inferiore.

Naturalmente la gran parte di questa popolazione straniera si adatta a lavori manuali come l'assistenza agli anziani, l'edilizia, la cucina degli alberghi e dei ristoranti.

Come Eric Hobsbawn ci insegna  quando ci parla della "prima globalizzazione"– quella che va dalla fine del XIX agli anni '10 del XX secolo;, dell'Ottocento come "secolo lungo"rispetto al Novecento "secolo breve"che lo storico inglese chiude al 1989 con la caduta del Muro di Berlino e delle "grandi migrazioni"della fine del "secolo lungo"alla metà del "secolo breve"delle popolazioni europee verso le Americhe e l'Oceania, anche questa  "seconda  globalizzazione"con un unico modello di sviluppo economico in tutto il Mondo produce una biblica emigrazione di popolazioni dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo verso l'Europa e noi ad Ischia non siamo esenti da questo processo.

Siamo pur sempre una economia ricca con 3mila imprese, 40mila posti letto, circa5 milioni di presenze ed il nostro turismo può ormai definirsi "ipermaturo".

Questa "nuova società"richiede ancor di più una matura classe dirigente sia del sistema  economico sia del sistema politico perché la sua nascita provoca un cambiamento profondo dei sistemi di vita della popolazione dimorante, delle sue abitudini, delle sue stesse tradizioni.

Si ripropone il problema forte delle "rappresentanze"delle forze imprenditoriali e sociali (Federalberghi, Confcommercio, sindacati etc.)  per una "concertazione sociale"e dell'assetto istituzionale in linea con la complessità di  governare un simile territorio.

Accantonato nel tempo breve – l'unico che conti in Economia – il problema del "Comune Unico"emerge l'urgenza di un tavolo unitario fra le sei amministrazioni per comunque  governare quello che è naturalmente un "Distretto Industriale Turistico" che non può essere se non quello di una efficiente Azienda o Agenzia per la Promozione Turistica ed in questo campo l'inadempienza della Regione Campania dovrebbe trovare unanime condanna ed unanime richiesta di ottenimento nel tempo breve dopo decine di proposte di legge che giacciono presso il Consiglio Regionale della Campania. E'chiaro che un'Azienda o un'Agenzia per il Turismo – che potrebbe essere la stanza di compensazione dei campanili – sarebbe il luogo fisico e lo strumento giuridico per affrontare TUTTI i problemi dello sviluppo ed impegnare ogni singola amministrazione pubblica a risolverli.

La "nuova società"impone un "nuovo assetto  istituzionale"ed un "nuovo metodo"anche soprattutto della Politica che deve ritornare ad essere impegno civile di partecipare al governo della polis soprattutto da parte dei giovani.

Dopo un ventennio di sfrenato liberismo – anche sul piano locale – è necessario un immediato ritorno alla Programmazione Economica ed alla Pianificazione Territoriale che faccia tesoro degli errori del passato e che sia capace di costruire un avvenire fondato su un vero ed autentico "Stato di Diritto".

Casamicciola, 8 luglio 2011

gmazzella@ischianews.com

 
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Grilli votanti (e votati) - dalla rivista Mondoperaio

Post n°72 pubblicato il 08 Luglio 2011 da enzo.decostanzo
Foto di enzo.decostanzo

 

 


Gianfranco Pasquino - Nelle elezioni comunali di Bologna svoltesi il giugno 2009, il Movimento Cinque Stelle ottenne 7.428 voti (3,3%). Meno di due anni dopo, nel maggio 2011, ha quasi triplicato i suoi voti 17.778 (9,4%) diventando il quarto partito in città e arrivando vicinissimo alla Lega Nord che, anche grazie alla candidatura a sindaco del suo leader, ha ottenuto 20.268 (10,7%). Dunque, nella città di Bologna, i grillini, come vengono chiamati, risultano particolarmente forti, ma il loro successo non può essere spiegato semplicemente con la rumorosa, assidua e pittoresca frequentazione di Piazza Maggiore da parte di Beppe Grillo, anche se questa frequentazione è, di per sé, un segnale interessante.
Riscontrare che in una città abituata ad essere governata da un, persino troppo serioso, partito come il PCI, lo sberleffo alla politica tradizionale, che continua quasi imperturbabilmente, ad essere impersonificata, nonostante sconfitte e scandali, dagli eredi di quel partito e dai non meno ingessati eredi dei democristiani, anche nella loro nient’affatto dinamica o divertente, versione prodiana, il Movimento Cinque Stelle attragga al voto quasi ventimila persone, merita una spiegazione approfondita.
Escludiamo, anzitutto, che la lista Cinque Stelle abbia avuto un suo potenziale di attrazione rappresentato da candidati più o meno famosetti che venissero dallo spettacolo: tutt’altro. A cominciare dal loro poco più che ventottenne capolista, Massimo Bugani, nessuno dei candidati ha avuto numeri molto elevati di preferenze.
La spiegazione del successo va, pertanto, cercata altrove, non soltanto nel voto, pure preponderante, dei giovani, non necessariamente soltanto studenti universitari (molti dei quali sono “fuorisede”, quindi senza diritto di voto a Bologna). La mia chiave di lettura si indirizza verso tre fattori che definisco sinteticamente:

  1. critica della politica e antipolitica;
  2. rigetto del Partito Democratico;
  3. utilizzazione delle risorse della politica.

Quanto al primo fattore, chiunque abbia ascoltato gli infuocati comizi di Beppe Grillo, e quelli tenuti a Bologna erano, se possibile, i più infuocati, vi coglie non una, ma due componenti significative.
Da un lato, vi si ritrova, quasi inevitabilmente, una sorta di qualunquismo di sinistra che consiste nel dichiarare tutti eguali i partiti e i loro dirigenti, nel rifiutare qualsiasi distinzione fra destra e sinistra, nell’affermare che il problema sta proprio nella politica come la vediamo e la conosciamo (quantomeno in Italia), come viene fatta “da loro”, tutti gli altri. Ne consegue che niente di questa politica può essere riformato, tantomeno dai suoi protagonisti, né a Roma né nelle realtà locali. Dunque, tutta, ma proprio tutta, questa politica deve essere stracciata.
Dall’altro lato, però, Grillo ha lanciato varie parole d’ordine, a cominciare dai limiti ai mandati, che segnalano non antipolitica, ma critica della politica e delle istituzioni e indicazioni di riforme, ancorché con cedimenti populisti, praticabili. Naturalmente, è una critica rozza, che non si confronta con visioni diverse, ma che, comunque, tiene conto delle realtà esistenti. E’ un po’ più che una semplice protesta urlata; contiene anche qualche proposta, discutibile, come ho detto e ripeto, ma certamente attraente per un “pubblico”, incuriosito e incazzato, che politicamente non è raffinato e neppure intende diventarlo.

Chi più del Partito Democratico, erede del vecchio PCI, non particolarmente lucidato a nuovo, rappresenta, a Bologna più che altrove, con i suoi riti, con il suo stile, con le sue procedure, con il suo linguaggio e con i suoi comportamenti, tra arroganza del potere e condiscendenza, la cattiva e fatiscente politica tradizionale?
Dunque, chiunque desideri una politica diversa, abbastanza rinnovata, più dinamica è costretto a scontrarsi con i Democratici e con il loro aggressivo e granitico apparato, cementato dall’accesso ad una molteplicità di posizioni di potere politico, economico e sociale.
Il PD è l’avversario logico e naturale, imprescindibile di chiunque voglia vedere e praticare a Bologna una politica diversa, più aperta, più dinamica, più trasparente.
A Bologna, le botteghe oscure ci sono ancora, eccome. Chi critica il PD, e, nonostante i tentativi di un neo-segretario provinciale intenzionato a svecchiare e riformare, continua ad esserci molto da criticare, raggiunge facilmente una parte di elettorato, genericamente sinistreggiante, che quel partito non lo voterebbe che in casi assolutamente eccezionali e che, se trova un’alternativa non impegnativa, vi ci si orienta.
Il Movimento Cinque Stelle ha offerto a questa parte di elettorato un’alternativa soddisfacente e non impegnativa. E’ un’alternativa preferibile all’astensione indignata e sdegnata poiché consente di contare il seguito ottenuto dal Movimento, di fare uno sberleffo e di continuare in Consiglio Comunale e in città come spina nel fianco del Partito Democratico. E’ la premessa di una guerriglia praticabile nel Consiglio comunale.

Di più, al momento, è impossibile dire anche se, nel Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna, la “guerriglia” dei grillini non è finora parsa particolarmente incisiva, mentre il precedente Consiglio Comunale di Bologna è durato troppo poco per consentire una valutazione. A occhio, direi, anzitutto, che le istituzioni e le loro regole costituiscono uno strumento potente per “disciplinare” gli eventuali guerriglieri.
Aggiungo che, per intraprendere un’efficace guerriglia, bisogna disporre di guerriglieri consiglieri eccezionalmente preparati, conoscitori delle tecniche di legislazione e delle dinamiche delle Commissioni e dell’Assemblea e dei loro regolamenti.
Al momento è del tutto lecito dubitare che i grillini partano già “imparati”. Poi si vedrà quanto davvero vorranno imparare con attenzione, impegno, pazienza e se non si limiteranno alla politica dell’annuncio e della ricerca della visibilità, a Bologna entrambe alquanto difficili, a scapito della qualità del loro lavoro.
Quanto al terzo elemento che spiega il successo bolognese dei grillini, potrei cavarmela con una espressione inglese: nothing succeeds like success, ovvero il successo produce successo. Non è, però, un fattore di carattere psicologico, tantomeno di psicologia delle masse, anche se il successo evidenzia che un voto ai grillini non è un voto buttato, sciupato, a perdere. Andati inaspettatamente bene nelle elezioni comunali del giugno 2009, i grillini sono riusciti, non so quanto consapevolmente, a sfruttare l’abbrivio anche nelle elezioni regionali dell’aprile 2010.
Sono stati notevolmente favoriti sia dallo scandaloso sindaco breve Delbono sia dal fatto che il partito dominante in Emilia-Romagna è ugualmente il PD, con molti degli stessi inconvenienti del PD bolognese, sia, infine, dal fatto che il candidato alla Presidenza della Regione, Vasco Errani, infrangeva proprio il principio (se non addirittura la norma di legge) relativo all’eleggibilità per più di due mandati.
Dopodiché, a sua volta, il successo alle regionali ha funzionato da volano che è arrivato fino a Rimini alle cui elezioni comunali del 2011 i grillini hanno ottenuto un esito altrettanto clamoroso di quello di Bologna. Al proposito, preferirei aggiungere e sottolineare un elemento che fra i commentatori e gli utilizzatori appassionati della rete, dei blog, di Facebook e Twitter è andato sostanzialmente perduto: il radicamento (dentro le istituzioni).


Ovviamente, il Movimento Cinque Stelle non costruisce sezioni, non lavora per circoli, non tessera i suoi aderenti e sostenitori, ma, una volta entrato nelle assemblee elettive può fare ampio uso delle loro dotazioni. Si ritrova, dunque, ad avere soldi da spendere per l’attività dei suoi consiglieri, modalità di diffusione delle loro posizioni e iniziative, personale, spesso competente, a supporto sia legislativo sia operativo sul territorio. A questo punto del percorso, il Movimento Cinque Stelle è pervenuto ad un bivio, analitico e politico. Qualcuno potrebbe giustamente interrogarsi se i grillini non dovranno presto fare i conti con le compatibilità. Chi sta in un’Assemblea, regionale e/o comunale, è obbligato a tenere in grande conto le regole di funzionamento di quell’Assemblea.
L’integrazione, l’assimilazione, l’addomesticamento potrebbero essere dietro l’angolo. Qualcun altro potrebbe, invece, sostenere che insediandosi in una pluralità di assemblee elettive, i grillini si mettono “in rete”, possono connettersi e si preparano a diventare un movimento su scala effettivamente nazionale. Max Weber che, ne sono sicuro, sta seguendo il fenomeno con la massima attenzione, parlerebbe di potenzialità, forse, di necessità, di forme di istituzionalizzazione. Sarebbe, però, anche incline a sottolineare che i demagoghi, di cui Grillo è un esemplare, non sanno, non vogliono e spesso non riescono a istituzionalizzare le loro creature.
Nelle società dalle quali sono scaturiti e nelle assemblee nelle quali sono penetrati, i grillini non operano privi di avversari e di contraddittori. Il Partito Democratico bolognese, non avendo, questa volta, avuto bisogno di quei voti per il ballottaggio, potrebbe fare spallucce nei confronti del Movimento Cinque Stelle. A Milano, nonostante gli inviti di Grillo a non scegliere né la destra né la sinistra, entrambe, secondo lui, inesistenti, più dei due terzi degli elettori a Cinque Stelle è confluito su Pisapia, mentre quasi tutti i rimanenti altri grillini hanno preferito l’astensione allo screditato centro-destra.
Laddove il Partito Democratico governa saprà tornare, se necessario, alla strategia applicata efficacemente nel passato, ovunque possibile: la cooptazione.
L’offerta di cariche, ad esempio, qualche presidenza di commissione consigliare, è spesso irresistibile. Naturalmente, porta con sé qualche inevitabile costrizione, a cominciare dalla responsabilizzazione e dal coinvolgimento nelle decisioni. In politica, è impossibile restare purissimi e immacolati.
Qualche grillino obietterà e si opporrà alla cooptazione e al coinvolgimento. Tensioni interne faranno la loro comparsa. Assisteremo, forse, a scomuniche. Quando poi si andrà alle elezioni generali, il Movimento Cinque Stelle dovrà prendere decisioni della massima importanza alla luce della probabilità che quelle elezioni vengano decise da un pugno di voti. E le decisioni prese, da chi? dal solo Grillo?, a livello nazionale avranno grandi, forse enormi, ripercussioni sui grillini e sul loro elettorato a livello locale.
Tuttavia, sarebbe opportuno non sottovalutare le turbolenze che i grillini, unitamente ad altri spezzoni della sinistra, sono in grado di causare all’alleanza ampia necessaria affinché uno schieramento di centro-(trattino)-sinistra sia in grado di portare una sfida credibile al pur azzoppato centro-destra.


Da qualunque prospettiva lo si guardi, il fenomeno dei grillini rivela, nel bene e nel male, l’esistenza di un problema, non post-politico, ma tutto politico: la difficoltà, non tanto di creare uno schieramento sinceramente, convintamente e convincentemente riformista, ma di costruire una cultura politica riformista. E’ un’operazione che richiede pazienza e non si risolverà in una tornata elettorale, ma che continua a sembrarmi tanto sottovalutata quanto lontana; anzi, posticipata. Certo, primum vincere, ma quando philosophari?

 
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