« A me piace dimenticare, perché quando uno arriva in un posto nuovo osserva i minimi particolari, come il cielo, il colore delle case, il modo di camminare della gente, le maniglie delle porte: tutto insomma. Poi il luogo diventa familiare e non si notano più i particolari. Perciò, solo dimenticandolo si può apprezzare il posto com’è nella sua realtà.»David Byrne, True StoriesSono molto legato a questo passo, riesce ad emozionarmi ogni volta, da anni. Credo dipenda dalla profonda pietas che esso rivela, che esso racconta. Una pietas nei confronti delle cose, alle quali viene chiesta la loro ragione, il loro significato: accogliendolo, quando offerto; offrendolo, quando apparentemente mancante.Mi piace questo passo perché racconta l’essenza del prendersi cura, che a sua volta è il segreto del rispetto, dell’ascolto, ed è ricerca di una comunione, di un colloquio, di una identità.Esso rivela però anche una sorta di paradosso circa la conoscenza e la consapevolezza del significato dei luoghi.Da una parte, il senso del luogo, cioè la somma dei suoi significati profondi può essere colto, vissuto appieno solo da chi lo vive, appunto; da chi lo abita. Essere straniero significa nient’altro che esserne estraneo, non vivere quell’affettività, quella profonda situazione emotiva (la heideggeriana befindlichkeit) che si coniuga in una appartenenza, in un esser se stessi, nel riconoscere se stessi nel luogo.Dall’altra, l’esser se stessi in un luogo, l’appartenervi, sembra postulare la dimenticanza, la messa tra parentesi di questi stessi significati, quasi che esser se stessi sia innanzitutto e perlopiù dimenticarsi di se stessi.Io sono il mio cuore che batte, il mio respiro che si distende, i miei organi di senso che percepiscono e mi raccontano; ma per esser questo, devo dimenticarmi d’essere un cuore che batte, un respiro regolare; per vedere devo dimenticare i miei occhi, e per percepire devo dimenticare la mia pelle. Dopotutto, la condizione straniante della malattia consiste di questo: del portare alla consapevolezza l’esistenza di ciò che usualmente è dato per scontato, non percepito, non avvertito.È ciò che sapeva bene Eric Dardel, quando scriveva:« La realtà geografica esige una adesione così totale del soggetto, attraverso la sua vita affettiva, il suo corpo, le sue abitudini, che gli capita di dimenticarla, come può dimenticare la sua vita organica. Eppure questa vita continua, nascosta e pronta a risvegliarsi. L’allontanamento, l’esilio, l’invasione, fanno uscire l’ambiente dall’oblio e lo fanno apparire come privazione, come sofferenza o come tenerezza. »L’uomo e la terraE tuttavia, il paradosso è soltanto apparente. Ed ancora una volta, sono i poeti a dimostrarcelo. Quando un poeta canta la sua terra, la sua casa, racconta con parole nuove – o parole rese nuove – una condizione abituale, scatuisce un senso di intimità, di raccoglimento, che sfocia nella commozione. Ed è ancora, quella dei poeti, e degli artisti, la profonda pietas dell’interrogare ciò che usualmente vien fatto tacere, per raccontarci e renderci consapevoli del prezioso tesoro del nostro stare e di ciò che lo rende possibile.E nel loro interrogare e rendere importante ciò che solitamente viene trascurato, essi ci insegnano una delle virtù più belle e preziose: la virtù dell’umiltà di fronte alle cose, e la capacità di stupirci ancora davanti ad esse.
Luoghi
« A me piace dimenticare, perché quando uno arriva in un posto nuovo osserva i minimi particolari, come il cielo, il colore delle case, il modo di camminare della gente, le maniglie delle porte: tutto insomma. Poi il luogo diventa familiare e non si notano più i particolari. Perciò, solo dimenticandolo si può apprezzare il posto com’è nella sua realtà.»David Byrne, True StoriesSono molto legato a questo passo, riesce ad emozionarmi ogni volta, da anni. Credo dipenda dalla profonda pietas che esso rivela, che esso racconta. Una pietas nei confronti delle cose, alle quali viene chiesta la loro ragione, il loro significato: accogliendolo, quando offerto; offrendolo, quando apparentemente mancante.Mi piace questo passo perché racconta l’essenza del prendersi cura, che a sua volta è il segreto del rispetto, dell’ascolto, ed è ricerca di una comunione, di un colloquio, di una identità.Esso rivela però anche una sorta di paradosso circa la conoscenza e la consapevolezza del significato dei luoghi.Da una parte, il senso del luogo, cioè la somma dei suoi significati profondi può essere colto, vissuto appieno solo da chi lo vive, appunto; da chi lo abita. Essere straniero significa nient’altro che esserne estraneo, non vivere quell’affettività, quella profonda situazione emotiva (la heideggeriana befindlichkeit) che si coniuga in una appartenenza, in un esser se stessi, nel riconoscere se stessi nel luogo.Dall’altra, l’esser se stessi in un luogo, l’appartenervi, sembra postulare la dimenticanza, la messa tra parentesi di questi stessi significati, quasi che esser se stessi sia innanzitutto e perlopiù dimenticarsi di se stessi.Io sono il mio cuore che batte, il mio respiro che si distende, i miei organi di senso che percepiscono e mi raccontano; ma per esser questo, devo dimenticarmi d’essere un cuore che batte, un respiro regolare; per vedere devo dimenticare i miei occhi, e per percepire devo dimenticare la mia pelle. Dopotutto, la condizione straniante della malattia consiste di questo: del portare alla consapevolezza l’esistenza di ciò che usualmente è dato per scontato, non percepito, non avvertito.È ciò che sapeva bene Eric Dardel, quando scriveva:« La realtà geografica esige una adesione così totale del soggetto, attraverso la sua vita affettiva, il suo corpo, le sue abitudini, che gli capita di dimenticarla, come può dimenticare la sua vita organica. Eppure questa vita continua, nascosta e pronta a risvegliarsi. L’allontanamento, l’esilio, l’invasione, fanno uscire l’ambiente dall’oblio e lo fanno apparire come privazione, come sofferenza o come tenerezza. »L’uomo e la terraE tuttavia, il paradosso è soltanto apparente. Ed ancora una volta, sono i poeti a dimostrarcelo. Quando un poeta canta la sua terra, la sua casa, racconta con parole nuove – o parole rese nuove – una condizione abituale, scatuisce un senso di intimità, di raccoglimento, che sfocia nella commozione. Ed è ancora, quella dei poeti, e degli artisti, la profonda pietas dell’interrogare ciò che usualmente vien fatto tacere, per raccontarci e renderci consapevoli del prezioso tesoro del nostro stare e di ciò che lo rende possibile.E nel loro interrogare e rendere importante ciò che solitamente viene trascurato, essi ci insegnano una delle virtù più belle e preziose: la virtù dell’umiltà di fronte alle cose, e la capacità di stupirci ancora davanti ad esse.