L’EX CAMPIONE AFFRONTA I TORMENTI DEL BIANCONERO DOPO L'UMILIANTE TRIBUNA DI TIBILISI.PLATINI: "L'ITALIA DI DEL PIERO E' LA JUVE"Donadoni è nell'occhio del ciclone per la "grave mancanza di rispetto" nei confronti del capitano bianconero. Nemmeno Capello era arrivato a tanto ma Alex non ha intenzione di rinunciare all’azzurro.
LA POLEMICA. Maldini lo ha fatto. Nel 2002, dopo il Mondiale, capì che restando in Nazionale avrebbe logorato i muscoli e l'immagine, gli sembrò che non ne valesse più la pena e si mise in disparte. In pochi lo hanno imitato. Ci vuole coraggio a dire basta, quello che finora è mancato ad Alessandro Del Piero e che neppure lo schiaffo di Tbilisi probabilmente servirà a infondergli: un titolo mondiale, 80 presenze e 27 gol in azzurro non gli hanno risparmiato l'umiliazione di finire in tribuna ma ancora non ha deciso di chiudere la sua esperienza. Forse lo farà per lui Donadoni. «Con questa maglia giocherei fino a 40 anni», ha detto nei giorni scorsi lo juventino. Non crediamo che succederà. Il segnale dell'altra sera è stato piuttosto eloquente e ha colpito persino i compagni di Alex nella Juve: «Quando ho visto che non era in panchina ho pensato che si fosse infortunato - ha raccontato Chiellini -. Quando ho saputo invece che stava bene mi sono sorpreso parecchio». Il divorzio si consumerà non appena il ct rimesso in sella dalle vittorie su Ucraina e Georgia si sarà rafforzato nell'idea che i patronimici Di Natale e Di Michele sono più funzionali al suo progetto di gioco di quanto non sia Alex. L’autocongedo di Lippi ha spazzato ogni paravento. «Che Alex non viva serenamente il mancato impiego in squadra è abbastanza normale», annota l’ex commissario tecnico, in un’intervista a Sky. «Per il resto parliamo di un giocatore straordinario per serietà, per compostezza di comportamento, di atteggiamento, per attaccamento ai colori sociali. Una persona che comunque che giochi o che non giochi è sempre positiva per la squadra dov’è». Lo spazio si restringe. Se Totti si degnerà di tornare e se Cassano riprenderà quota nel Real Madrid, il posto di Del Piero nel ranking degli attaccanti della Nazionale scenderà ancora: insomma lo metteranno in quel limbo dal quale lo ripescheranno talvolta. Sarà un distacco lento e ricco di polemiche perché come ha detto Donadoni «quando si toccano i giocatori altisonanti voi giornalisti vi sbizzarrite». In effetti è così. Lo scenario è abbastanza delineato. «Qui nessuno ha il posto sicuro - ha precisato il commissario tecnico, sull'aereo di ritorno dalla Georgia -. Il momento più difficile per un allenatore è quando deve comunicare al giocatore che resta fuori e dargli le spiegazioni che merita: in Nazionale è un passaggio ancora più delicato perché nei club quando devi spiegarti puoi farlo subito perché ci si vede ogni giorno, qui invece ci si incontra una volta al mese. Eppure non c'è niente di definitivo e di drammatico nel mandare qualcuno in tribuna, è successo anche a Di Michele e a Barzagli benché venissero da ottime prestazioni».La frase fa capire come per il ct non esistano gerarchie in base alla carriera: conta quanto si è in grado di rendere al momento e il principio si può condividere ma mette Del Piero in una condizione difficile perché adesso c'è chi ha più familiarità di lui nel ruolo di esterno nel tridente di attacco. Il dato sconcertante è che lo juventino accetti questo stillicidio. Alex è deluso. Qualcuno gli aveva inculcato l'idea di un secondo test a Tbilisi, dopo l'ora giocata contro l'Ucraina. Avrebbe capito e accettato di restare in panchina, lo ha ferito finire sulle poltroncine dello stadio Paichadze come un ragazzino portato lì a fare esperienza. Come successe a lungo con Capello, non vuole avviare lui la polemica. Dice di stare bene, qualche suo compagno di Nazionale ha confidato invece di averlo visto lento negli allenamenti: tuttavia il problema non ci pare che sia nelle condizioni di forma quanto nelle convinzioni donadoniane che a lui serve un altro tipo di attaccante. Come Sacchi, che agli Europei del '96 restò deluso dallo juventino: dubitiamo che l'Arrigo lo chiamerebbe oggi, per il gioco che si fa e per le energie che si chiedono. La palla è nei piedi di Alex. Uno che nella carriera ha sopportato molti schiaffi, ricambiandoli di rado. Uno che è rimasto zitto per evitare di squassare un ambiente e lo dimostra il silenzio dell'altra sera. Ma c'è modo e modo di venir messo da parte. Se Deschamps lo toglie dalla Juve nel finale perché «se sta bene il posto lo ha sempre ma preferisco un Del Piero al cento per cento per 80 minuti a uno che sia all'80 per cento per novanta», è una scelta accettabile. Se Donadoni lo sbatte in tribuna come Delvecchio, l'ultimo arrivato, magari no. C'è il tempo per fare le scelte, per decidere di dire basta prima che lo dicano gli altri. Maldini sostiene che non ha consigli da dargli: «Ognuno deve ragionare a modo suo». Ma come ragiona oggi Del Piero?L'INTERVISTA. Michel, Del Piero mercoledì a Tbilisi era in tribuna. Scelta tecnica. Tu ci sei mai stato?«A Tbilisi?».No, in tribuna.«Figurati. Avrei occupato un posto a sbafo, e Boniperti, tirchio com’è, col cavolo che lo avrebbe permesso».Scherzi a parte, non trovi che Donadoni abbia un po’ peccato di tatto?«Sbaglio o sabato sera all’Olimpico, con l’Ucraina, era partito titolare?».Nessuno discute l’esclusione. La domanda è: perché in tribuna e non in panchina?«Sono cose che devi chiedere al ct. Di testa, mi basta la mia: per favore, non farmi entrare in quella degli altri».Ma Del Piero è Del Piero...«E Donadoni è Donadoni. Non conosco i loro rapporti. Gli spogliatoi sono luoghi sacri, democrazie chiuse».Era imbarazzato persino Gigi Riva...«E allora?».Un’umiliazione che avrebbe potuto risparmiargli: lo pensano in molti.«Sinceramente: non è che non giocare in Georgia ti cambi la vita. E nemmeno la carriera. Voi giornalisti cercate il caso ovunque: e se diventa un casino, fate pure la ola».Visto da destra: Del Piero è finito.«A novembre compie 32 anni. Io, alla sua età, avevo già smesso. Ale non è finito, ma è chiaro che ormai il meglio l’ha dato. Come l’aveva dato il sottoscritto».Visto da sinistra: Del Piero è tutt’altro che bollito.«Giudicare da fuori, credimi, non è semplice. Mettiamola così: dipende da lui».Il tuo Del Piero qual è?«Tanti. L’ultimo, quello del gol alla Germania. Splendido. Una carezza al calcio. I gol che si sognano da bambini».E gli altri?«È stato un grande. Ha vinto tutto. Non dimenticherò mai la rete che segnò alla Fiorentina, da 0-2 a 3-2, campionato 1994-95. Il gol del sorpasso. Di esterno destro, in acrobazia. Un capolavoro».Dove lo collocheresti?«Che discorsi: sul podio, con Totti e Baggio».Il podio ha tre gradini..«Sei troppo curioso...».Stai parlando del primo Del Piero.«Gli anni passano per tutti. Lui, poi, ha iniziato molto presto e nel ‘98 si è sfracellato un ginocchio. Logico che non possa essere continuo e “padrone” come una volta. Se Capello in campionato e Lippi ai Mondiali lo portavano in panchina, non mi dirai che c’era sotto qualcosa».Appunto. Gli juventini sono furibondi. Gradirebbero lo stesso trattamento che Parreira riservò a Ronaldo e Adriano.«Li capisco. Occhio, però: con quel trattamento, il Brasile è uscito nei quarti».Un consiglio?«Non ne ha bisogno. Sono rari i campioni maturi e signori come Ale. E fedeli, soprattutto. Aver accettato la serie B fa onore alla sua storia, oltre che comodo alla sua società. Ecco: la Nazionale di Del Piero è la Juventus».Traduzione: accontentati.«Giocare nella Juve ti sembra riduttivo? Non è la A che manca a noi, siamo noi che manchiamo alla A».A essere sinceri, non è titolare fisso nemmeno in B.«Sono un suo ammiratore, non il suo allenatore».Quel Donadoni...«Dategli tempo. Ereditare e gestire la squadra campione del Mondo equivale a un’arrampicata di sesto grado. Pancia piena, crisi di rigetto, avversari supermotivati: eccetera eccetera. E comunque, fra Ucraina e Georgia, ha portato a casa sei punti su sei».Alludevo a Del Piero.«Resta un simbolo. E sempre lo sarà. Anche in tribuna». (da La Stampa)