Creato da blackangel690 il 14/01/2007

DRAGON LANCE

un mondo fantasy

 

 

Post N° 14

Post n°14 pubblicato il 12 Marzo 2007 da blackangel690
 

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Ricordo molto bene quando sono morto, la mia anima è stata mangiata piano... piano; masticata e inghiottita con una famelicità cieca e poi... poi il baratro, il buio più nero, la notte più cattiva... D'un tratto ti accorgi che il tuo corpo sta moredo ma sei cosciente che la tua anima non muore con esso è lì che la vena della follia inizia a esplorare la tua mente e ne diventerà una parte finchè la morte non prenderà il sopravvento. La notte diventerà il giorno, il giorno la notte ti sveglierai e le creature vicino a te saranno solo omuncoli che vivono alla luce del sole; piccoli pezzi di un ingranaggio ancora più grande e misterioso. Ti sfamerai con la loro linfa vitale e il tempo sarà l'amico fedele che ti starà accanto... l'unico. La luna sarà l'unica a vederti... a vedere il demone che cammina... L'eternità è la maledizione più grande che un essere vivente può avere, benchè bramata da molti nessuno si rende conto di come essa ti rende solo. La morte circonderà la tua... vita. Camminerai tra le folle e nessuno sarà lì ad aspettare un tuo gesto, vedrai la fine di chi ami...ne sarai la fine ..ti nutrirai di loro e la follia del sangue sarà la compagnia di mille e più pasti.

Questo è ciò che sono, ciò che ero in un passato ormai remoto. Perchè non farla finita? ...Forse sono troppo codardo o forse so come ci si sente a morire, non saprei qual'è la giustificazione dettata dal mio Io. Il tempo scorre e non faccio altro che osservare come fosse un film lo scorrere degli eventi del mio stato.

 
 
 

Post N° 11

Post n°11 pubblicato il 05 Marzo 2007 da blackangel690

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Post N° 10

Post n°10 pubblicato il 05 Marzo 2007 da blackangel690

 
 
 

LACRIME DI UN CAVALIERE

Post n°8 pubblicato il 04 Marzo 2007 da blackangel690
Foto di blackangel690

Luc si svegliò al sorgere del sole, con la testa martellante e le ossa doloranti; si sentiva come se la sera prima si fosse ubriacato, anche se non aveva bevuto altro che acqua. Si costrinse ad alzarsi in piedi, procurandosi un mezzo capogiro, e si rinfrescò il volto con un po’ d’acqua prima di fare qualsiasi altra cosa.

Era una splendida mattina: il sole stava sorgendo all’orizzonte in un cielo limpido, illuminando tutta la Fortezza; qua e la, alcuni piccoli roditori, che presumibilmente si erano avvicinati al fuoco durante la notte, fuggivano alla sua vista. Tutti dormivano ancora; solo le guardie cittadine erano sveglie, sedute ai capi della lunga muraglia che sormontava sulla vasta valle. Luc diede il buongiorno alle sentinelle, e fece colazione con loro.

Luc passò molto tempo a fissare l’elsa della spada, non l’aveva ancora estratta da quando erano partiti dalla città dentro la montagna, la città dei nani, e la cosa non gli dispiaceva perché pur essendo un cavaliere della corona, e avendo avuto molti riconoscimenti sul campo, lui non sentiva più lo stesso fervore, la stessa adrenalina che gli scorreva nel sangue durante una battaglia, come quando era più giovane. Lentamente la tolse dal fodero, con un sibilo metallico; la luce del sole mattutino si rifletteva sulla perfetta lama d’acciaio appena forgiata: si trattava di una spada uscita dalla forgia di uno dei nani più importanti di Thorbardin, e sulla lama era ancora presente il velo di olio che rivestiva le spade in esposizione nella bottega di Dokron. La lama era lunga tre braccia, piu del triplo di una spada comune, bastava che col suo peso e la sua lama si appoggiassero sulla testa di un orco per fracassare in mille parti il cranio, era una spada a due mani, un nome semplice, ma chi la usa deve avere un’abilità e una forza superiore, per non rimanere sopraffatti durante la guerra dal suo peso e dal suo ingombro, in un eventuale corpo a corpo. La forza di Luc era senza paragoni e questo gli permetteva di destreggiarsi tra le file nemiche, ma la cosa che faceva più stupore tra i suoi compagni d’arme era come facesse ad usare quella imponente spada con un braccio solo.

Per lui, nel suo cuore albergava l’amore, lo spazio per quella gloria e quell’onore che un tempo bramava era ridotto ad un frammento come di un vaso rotto; ma il suo era un amore diverso lei non era la solita venditrice ambulante o contadina che si potevano trovare tra le vie della sua città, lei era una veste bianca, una maga della torre di Palanthas.

Un amore segreto tra i due, perché tra i due ordini, quello dei cavalieri di Solamnia e quello dei maghi di Palanthas non scorreva buon sangue anche se l’onore, i convenenti e le guerre che imperversavano ad ovest, tenevano legati le due fazioni in un patto segreto.

Sonnya, era venuta a portare un messaggio a Solamnia per conto della veste bianca più importante del suo ordine, era una richiesta d’aiuto, perchè Dangerus, il sommo chierico, aveva previsto un’ attacco imminente dei cavalieri neri di Neraka, i cavalieri della Regina Dell’Oscurità, acerrima nemica fin dalla notte dei tempi anche per i cavalieri di luce di solamnia.

Quel giorno sarebbero dovuti partire, per far ritorno alla torre lui doveva accompagnare la sua dolce e amata Sonnya, per conto del Sommo Giudice Del Gran Consiglio.

Sonnya quella mattina si alzò presto sapeva che quel giorno per lei sarebbe stato il giorno della partenza e in cuor suo un velo di tristezza comparve, perché non voleva separarsi per l’ennesima volta da quegli occhi, da quelle braccia forti e possenti, da quell’amore che per lei sarebbe stato eterno anche se difficile.

Ad un tratto due colpi alla porta la destarono da quel sogno ad occhi aperti e lei per un attimo sperò fosse lui, con foga ed impazienza si affrettò per andare ad aprire quella porta, ma lì su l’uscio c’erano 2 piccoli occhi che la fissavano con ammirazione, erano gli occhi di una donna del maniero mandata lì per accertarsi che l’ospite non avesse bisogno di nulla e per portare il messaggio del sommo giudice…

Aprì la lettera che le porse la giovane donna e lesse il programma…

Ore 9 sala del gran consiglio pronta per il ritorno a Palanthas

Sonnya era una donna stupenda, aveva passato da poco i trent’ anni e il suo corpo era costituzione esile e fragile, la sua pelle era bianca come spuma del mare, i suoi capelli erano neri come la notte senza stelle e molto lunghi superavano le spalle di molto ormai, ma i suoi occhi erano stati la rovina per luc, quel giorno quando alla taverna di Taur Maxime lo incontrò per la prima volta. Lei era lì per riposare da un lungo viaggio mentre lui era in compagnia dalla sua spada e del fuoco; quegli occhi lo pietrificarono totalmente erano azzurri come l’infinito per lui sembrava che il fuoco lì vicino fosse un’immagine riflessa di quella passione che gli trasmettevano tanto fossero ammalianti, per molti di Sonnya si diceva scorresse sangue elfico, per altri si diceva che lei fosse figlia di qualche dio, ma Luc sapeva che quelle erano solo dicerie di gente che del tempo non sapeva che farsene.

Sonnya prese le sue cose e si avviò al castello nella sala  del gran consiglio

Per Luc e Sonnya il viaggio era arrivato al terzo giorno senza alcun problema e con una piccola scorta al seguito. Il viaggio per lei era diventato molto formale, quegli occhi indiscreti dei soldati per lei erano invadenti ma non smetteva mai di guardare il suo dolce cavaliere che non le toglieva mai per un’ istante gli occhi di dosso.

Ormai per loro si stava avvicinando la sera e Luc intravide in mezzo a dei cespugli una grotta di fronte al mare che sovrastava la piccola valle, e pensò che per la notte sarebbe stato un ottimo nascondiglio e un buon riparo dalla pioggia, ma c’era qualcosa di diverso nell’aria.

Le sue innumerevoli battaglie portarono Luc a sviluppare una specie di sesto senso. Lui sentiva che in quel posto, quella notte la sua spada benedetta, si sarebbe macchiata di sangue.

Fece segno ad uno dei suoi di andare in avanscoperta e con una fugace occhiata attorno si avvicinò a Sonnya e le disse: “tieni il libro degli incantesimi vicino, questa notte ti servirà”. Per Sonnya quelle parole gli gelarono il sangue non aveva mai combattuto una battaglia, lei non era una maga guerriera ma una maga chierico, anche se qualche magia di attacco la conosceva, non sapeva realmente strategie ed incantesimi potenti per le guerre, “cercherò di aiutarvi con le mie arti divinatorie” rispose, ma Luc sapeva quello che era la sua amata e in lei svanirono tutti i dubbi.

Mentre il suo soldato era di ritorno, per comunicare che era tranquillo, un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiusero: una figura avvolta nel Manto delle Tenebre, un manto nero, antico come il tempo, siede su di una roccia all’imboccatura della caverna. E’ un essere dai lunghi capelli. Siede in silenzio e con un flauto suona una musica dolce e divina.

Luc vide molte guerre molti mostri in passato ma quella statua di pietra gli girava le budella, sentiva che non era di quel mondo, ma soprattutto era viva come lo era la natura attorno a lui come sentiva la pioggia sulla sua armatura rintoccare lo scorrere del tempo, come sentiva il suo cuore battere, quella cosa era viva.

Sonnya vedendola s’inginocchiò rivolse le sue preghiere alla dea Mishakal, e a Paladine dei di luce chiedendo di proteggere i loro cavalieri.

La creatura informe imprigionata nell’oscurità e nella pietra apre gli occhi e, lentamente, si libera dal suo giaciglio secolare.
La musica diffonde nell’aria e, seguendone le note, la creatura assume forma di oscuro distruttore. Apre gli occhi e un cinico sorriso si dipinge sul volto mentre torna alla vita.

L’ essere suona ancora, avvolto dalle tenebre, mentre una lacrima scende sul suo candido viso d’angelo.
La creatura è consapevole: percepisce chiaramente il suono che dalle sue mani prende struttura. Percepisce la musica e il disegno in essa racchiuso.

E percepisce, una spiacevole sensazione di dejà - vu che non riesce a tollerare e l’ origine arriva da quella donna che sta pregando china.

Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei, quasi tentasse di rammentare qualche evento del passato, cercando di ricordare, cercando di scrollarsi di dosso il torpore di secoli di letargo.
Ma poi da essa si allontana, ora la sua attenzione si sposta su quel cavaliere, lo guarda con timore certo ma anche con aria di sfida, lui ha deciso ormai, vuole misurarsi vuole l’anima di quei due e non solo perché è Tarksis la regina delle tenebre a chiederlo ma perché l’odore della battaglia è prossimo e lui lo sente, sarà epocale.

La creatura si sposta dal suo giaciglio.

Un tuono, e poi un lampo irrompe nel caos e nello sgomento, a illuminare tutto per un istante: una figura umana è sospesa a mezz’aria, immota.
Una terribile esplosione di colore viola nel centro della vallata.

Gli uomini arretrano sgomenti mentre scende un inquietante silenzio di morte.

Un tuono e poi un lampo ad accompagnare le nuvole tenebrose, mentre la figura di uomo scende lentamente tra i combattenti.
Si posa dolcemente all’interno del cratere che ha creato, mentre il vento gioca con le sue candide ali di luce bianca. Il fuoco nero gioca ai suoi piedi: servo ubbidiente e fedele.
Le candide ali bianche suscitano il dubbio nel cuore dei soldati, ma non in Luc, lui ha già tirato fuori la sua spada, mentre attorno a Sonnya un’aura d’oro inizia ad espandersi dando una sensazione di pace e sicurezza, ora lei è pronta la divina preghiera di protezione è stata lanciata.

L’armatura perfetta e completa, come quella dei nobili più raffinati, di colore tenebra argento e oro, lo ricopre completamente lasciandogli scoperto solo il volto e i lunghi capelli neri lucenti.
Il volto perfetto e bellissimo, che niente ha di umano. Levigato e irreale, con leggere tracce d’inchiostro ad ornargli le tempie: strani simboli di una lingua antica ormai perduta, simboli arcani e proibiti.
I suoi occhi d’oro scrutano attentamente gli umani attorno.

Chiude gli occhi per un istante, e tutto tace. Anche il vento smette di soffiare: la natura è in ascolto dei suoi comandi. Anche le nuvole del cielo sono incapaci di muoversi e la pioggia smette di scendere dal cielo, si fossilizza nell’aria: nulla si muove e nulla si ode.
Molteplici espressioni sui volti dei soldati: meraviglia e terrore.

All’improvviso il cavaliere delle tenebre apre gli occhi e un frenetico martellare di tamburi si diffonde nella vallata accompagnato da striduli suoni e rumori inquietanti che i soldati sanno provenire dall’inferno. E poi il turbinio del vento, che disperde e trascina lontano il canto degli inferi.

Poi tutto tace di nuovo, come se il suono fosse stato trasportato altrove dai suoi pensieri, di nuovo confinato nel baratro oscuro da cui originava.

E poi il tuono, e la figura terribile e silenziosa con voce atona e maledetta, proclama il destino di ognuno: “Io porto la distruzione!”
Cuori in subbuglio e muscoli incapaci di muoversi, mentre il nero cavaliere dell’abisso porta lentamente una mano alla schiena e solleva nell’aria una spada magnifica e perfetta: la lama d’argento con strane coloriture nere ai lati della lama su cui simboli antichi riportano parole funeste di incantesimi proibiti. Un teschio umano ad ornare l’impugnatura possente. Era una spada bastarda Luc la riconobbe all’istante.

L’essere che non può essere ucciso allora sorride e improvvisa scende la nebbia sulla vallata, una nebbia fitta e malvagia.
Inizia la macabra danza della morte mentre la nebbia tutto avvolge.
I soldati non vedono più nulla, sono ciechi ed inermi di fronte al destino.

Sonnya che nel frattempo contempla l’inizio della battaglia rabbrividisce sente nel suo profondo io, che quel essere maledetto e oscuro segnerà la fine di molti, nella sua mente compaiono delle parole, sono parole di magia.

Si avvertono nel frattempo solo i fendenti della spada dell’oscuro cavaliere demoniaco dalle lucenti ali angeliche.
Fendenti e strazianti urla di agonia ovunque.
E la paura, un terrore primordiale, gelido e profondo.
Combattimenti che non si possono definire tali, tra esseri umani inconsapevoli e una creatura dell’assoluto.
La nebbia si nutre del terrore delle vittime e cresce e si espande e copre ogni cosa: i suoni giungono ovattati e distorti, ovunque solo urla e mutilazioni, cresce il terrore mentre la nebbia divora la speranza.
Non vi è scampo, nemmeno la fuga.

Sarà questione di tempo, solo questione di tempo.
Nessuno può competere con il cavaliere della distruzione, così è stato in passato, così sarà ora, pensò Luc

Intanto Sonnya ha completato il secondo incantesimo che fino ad ora non conosceva, quelle parole le pronunciò con molta attenzione, e improvvisamente, il vento, era un’ incantesimo di dissolvenza…

La preghiera che non è stata contrastata da nessuno inizia ad espandersi, iniziando ad infondere coraggio tra gli ultimi uomini rimasti, mentre l’incantesimo di dissolvenza restituisce la vista.

Luc si volta nella speranza di ritrovare gli occhi della sua bella, li cerca con disperazione, come un lupo cerca i suoi cuccioli, ora la vede è lì splendente come non mai, Sonnya è diventata radiosa, un’aura pura piu forte del sole, più calda delle fiamme degli inferi e lei lo guarda… una improvvisa forza lo pervade famelica voglia di vendetta per quella sensazione d’impotenza che ha avuto,in precedenza ed è stata proprio lei a ridargli quel vigore, lei che di guerre nn ne aveva mai viste, lei con quegli occhi fiammeggianti d’amore per lui; e pensò: “ ora è il momento! Onore e gloria!!”. E si lanciò contro l’oscuro.

I soldati si cercano l’un l’altro sgomenti e terrorizzati, mentre il sole vince le tenebre della notte apparente. Il cavaliere oscuro guarda al cielo in silenzio. Una musica suona nell’aria, una musica per i soldati umani. Le parole di Sonnya arrivano anche al cuore degli uomini torna la speranza è una rinnovata forza e i soldati decidono di combattere insieme. Nessuno vuole concedere vittoria al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche.
Una pioggia di frecce e di dardi si abbatte sull’oscuro combattente. Ma di esse egli non si cura, poiché protetto da una magia potente. Nessuna delle frecce lo scalfisce: tutte bruciano in volo.
Allora i soldati si lanciano alla carica, compatti e uniti, al seguito di Luc il cavaliere sacro, l’eroe della Battaglia dei Cento Giorni, il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto. Il cavaliere nero lo vede e, con un rapido movimento, ne scansa il fendente e ne ferisce a morte il cavallo.
Luc si rialza deciso a distruggere il demone, che nel frattempo già ha ucciso altri due guerrieri, valorosi soldati del suo seguito.
Il cavaliere sacro urla e si getta contro il possente guerriero delle tenebre ingaggiando con lui uno scontro senza pari, mentre i soldati lo incitano e urlano.
Il cavaliere del destino ride: ”Stupido mortale!”.
Le spade si scontrano parecchie volte: Luc combatte come un leone, senza sosta e con il cuore. Dopo qualche istante, finalmente, un varco nelle sue difese e, scansata la poderosa spada d’argento con un bracciale, la spada della giustizia trafigge il cavaliere nero al petto.
Sgorga sangue nero dal cuore tenebroso del mostro.
I soldati esultano per la vittoria, mentre luc rigira la spada nella ferita.
Ma il demone non fa una piega, alza il volto, e fissa l’eroe con i suoi occhi d’oro, lo fissa e ride feroce.
La lama del Leone bianco, inizia a corrodersi e l’eroe, il bianco paladino della giustizia, ne abbandona la presa.
Il demone avanza, afferra l’eroe con entrambe le mani e lo solleva da terra. Le gambe di Luc non toccano il terreno, mentre la paura torna sul suo volto, come prima nella nebbia si sente solo, impotente, privato di se stesso.

Intanto Sonnya si avvicina imprudentemente al nemico, il suo cuore batte a mille ma non per paura del mostro ma perché sa bene che è la fine per il suo amato, non pensa. Lei deve fare qualcosa, poi come una luce nelle tenebre gli compare una parola nella mente, e le lacrime segnano il suo viso, SACRIFICIO.

La maga di luce si avvicina all’angelo oscuro, lui si è accorto di lei, e lei quella che vuole, la sua anima, ma ha commesso un errore ha sopravvalutato troppo il cavaliere sacro tralasciando quel particolare, quella luce, e ora è tardi o forse no….

L’angelo oscuro portatore di distruzione scaglia Luc contro gli altri uomini, si gira ma ormai le parole sono state dette le ha udite troppo tardi per difendersi….

Sonnya sa bene che quella magia, quel canto è il requiem della vita ma sa che lo sta facendo per il suo amato.

Una luce immensa si scaglia sul cavaliere nero bruciando le sue tenebre,si sente bloccato non riesce a muoversi intanto la spada di Luc prende fuoco, la sua fiamma brucia di un fuoco bianco candido e mentre Sonnya completa il suo incantesimo Luc si rialza con l’ultima energia che ha nel corpo impugna la spada e trafigge il cavaliere nero.

Un un ringhio demoniaco e tremendo, un suono orribile che strazia i timpani.

Appellandosi alla sua forza, dilania in due il corpo dell’angelo oscuro e ne getta i resti ai piedi dei soldati. Una risata diabolica si diffonde tremenda nell’aria, il cavaliere senza anima è svanito così come è arrivato, dietro di lui si lascia morte e distruzione.

Un corpo senza vita e lì davanti a lui che lo guarda gelido con occhi che fissano il vuoto.

È il corpo di Sonnya.

Luc non crede a quello che vede, si avvicina in preda alla disperazione, si avvicina al suo cuore cerca di capire, cerca la speranza, cerca la vita, ma per Sonnya è finita ora la sua anima sta vicino a Mishakal la sua dea protettrice.

Luc non sente più nulla inizia a perdere i sensi non ce la fa più e crolla vicino alla sua amata.
Si svegliò. E pianse.
Pianse, pianse, pianse lacrime amare, gocce d’acqua che scivolavano giù per gli si zigomi, su quel viso ormai segnato da molti inverni mentre i pensieri, i ricordi, il dolore, si affollavano nella sua mente.
Tremava, tremava per il freddo. Ma non del freddo che si sente sulla pelle. Tremava per quel freddo che si sente dentro, quel senso di vuoto, quello che ti fa sentire impotente, quello che ti fa sentire senza alcuna importanza, quello che ti fa sentire senza più l’anima.
Era vivo, lo era. Eppure non ne era felice.
Doveva esserlo! Era vivo!
Ma non c’era traccia di felicità nel suo corpo, nella sua mente, nei suoi pensieri.
Solo cupa disperazione.
Affogò le sue lacrime in un rantolo, in un urlo che riecheggiò per tutta la valle, cercando di far smettere i pensieri, i ricordi, che gli consumavano la mente.
Perché era vivo? Perché! Lui, lui che voleva morire, ora era vivo, lì vivo, da qualche parte del mondo.
Lei, persa… morta. Morta, dilaniata dall’oscurità, sotto i suoi occhi, sotto il suo sguardo impotente…
Allora perché lui era vivo? Che diritto aveva lui di essere vivo, quando ormai lei non c’era più?
Voleva morire, voleva che la morte lo venisse a prendere, che lo portasse con se negli abissi del mondo. La chiamò, urlò, urlò di dolore, urlò di rabbia, la chiamò.
Ma lei non venne.
Non rispose ai suoi richiami, alle sue suppliche, ai suoi lamenti senza fine. Non venne. L’oscura signora si prendeva gioco di lui
Stava piangendo! Non si ricordava nemmeno più l’ultima volta che lo fece e mentre invocava con disperazione il nome della sua amata, le sue mani allentavano sempre più la presa, e quella enorme spada a due mani che lui usava con temibile forza e potenza, ora gli scivolava dalla sua mano senza avere la capacità di contrastare il suo volere, la spada si voleva staccare, lo voleva abbandonare lì, le forze gli venivano meno, era impotente....

Ormai nella sua mente comparivano immagini, che il cuore dettava, erano i meravigliosi momenti passati in tempo di pace, gli occhi di Sonnya che gli sorridevano dentro quel giardino fatto di colori e profumi.

Ma ora l’acre odore del suo sangue tra le mani, sul suo corpo non faceva altro che farlo tornare alla realtà a rivivere quei crudi momenti di lotta selvaggia
Qualcosa dentro di lui si opponeva all’idea della morte.

Qualcosa dentro di Luc aveva deciso che voleva vivere.
Appoggiandosi, facendo ricorso a tutte le sue forza, si alzò a fatica. Fece qualche passo, esitante, poi cadde rovinosamente a terra. Sollevò gli occhi verso la luce, implorante.

Lì avanti a lui il mare si bloccava come se non riuscisse a toccarlo, le onde si spaccavano su quello scoglio sotto i suoi piedi, ma i suoi occhi fissi su quella palla di fuoco che si stava spegnendo nell’acqua creando mille e più sfumature di rosso, stavano guardando altro, stavano rivivendo gli ultimi momenti della battaglia, gli ultimi attimi in cui il suoi occhi incrociavano il suo sguardo e all’improvviso una stretta al cuore lo fece piegare su un ginocchio e poi pensò…

Quello era il suo saluto, l’ultimo saluto alla donna che amava, ora la sua spada lo sosteneva come un bastone la sua punta era conficcata nella roccia e il suo viso baciava, tra le lacrime, l’impugnatura rivolta verso l’alto e mentre era lì inginocchiato…. dal cuore arrivarono due parole…                                          

                                                       ADDIO SONNYA !!

dedicato a sonnya e lucifeREdegliInferi

 

 

 

 

 
 
 
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