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Messaggi di Settembre 2012

 

ACCOGLIERE UN BAMBINO COME CHI NON HA POTERE E' LA CHIAVE PER RICEVERE LA GRANDE VISITA DI GESU' E DEL NOSTRO PADRE CELESTE

Post n°582 pubblicato il 30 Settembre 2012 da sebregon

1 OTTOBRE
XXVI SETTIMANA DEL T.O.
SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO
E DEL SANTO VOLTO (m)
Vergine, Dottore della Chiesa


 Lc 9, 46-50


 
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».

 

Noi nasciamo nel mondo del ‘più’ e del ‘meno’ e molte volte, essendo radicati in una di queste condizioni, la riteniamo come la perfetta descrittrice della nostra situazione esistenziale.

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Per cui  se ci consideriamo  ‘meno’  vogliamo essere di ‘più’ e se invece ci sentiamo ‘più’, oltre a volere  sempre di più, fuggiamo dall’altra condizione, e cioè quella del ‘meno’, come si fugge dalla peste. 

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Ora Gesù ci aiuta ad uscire da quest’ottica molto umana e sposta l’asse del discorso dall’essere più grande al suo contrario : per Gesù è grande chi è piccolo.  Ora però il  nostro Maestro non si ferma a cambiare solo la nostra percezione spaziale rispetto al ‘grande’ ed al ‘piccolo’ ma ci dice con chiarezza a che cosa si abbina la vera grandezza. Questa occorre cercarla nella pratica dell’accoglienza.

 

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Solo chi sa accogliere il proprio prossimo come si accoglie il Signore allora questi sarà veramente grande. Gesù tuttavia qui non usa la parola ‘prossimo’ ma prende spunto da un bambino che diventa, in questa situazione particolare, l’occasione per allontanare i discepoli dalla loro stolta adultità.

 

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Il bambino serve a Gesù come spunto per distoglierli dal loro narcisismo e metterli sulla strada dell’esercizio attivo  dell’accoglienza anche verso chi non è considerato un granchè proprio perché è un ‘bambino’. Accogliere un bambino allora significa non doversi confrontare con nessuno. Davanti ad un bambino infatti non ci si può fare belli o vantarsi della propria prestazione.

 

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Ecco allora che mettersi nella disposizione interiore di accogliere il fratello come un bambino significa ricevere il dono dell’allargamento del cuore che ci permette di accogliere l’infinitamente grande  Gesù ed il suo Padre divino.

La nostra vita e la Parola

Spirito del Signore, aiutarci ad uscire dalla continua lotta per essere grandi agli occhi degli uomini e dacci un cuore accogliente tanto da essere degni già in questa vita di accogliere Te ed il tuo, e nostro, amato Padre celeste.

Gabriele Patmos

 
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L'AMORE VERO SUPERA OGNI NOSTRO ATTO DI AUTOCONDANNA

Post n°581 pubblicato il 17 Settembre 2012 da sebregon

XXIV SETTIMANA DEL T.O. - LUNEDÌ

 

Lc 7, 1-10


 In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito. 

 

Gesù ha proprio ragione infatti chi di noi essendo in gravi ambasce, e dunque bisognoso d’essere assolutamente aiutato, non andrebbe di persona a chiedere a chi ha più potere di aiutarlo?  Chi inoltre si fiderebbe ciecamente di mandare dei terzi a portare una richiesta tanto importante? Il protagonismo sarebbe d’obbligo. Il primo invio, e cioè quello degli anziani, si può spiegare con il fatto che essendo egli un pagano, e soprattutto un romano, non se la sente di andare di persona, ma per il secondo invio, e cioè quello degli amici, c’è davvero da rimanere sconcertati. Il centurione poi ci appare qui un pò ingenuo nel credere che i suoi modi militareschi  possano essere utilizzati nello stesso modo da Gesù. Ed infatti non è per questo che ottiene da Gesù ciò che gli sta a cuore ma per quel suo ritenersi indegno non solo di riceverlo in casa ma di presentarsi direttamente a Lui. Al di là di tutto ciò egli è un uomo che crede alla potenza della parola e vi crede perché sa per esperienza che la sua parola verso i subalterni crea vita o produce morte. Inoltre doveva essere davvero un uomo giusto se viene lodato dagli anziani e se si preoccupa così tanto del suo servo. Cosa può dirci un uomo così? Durante il sacro rito della messa prima della comunione il cristiano recita le stesse sue parole: “ Signore non sono degno…” e dunque egli è un nostro costante compagno di vita per ricordarci sempre che non siamo degni di stare davanti a quel Signore che nell’eucarestia ci dona tutto se stesso. La consapevolezza del centurione  d’essere indegno deve spingerci ad essere veramente umili scrollandoci d’addosso tutta quella orgogliosa baldanza che portiamo in giro come se ne fossimo privi. Il centurione  per la sua indegnità aveva capito quanto fosse fuori dall’asse del regno di Dio ma nonostante tutto egli sente che poteva rientrarvi nonostante i suoi peccati superandoli d’un balzo grazie ad un atto di puro amore.

 

Gabriele Patmos

 
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NON GIUDICARE NON SIGNIFICA NON DIRE LA VERITA' MA.....

Post n°580 pubblicato il 07 Settembre 2012 da sebregon

XXII SETTIMANA DEL T.O. – VENERDÌ

 

 

1 Cor 4, 1-5


Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode. 

 

L’Apostolo Paolo ci insegna la vera libertà e cioè quella che vede l’uomo agire non per paura o condiscendenza alle umane abitudini ma per una convinzione che attinge alla profondità di ciò che si crede. Detto così sembrerebbe che il vero uomo libero sia il fondamentalista e cioè colui che non guarda in faccia a nessuno perché  mette in pratica fino  in fondo ciò in cui  crede. Paolo invece, pur volendo  essere fedele con tutto se stesso a Cristo e non temendo alcun tipo di tribunale umano,   da figlio di questa terra capisce che la proclamazione della propria fedeltà deve passare attraverso il giudizio. Egli dunque vi si confronta mettendo sinceramente il suo essere davanti alla 'colpa'. Non ne trova alcuna ma comunque, e questa è la vera umiltà, si mette davanti al  Signore  per ascoltare  le amorevoli parole del Suo giudizio. Paolo non vuole giudicare nulla, neppure se stesso, immettendo il suo spirito lungo il canale d’attesa dell’avvento del Signore. Questo guardare oltre è sanante per la nostra esperienza umana perché sappiamo quanto il giudicare fa nascere in noi una vena di cattiveria e di durezza. Guardare oltre non significa non dire la verità sulle cose che succedono ma questa è un’altra cosa da quel giudicare che ci pone sopra agli altri senza alcuna misericordia. Abbiamo molto da meditare su queste parole e molto da cambiare nella nostra vita perché ci ritroviamo ad essere spesso una macchina da guerra di ‘giudizi’ che invece di farci volare ci tarpano le ali.

 

Gabriele Patmos    

 
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