Fabrizio de Andrè – Creuza de mà : è da lì che tutto è cominciato…Dedico il mio inizio musicale a Paint e al suo “obsoblog sono in ritardo e ho avuto problemi con la posta però meglio tardi che maiE’ una emozione…E’ emozioneQuesto disco è tutta una emozione, che parte dalla prima nota, dal primo suono e non si spegne più, ti resta dentro anche dopo l’ascolto. Ti rimangono le voci della gente, il dialetto genovese, le sonorità di strumenti inusuali. Resta la voce di Andrè, il suo raccontarsi e raccontarti, la sua poesia, la sua ricerca, la sua sensibilità a tratti sconvolgente.Era il 1984, ma per me era sempre, per me è ogni giorno in cui lo ascolto o lo faccio ascoltare, per me è adesso che scrivo.Che Fabrizio de Andrè sia stato una figura fondamentale, non lo dico io, lo dice tutta la sua favolosa eredità musicale e poetica, la sua grandezza non è stata, come successo ad altre figure artistiche, determinata dalla sua prematura morte. Ma in questo disco, dietro la copertina con la casa bianca, ho trovato tutto, ho trovato un passo avanti grandissimo al livello musicale rispetto ad i primi album e forse anche rispetto ai successivi lavori (anche se Anime Salve è lì ad un palmo di distanza), ho trovato una ricerca musicale senza precedenti accompagnata alla grandissima e consueta vena poetica, non più un “solo” un magistrale cantautore/cantastorie, ma un musicista completo, immerso completamente nella sua realtà, tra i vicoli della sua Genova, con la lingua della sua terra. Un suono originalissimo, un dialetto che si fa suono anch’esso per portare le storie del popolo, al popolo un’operazione geniale e semplice allo stesso tempo, complessa e delicata, poetica e prosaica: una sintesi emozionante di parole e suoni. E’ una emozioneUn brivido sonoro ogni volta, un piacere continuo all’ascolto e durante la spontanea ricerca di comprensione e traduzione Umbre de muri, muri de maine' dunde ne vegni, duve l'e' ch'a ne': de'n scitu duve a luna se mustra nua e neutte n'a' puntou u cultellu a gua; e a munta l'ase gh'e' restou Diou, u Diau l'e' in pe e u s'e' gh'e' faetu niu; ne sciurtimmu da u ma pe sciuga' e osse da u Dria, a funtana di cumbi 'nta ca de pria. Ombre di facce, facce di marinaio, da dove venite, dov'e' che andate: da un posto dove la luna si mostranuda e la notte ci ha puntato il coltello alla gola ea montare l'asino c'e' rimasto Dio, il Diavolo e' in cielo eci si e' fatto il nido.Usciamo dal mare per asciugare le ossa dall'Andrea, alla fontana dei colombi nella casa di pietra. Parte così Creuza de mà, con i suoni del mercato di Genova, con il suono di una gaida (una specie di cornamusa in uso fra i pastori della Tracia) e con il canto dei marinai al ritorno dalla pesca del loro viaggio continuo, del loro rapporto col mare e termina con una figura viva e favolosa: E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi. Finche' ilmattino crescera' da poterlo raccogliere, fratello dei garofani e delle ragazze.Padrone della corda marcia d'acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare. Si passa poi per “Jamin-a” suggestiva descrizione di una prostituta dalla “lengua nfeuga” in una cornice musicale di strumenti di tradizione araba e greca.Ci si perde in Sidun, un commovente canto funebre di una madre palestinese. Un retaggio della tragedia greca, fatto musica e parole.Poi si ritorna a Genova tra storie di marinai (Sinan Capudan Pascià) , di esattori delle tasse (la Pittima), di prostitute in libera uscita domenicale (A Dumenega)Piccole storie in una cornice avvolgente.Si chiude (ma forse non si chiude mai) con “ Da me riva” con il saluto del marinaio che riparte e saluta la sua compagna. Riparte De Andrè lasciandoti in eredità davvero un campionario di figure e suoni sterminato. "in mezzo al mare c'è un pesce palla, che quando vede le belle viene a galla; in fondo al mare c'è un pesce tondo che quando vede le brutte se ne va sul fondo"
Fabrizio de Andrè – Creuza de mà
Fabrizio de Andrè – Creuza de mà : è da lì che tutto è cominciato…Dedico il mio inizio musicale a Paint e al suo “obsoblog sono in ritardo e ho avuto problemi con la posta però meglio tardi che maiE’ una emozione…E’ emozioneQuesto disco è tutta una emozione, che parte dalla prima nota, dal primo suono e non si spegne più, ti resta dentro anche dopo l’ascolto. Ti rimangono le voci della gente, il dialetto genovese, le sonorità di strumenti inusuali. Resta la voce di Andrè, il suo raccontarsi e raccontarti, la sua poesia, la sua ricerca, la sua sensibilità a tratti sconvolgente.Era il 1984, ma per me era sempre, per me è ogni giorno in cui lo ascolto o lo faccio ascoltare, per me è adesso che scrivo.Che Fabrizio de Andrè sia stato una figura fondamentale, non lo dico io, lo dice tutta la sua favolosa eredità musicale e poetica, la sua grandezza non è stata, come successo ad altre figure artistiche, determinata dalla sua prematura morte. Ma in questo disco, dietro la copertina con la casa bianca, ho trovato tutto, ho trovato un passo avanti grandissimo al livello musicale rispetto ad i primi album e forse anche rispetto ai successivi lavori (anche se Anime Salve è lì ad un palmo di distanza), ho trovato una ricerca musicale senza precedenti accompagnata alla grandissima e consueta vena poetica, non più un “solo” un magistrale cantautore/cantastorie, ma un musicista completo, immerso completamente nella sua realtà, tra i vicoli della sua Genova, con la lingua della sua terra. Un suono originalissimo, un dialetto che si fa suono anch’esso per portare le storie del popolo, al popolo un’operazione geniale e semplice allo stesso tempo, complessa e delicata, poetica e prosaica: una sintesi emozionante di parole e suoni. E’ una emozioneUn brivido sonoro ogni volta, un piacere continuo all’ascolto e durante la spontanea ricerca di comprensione e traduzione Umbre de muri, muri de maine' dunde ne vegni, duve l'e' ch'a ne': de'n scitu duve a luna se mustra nua e neutte n'a' puntou u cultellu a gua; e a munta l'ase gh'e' restou Diou, u Diau l'e' in pe e u s'e' gh'e' faetu niu; ne sciurtimmu da u ma pe sciuga' e osse da u Dria, a funtana di cumbi 'nta ca de pria. Ombre di facce, facce di marinaio, da dove venite, dov'e' che andate: da un posto dove la luna si mostranuda e la notte ci ha puntato il coltello alla gola ea montare l'asino c'e' rimasto Dio, il Diavolo e' in cielo eci si e' fatto il nido.Usciamo dal mare per asciugare le ossa dall'Andrea, alla fontana dei colombi nella casa di pietra. Parte così Creuza de mà, con i suoni del mercato di Genova, con il suono di una gaida (una specie di cornamusa in uso fra i pastori della Tracia) e con il canto dei marinai al ritorno dalla pesca del loro viaggio continuo, del loro rapporto col mare e termina con una figura viva e favolosa: E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi. Finche' ilmattino crescera' da poterlo raccogliere, fratello dei garofani e delle ragazze.Padrone della corda marcia d'acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare. Si passa poi per “Jamin-a” suggestiva descrizione di una prostituta dalla “lengua nfeuga” in una cornice musicale di strumenti di tradizione araba e greca.Ci si perde in Sidun, un commovente canto funebre di una madre palestinese. Un retaggio della tragedia greca, fatto musica e parole.Poi si ritorna a Genova tra storie di marinai (Sinan Capudan Pascià) , di esattori delle tasse (la Pittima), di prostitute in libera uscita domenicale (A Dumenega)Piccole storie in una cornice avvolgente.Si chiude (ma forse non si chiude mai) con “ Da me riva” con il saluto del marinaio che riparte e saluta la sua compagna. Riparte De Andrè lasciandoti in eredità davvero un campionario di figure e suoni sterminato. "in mezzo al mare c'è un pesce palla, che quando vede le belle viene a galla; in fondo al mare c'è un pesce tondo che quando vede le brutte se ne va sul fondo"