"HO CAPITO CHE TI AMO"

Post n°6488 pubblicato il 31 Agosto 2014 da odette.teresa1958

Risentire quella canzone mi ha riportato indietro di di 40 anni.
Mi rivedo a 16 anni,timida,insicura,convinta di essere irrimediabilmente brutta e quindi scostante,quasi brusca.
Avevo cominciato da poco a uscire con una nuova compagnia e quella domenica pomeriggio decidemmo di andare a ballare alla Taverna Fiesolana (belle le discoteche pomeridiane,chissà se quel posto esiste più).Vittorio,il leader del gruppo per i suoi 18 anni,portò con sè due amici.
In discoteca ballammo,ci divertimmo,e arrivarono i lenti.Il "Tema di Papillon",come me lo ricordo!
Uno di questi due,che si chiamava Rinaldo (che nome improbabile!) mi invitò a ballare.
A un certo punto mi guarda fissa e fa :"Ma lo sai che i tuoi capelli sanno di solfato di rame?"
Certo se era un complimento era quanto meno bislacco,in quanto detto solfato di rame è altamente velenoso!
Ovviamente me la presi a morte e quando andammo via salutai tutti meno lui.
Non vi dico come mi arrabbiai con me stessa quando la mattina dopo,durante l'ora di religione,passa una decina di minuti a riempire un foglio col suo nome!
Dovevo essere proprio una cretina e mi ripromisi di stargli decisamente alla larga,tanto più che sapevo benissimo che di lì a pochi giorni al ritiro spirituale a Montesenario sarebbe venuto anche lui.
Ma come sapete l'uomo propone e Dio dispone.
Non saprò mai se per caso o per l'attenta regia di Vittorio la sera a cena me lo ritrovai seduto accanto,che tentava penosamente di attaccare discorso!
Gli risposi per pura cortesia,lasciando che parlasse lui e fingendo educatamente di ascoltare,mentre dentro di me maledicevo silenziosamente il destino porco che lo aveva fatto sedere vicino a me.
Uscimmo per una breve passeggiata.Notte bellissima di marzo,tante stelle,buio pesto.Improvvisamente una mano prese la mia.Non ebbi bisogno di voltarmi per capire chi fosse.Furono un paio di minuti,non di più,che bastarono a non farmi dormire la notte.
Da allora e per tutto il resto del ritiro sentii i suoi occhi seguirmi ovunque,e mio malgrado cominciai a desiderare quello sguardo.
Visto e considerato che eravamo due ragazzini e per giunta imbranatissimi, per qualche settimana continuammo così.
Se n'erano accorti tutti,questo lo seppi poi,e tutti si stavano chiedendo quanto ci avremmo messo.
Immagino che qualche risata ai nostri danni se la siano pure fatta.
Io di certo il primo passo non volevo farlo,lui men che meno...
Rinaldo sapeva suonare molto bene la chitarra e spesso durante le nostre uscite domenicali la portava e suonava.
Anche quel giorno fu così.
Ma non suonò De Andrè  come sempre,no!
Guardandomi fisso attaccò "Ho capito che ti amo" di Tenco.
Restai lì come una scema,cuore che batteva a centomila.senza sapere dove guardare.
Pochi giorni dopo,per il mio compleanno,andammo per la prima volta a fare una passeggiata da soli,e quando la passeggiata finì ero la sua ragazza.
Siamo stati insieme per quasi 4 mesi,poi lui mi lasciò.
La presi non male,MALISSIMO!
Sono passati 40 anni.
La vita a me ha risparmiato ben poco:ho perso persone che amavo,ho vissuto la malattia di mio padre e la morte assurda di mio fratello,ho sposato l'uomo sbagliato,sono caduta e mi sono rialzata.
Adesso sono una signora di 56 anni,che vive beatamente separata in una casa piena di libri con tre figli e due gatti.Non sono più timida,mi batto per le cause in cui credo e le amiche mi chiamano Il Generale; chi mi conosce poco mi ritiene brusca e dura,chi mi conosce bene sa che non è così.
Ma se mi capita di sentire "Ho capito che ti amo" il cuore mi batte ancora a centomila!

 
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GIUSEPPE UVA

Post n°6487 pubblicato il 21 Agosto 2014 da odette.teresa1958

Un ragazzo che chiama il 118 per chiedere un'ambulanza mentre sente le urla del suo amico nella stanza accanto, all'interno della caserma dei carabinieri di Varese. "Lo stanno massacrando" dice a bassa voce. Una "anomala presenza di carabinieri e poliziotti in quella caserma di via Saffi, dove per tre ore il fermato subisce violenze sistematiche e ininterrotte". Gli indumenti sporchi di sangue, le ecchimosi sul volto e su altre parti del corpo, le macchie rosse tra pube e ano. Il ricovero in ospedale alle 5 del mattino con la "somministrazione di medicinali incompatibili con lo stato di ubriachezza dell'uomo".

Dopo aver reso pubblico il caso di Stefano Cucchi, la denuncia di Luigi Manconi, presidente di "A buon diritto" ed ex sottosegretario alla Giustizia, tenta di far luce sulla storia di Giuseppe Uva, 43 anni, fermato ubriaco alle 3 del mattino il 14 giugno 2008, a Varese. Lui e un suo amico, Alberto B., vengono portati in caserma. Qui Uva, ha ricostruito Manconi, "resta in balìa di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all'interno della caserma di via Saffi". Il suo amico, nella stanza accanto, sente due ore di urla incessanti, chiama il 118 per far arrivare un'ambulanza. "Stanno massacrando un ragazzo" sussurra all'operatore del 118, che chiama subito dopo in caserma e chiede se deve inviare davvero l'autoambulanza. "No guardi, sono due ubriachi che abbiamo qui - risponde un militare - ora gli togliamo i cellulari. Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi".

Ma è invece alle 5 del mattino che da via Saffi parte la richiesta di un Trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, viene poi trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, mentre il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici - gli unici indagati dell'intera storia - gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso, perché sarebbero incompatibili con l'alcol bevuto durante la notte.

"Un caso limpido di diritti violati nell'indifferenza più totale - denuncia ora Luigi Manconi - . Infatti, per quanto accaduto all'interno della caserma si sta procedendo ancora contro ignoti". "Al di là dei primi interrogatori nei giorni successivi di poliziotti e carabinieri, non è stato più sentito nessuno" denuncia l'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha squarciato il velo di omertà nelle istituzioni su altri casi di violenze di appartenenti alle forze dell'ordine, come quelli di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

Anche nella storia di Giuseppe Uva e nella sua ultima notte di vita, c'è ancora molto da chiarire. Gli interrogativi dei suoi parenti sono ancora tanti: perché in una caserma si riuniscono carabinieri e poliziotti? Come si spiegano le ferite e i lividi sul volto, il sangue sui vestiti, la macchia rossa tra pube e regione anale? Perché l'autopsia non ha previsto esami radiologici per evidenziare eventuali fratture? "Sono passati quasi due anni e non abbiamo avuto ancora giustizia - dice in lacrime Lucia Uva, sorella di Giuseppe - . Non sappiamo ancora perché nostro fratello è morto: se per le botte o per i farmaci somministrati in ospedale. Aspettiamo che un giorno qualcuno dica la verità".

(Repubblica)

 
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STEFANO CUCCHI

Post n°6486 pubblicato il 21 Agosto 2014 da odette.teresa1958

caso Cucchi è la vicenda giudiziaria e di cronaca che ruota intorno alla morte del geometra romano trentunenne Stefano Cucchi, deceduto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare. Tale fatto ha dato origine a un celebre caso di cronaca giudiziaria che ha coinvolto alcuni agenti di polizia penitenziaria e alcuni medici del carcere di Regina Coeli.[1] Cucchi era un ragazzo appassionato di boxe[2] e alcuni anni prima della sua morte era un tossicodipendente in cura presso alcune comunità terapeutiche.

Indice
I fatti

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dalla polizia dopo averlo osservato cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Immediatamente dopo Cucchi viene portato in caserma e perquisito. Viene trovato in possesso di 12 confezioni di varia grandezza di hashish (per un totale di 21 grammi), tre confezioni impacchettate di cocaina (ognuna di una dose ciascuna) una pasticca di sostanza inerte, una pasticca di un medicinale[3](il giovane era epilettico). In conseguenza di questo venne decisa la custodia cautelare; in tale data il giovane non aveva alcun trauma fisico e pesava 43 chilogrammi (per 176 cm di altezza)[4]. Il giorno dopo venne processato per direttissima. Già durante il processo aveva difficoltà a camminare e a parlare e mostrava inoltre evidenti ematomi agli occhi; il giovane parlò con suo padre pochi attimi prima dell'udienza ma non gli disse di essere stato picchiato. Nonostante le precarie condizioni, il giudice stabilì per lui una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo e stabilì inoltre che il giovane sarebbe dovuto rimanere in custodia cautelare al carcere Regina Coeli[5].

Dopo l'udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente, e venne visitato all'ospedale Fatebenefratelli presso il quale vennero messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all'addome (inclusa un'emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale). Venne quindi richiesto il suo ricovero che però venne rifiutato dal giovane stesso. In carcere le sue condizioni peggiorarono ulteriormente. Morì all'ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009. In tale data Cucchi pesava 37 chilogrammi[5][6].

Dopo la prima udienza i familiari cercarono a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Cucchi, senza successo. La famiglia ebbe notizie di Cucchi quando un ufficiale giudiziario si recò presso la loro abitazione per notificare l'autorizzazione all'autopsia[7].

Le indagini

Dopo la morte di Stefano Cucchi, il personale carcerario negò di avere esercitato violenza sul giovane ed espresse diverse ipotesi sulla causa della morte, dicendo che lo stesso poteva essere morto o per conseguenze a un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto al ricovero al Fatebenefratelli. Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiarò che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo. Successivamente si pentì per queste false dichiarazioni e si scusò con i familiari[8][9]. Nel frattempo, per fermare le illazioni che venivano fatte sulla sua morte, la famiglia pubblicò alcune foto del giovane scattate in obitorio nelle quali erano ben visibili vari traumi da violente percosse e un evidente stato di denutrizione[10].

Durante le indagini circa le cause della morte, un testimone ghanese dichiarò che Stefano Cucchi gli aveva detto d'essere stato picchiato; il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con Stefano (che era solo) ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; la detenuta Annamaria Costanzo affermò che il giovane le aveva detto di essere stato picchiato, mentre Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza[11].

Le indagini preliminari sostennero che a causare la morte sarebbero stati i traumi conseguenti alle percosse, il digiuno (con conseguente ipoglicemia), la mancata assistenza medica, i danni al fegato e l'emorragia alla vescica che impediva la minzione del giovane (alla morte aveva una vescica che conteneva ben 1.400 cc di urina, con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche[12]). Inoltre determinante fu l'ipoglicemia in cui i medici lo avevano lasciato, tale condizione si sarebbe potuta scongiurare mediante l'assunzione di un semplice cucchiaio di zucchero[12].

Sempre stando alle indagini, gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici avrebbero gettato il ragazzo per terra procurandogli le lesioni toraciche, infierendo poi con calci e pugni[13]. Oltre agli agenti di polizia penitenziaria, vengono indagati i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti che non avrebbero curato il giovane e che lo avrebbero lasciato morire di inedia. Questi si difesero dicendo che era il giovane a rifiutare le cure[13].

Il 6 novembre 2009 vengono ritrovati 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina in un appartamento saltuariamente occupato da Stefano Cucchi e di proprietà della sua famiglia. A comunicare l'esistenza della droga al magistrato sono stati gli stessi congiunti di Cucchi. Su questo fatto è stato ascoltato come testimone il padre. Secondo i legali, questo comportamento è indice della volontà dei genitori di prestare la massima collaborazione agli investigatori per arrivare ad accertare le cause della morte di Stefano.[14]

Il 14 novembre 2009 la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico di tre medici dell'ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi e quello di omicidio preterintenzionale a tre agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma, poco prima dell'udienza di convalida dell'arresto.

Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d'inchiesta, richiesta per far luce sugli errori sanitari nell’area detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico.

Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l'abbandono di incapace, l'abuso d'ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto le persone coinvolte dalle indagini. Decadono dunque il reato di omicidio colposo a carico dei medici e quello di omicidio preterintenzionale a carico degli agenti della penitenziaria.[12]

Il 13 dicembre 2012 i periti incaricati dalla corte hanno stabilito che il giovane è morto a causa delle mancate cure dei medici, per grave carenza di cibo e liquidi. Affermano inoltre che lesioni riscontrate post mortem potrebbero essere causa di un pestaggio o di una caduta accidentale e che "né vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva".[15]

Le sentenzePrimo grado

Il 5 giugno 2013 la III Corte d'Assise condanna in primo grado quattro medici dell'ospedale Sandro Pertini a un anno e quattro mesi e il primario a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi.[16][17]

Per i medici, dunque, il reato di abbandono di incapace viene derubricato in omicidio colposo. Il PM aveva chiesto per quest'ultimi (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno) pene tra i cinque anni e mezzo e i 6 anni e 8 mesi. Aveva inoltre sollecitato una pena a quattro anni di reclusione per gli infermieri e due anni per gli agenti penitenziari. Le accuse nei confronti di quest'ultimi erano di lesioni personali e abuso di autorità. Sono stati assolti con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove.[18]

La lettura della sentenza è stata accompagnata da grida di sdegno da parte del pubblico in aula

(Wikipedia)

 
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FRANCO SERANTINI

Post n°6485 pubblicato il 21 Agosto 2014 da odette.teresa1958

L'infanzia

Franco Serantini nasce a Cagliari il 16 Luglio del 1951. Abbandonato al brefotrofio di "Infanzia abbandonata" della sua città natale, deve forse il suo nome e cognome ad un qualche ufficiale di Stato civile o ad un qualche religioso che apprezzava uno scrittore romagnolo autore di romanzi pittoreschi ottocenteschi che all'epoca aveva una certa celebrità, Franco Serantini [1]. Nel brefetrofio vi resta sino al 16 maggio 1953, quando viene dato in affidamento a due coniugi siciliani: Giovanni Ciotta, figlio di braccianti e guardia di pubblica sicurezza che all'epoca lavorava nel capoluogo sardo, e Rosa Alaimo, figlia di un piccolo possidente terriero. I due sono genitori affettuosi col bambino, ma quando alla madre adottiva viene diagnosticato un tumore la famiglia fa rientro al paese natale, Campobello di Licata. Dopo la morte della madre, il piccolo Franco diviene motivo di tensione familiare; Giovanni Ciotta ottiene il trasferimento del bambino a Caltanisetta, vorrebbe che gli fosse concessa l'affiliazione del bambino e fa domanda all'Amministrazione provinciale di Cagliari, a cui Franco ufficialmente era affidato. La richiesta viene però rigettata a causa di un cavillo burocratico. Il bambino vorrebbe essere preso in affidamento anche dai nonni materni (Maria Bruscato e Giovanni Alaimo) ed allora, il 13 dicembre 1955, sentito anche il parere dei fratelli adottivi (Santo e Carmelina), l'Amministrazione affida ufficialmente Franco alla sua nuova famiglia. [2]

Quando Maria Bruscatto si ammala, tenendo conto anche del fatto che Giovanni Alaimo era ormai anziano e i loro figli erano emigrati al Nord o in America, viene chiesto di ricoverare Franco in un nuovo istituto, giacché nessuno della famiglia, pur essendo sinceramente affezionati, poteva più occuparsi di lui. L'Amministrazione provinciale, nell'aprile 1960, ordina che Franco Serantini venga affidato all'Istituto Buon Pastore di Cagliari. [3]

Nel capoluogo sardo frequenta le scuole medie con scarso profitto, viene bocciato in seconda media. È un ragazzo timido, chiuso e taciturno, desideroso di ricevere affetto, cosa che le suore evidentemente non riescono a dargli. A quindici anni il rapporto con le suore è insostenibile, i litigi sono continui e nei primi mesi del 1968 l'Istituto si rivolge al tribunale dei minorenni, esprimendo l'impossibilità ad ospitare ancora Franco Serantini nel loro istituto. Malgrado adducano motivazioni disciplinari, una delle ragioni dell'insofferenza delle suore potrebbe anche essere che a quell'età, all'epoca, le amministrazioni provinciali smettevano di pagare la retta. [4]

 A Pisa: prima il marxismo e poi l'anarchismo

Franco ha diciassette anni, il Tribunale dei minori riconosce che il ragazzo «ha una assoluta carenza affettiva» e che dovrebbe essere aiutato «con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». L'incredibile contraddizione del Tribunale sta nel fatto che per curare questa carenza affettiva, la sentenza emessa dal giudice minorile stabilisce che Franco debba essere rinchiuso in un riformatorio [5].

Franco Serantini durante una manifestazione

Dopo essere stato psicoanalizzato per un mese intero a Firenze, Franco Serantini viene affidato all'istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa, in regime di semilibertà (è bene precisare che Franco Serantini era incensurato). Nella città toscana riprende gli studi, consegue la licenza media alla scuola statale Fibonacci e poi frequenta la scuola di contabilità aziendale. Con l'esplosione della contestazione, Franco si avvicina agli ambienti della sinistra, frequentando prima le sedi delle Federazioni giovanili comunista e socialista e poi quella di Lotta continua (LC). Durante il periodo di questa militanza politica, insieme ad una ventina di ragazzi, Serantini è protagonista dell'esperienza del Mercato rosso, al CEP (quartiere popolare pisano). L'idea del gruppetto è quella di comprare merce ai mercati generali per poi rivenderla a prezzo di costo agli abitanti del quartiere. Il mercato, che si teneva nell'area del piazzale Giovanni XXIII, viene inteso dai giovani militanti di LC come un modo per aiutare la povera gente e, contemporaneamente, per entrare in contatto diretto con loro, invitandola poi a partecipare alle riunioni che Lotta continua teneva ogni domenica pomeriggio.

Il mercato però attira le ira di commercianti, di fascisti e della polizia, mentre il PCI pare più attento a non perdere l'appoggio dei commercianti che a sostenere il gruppo di giovani di cui faceva parte Serantini. Il 16 settembre 1971 la polizia irrompe al CEP, nel tentativo di sgomberare il mercatino abusivo carica violentemente i ragazzi e ne trattiene in stato di fermo alcuni. Finisce in questo modo l'avventura del mercato.

Dopo alcuni litigi con il gruppo dirigente pisano di LC, anche a causa della vicenda del mercato, l'intolleranza di Franco Serantini verso ogni forma di autoritarismo lo spinge su posizioni legate all'anarchismo. Nella seconda metà del 1970 comincia a frequentare la sede del Gruppo anarchico Giuseppe Pinelli, che ha la sede presso la Federazione Anarchica Pisana (aderente ai GIA) in via S. Martino n° 48, dove conosce anziani militanti come Cafiero Ciuti, il prof. Renzo Vanni e altri libertari, giovani e meno giovani, del luogo. Inizia anche a leggere libri anarchici di Kropotkin, Cafiero e Malatesta che gli presta il prof. Vanni. Franco è molto attivo, partecipa a diverse iniziative e quando Renzo Vanni trova il bando di Almirante (un documento controfirmato da Giorgio Almirante che il 17 maggio 1944 imponeva la condanna a morte per i renitenti alla leva.), nel giugno 1971, è lui stesso ad annunciarlo a Luciano Della Mea, antifascista e militante storico della sinistra pisana del quale era divenuto amico tempo prima. Ed è sempre lui che si incarica di farne delle fotocopie.

 La morte

Prima delle elezioni del 7 maggio 1972 si susseguono le iniziative dei vari partiti e movimenti politici. Sono giornate molto animate e "calde". Franco e gli anarchici decidono di partecipare ad una contestazione, indetta a Pisa per il 5 maggio da Lotta Continua, contro un comizio fascista. Durante la protesta antifascista la polizia comincia a caricare pesantemente i militanti della sinistra extraparlamentare che contestavano il comizio, per consentire al fascista Giuseppe Niccolai di portare a termine il suo discorso, causando decine di feriti e procedendo a 20 arresti.

Umanità Nova annuncia la morte di Franco Serantini (n. 17 del 13 maggio 1972)

Franco, dopo essersi inspiegabilmente fermato di fronte ad una carica della polizia, viene raggiunto dai celerini del 2° e 3° plotone della Terza compagnia del I° raggruppamento celere di Roma, picchiato con una ferocia inaudita con i calci dei fucili, pugni e calci e quindi caricato su una camionetta in stato di arresto.

«Erano circa le 20. Io mi trovavo alla finestra di un appartamento[...] in lungArno Gambacorti [...] Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla parte del comune [...] si son fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette dell'Arno [...] sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto un cerchio sopra di lui [...] si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci del fucile. Ad un tratto alcuni celerini [...] sono intervenuti sul gruppo di quelli che picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: Basta, lo ammazzate![...] poi uno che sembrava un graduato [6]è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su [...] lo hanno poi trascinato verso le camionette...» (Testimonianza di Moreno Papini, Lungarno Gambacorti n°12) [7]

Nonostante le condizioni fisiche in cui è stato ridotto dal pestaggio (aveva evidenti ecchimosi in tutto il corpo), viene trattenuto nel carcere Don Bosco ed interrogato dal magistrato Giovanni Sellaroli, al quale rivendica la propria appartenenza al movimento anarchico:

«Ho partecipato alla manifestazione del 5 maggio, sono un anarchico e un antifascista militante, è forse un delitto?» (Ammazzato due volte di Laura Landi)

Completamente abbandonato al suo destino, ritorna nella sua cella nella completa indifferenza di tutt. Di lì a poche ore la morte lo raggiungerà: alle 9.45 del 7 maggio Franco Serantini muore. Il certificato medico del dottor Alberto Mammoli parla genericamente di «emorragia cerebrale». Nel tentativo di nascondere ogni prova dell'omicidio, il pomeriggio dello stesso giorno le autorità carcerarie cercano di ottenere dal comune l'autorizzazione al seppellimento del ragazzo. L'obiettivo è quello di occultare cadavere e prove connesse, ma il tentativo viene respinto da un funzionario dell'ufficio del Comune che riteneva illegale la procedura subdolamente portata avanti.

Intanto, Luciano Della Mea ed il professore Guido Bozzoni, sostenuti dagli avvocati Arnaldo Massei e Giovanni Sorbi, prendono l'iniziativa di costituirsi parte civile e danno vita ad un'intensa campagna di controinformazione. Nei giorni seguenti, in tuta Italia, si terranno numerose manifestazioni di protesta contro la violenza delle forze dell'ordine.

Il 9 maggio 1972 si svolgono i funerali dell'anarchico sardo. Migliaia di persone lo accompagnano in mezzo ad una marea di pugni chiusi e di bandiera nere con la rossa A cerchiata nel mezzo.

 Indagini

Le indagini furono due: la prima contro gli arrestati (tra cui, oltre a Serantini, c'erano 4 studenti greci, di cui uno - Tsolinas Evangelos - fu brutalmente pestato nonostante fosse poliomelitico); la seconda contro ignoti per la morte dell'anarchico. La prima indagine si concluse con il proscioglimento di tutti gli imputati, Serantini fu prosciolto in quanto morto. Egli era stato accusato di oltraggio (avrebbe urlato alle forze di polizia: «Porci!» e «Fascisti»), resistenza e violenza contro le forze dell'ordine. Le brevi indagini non dimostrarono mai se Serantini avesse o meno partecipato agli scontri; sicuramente stava nel cuore degli scontri, ma non vi sono prove se egli abbia o meno effettivamente partecipato al lancio di molotov o sassi contro le forze dell'ordine (anche per gli altri imputati fu impossibile dimostrare la loro effettiva partecipazione agli scontri). Le indagini misero anche in luce che egli si era del tutto inspiegabilmente fermato di fronte alla carica della polizia e per questo fu raggiunto e pestato a morte dalla polizia.

La seconda indagine fu più complessa e si scontrò con i comportamenti omertosi delle forze di polizia e dei medici, degli infermieri e delle autorità del carcere Don Bosco. Ci fu inoltre un tentativo da parte del procuratore generale, Mario Calamari, di trasferire 3 magistrati di Magistratura democratica (l'associazione di sinistra dei magistrati dell'Associazione Nazionale Magistrati) per impedir loro di portare avanti alcune indagini, tra cui quella su Serantini, in cui venivano messe in luce gravi responsabilità ed illegalità delle forze dell'ordine e di uomini dello Stato.

Nel novembre 1972 il medico del carcere Alberto Mammoli ricevette comunque un avviso di procedimento per omicidio colposo, mentre il giudice istruttore Funaioli (uno dei magistrati che Calamari cercò di trasferire) si espresse in favore di un'azione penale contro Albini Amerigo e Lupo Vincenzo, capitano e maresciallo di PS del I° celere di Roma, e la guardia Colantoni Mario, per aver affermato il falso e taciuto «ciò che era a loro conoscenza [...] per assicurare l'impunità agli agenti responsabili dell'omicidio di Franco Serantini».

Nella sentenza depositata nell'aprile 1975 il giudice Nicastro dichiarò «non doversi procedere in ordine al delitto di omicidio preterintenzionale in persona di Serantini Franco per esserne ignoti gli autori». Lupo e Mammoli vennero prosciolti. Albini e Colantoni, condannati per falsa testimonianza a 6 mesi e 10 giorni con la condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziale, furono assolti nel gennaio 1977. Nel marzo dello stesso anno il dottor Mammoli venne ferito alle gambe da militanti di Azione Rivoluzionaria.

Concludendo si può affermare che, nonostante formalmente non si siano trovati gli esecutori materiali dell'omicidio di Franco Serantini, a causa dei tanti "non ricordo" da parte degli uomini appartenenti ai vari apparati dello Stato (polizia, carceri e arte della magistratura), il procedimento ha dimostrato inequivocabilmente le responsabilità delle forze dell'ordine che si accanirono contro il giovane anarchico. Ha inoltre evidenziato la disumanità del magistrato (Sellaroli) che lo interrogò nonostante le varie ecchimosi che gli ricoprivano tutto il corpo (rilevati ufficialmente anche dall'autopsia) e la completa indifferenza di tutto il sistema carcerario di fronte all’agonia di Segantini, che fu ricoverato solo in punto di morte (un ricovero immediato gli avrebbe probabilmente salvato la vita). Ha scritto Corrado Stajano nel suo Il sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Franco Serantini:

«Lo Stato, stupito dalle reazioni dell'opinione pubblica democratica in difesa di un uomo senza valore, un rifiutato sociale privo di ogni forza di scambio politico, si è obiettivaamente confessato colpevole. Lo accusano i suoi comportamenti, i suoi continui e impudenti tentativi di mascherare e di insabbiare le responsabilità e di chiudere un caso che ha assunto un valore di simbolo del rapporto tra cittadino e stato di diritto, fra autoritarismo e libertà».
 
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COME RICCARDO!

Post n°6484 pubblicato il 21 Agosto 2014 da odette.teresa1958

Così è morto Michele Ferulli
Luigi Manconi e Valentina Calderone
Fonte: L'Unità, 11 dicembre 2012
11 dicembre 2012

Michele Ferulli, 51 anni, il 30 giugno 2011 subisce un fermo di polizia sotto la sua abitazione, in via Varsavia a Milano. Ferulli si trovava in compagnia di due amici; e insieme ascoltavano la musica che usciva dallo stereo del loro furgone, chiacchieravano e bevevano birra.

"Erano le 21.30 di una calda serata estiva. I poliziotti intervengono chiamati da qualcuno infastidito dal suono dello stereo e, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni, Ferullli risponde pacatamente alle domande degli agenti e fornisce loro i documenti. In pochi attimi, per ragioni non chiarite, tutto precipita. Michele Ferulli viene immobilizzato, ammanettato e buttato a terra.
I video acquisiti dalla Procura mostrano come Ferulli, inerme, sia stato colpito più volte con calci e pugni. La documentazione videoregistrata acquisita agli atti riguarda tre differenti riprese, disponibili da oggi sul sito Unita.it. La prima di queste è stata effettuata dalla telecamera esterna a una farmacia: nella scena si vede Ferulli accanto al furgone, che parla e ride con gli amici e con uno di loro, poco dopo, accennerà qualche passo di danza.
All'arrivo dei poliziotti la situazione sembra essere tranquilla, Ferulli si avvicina a un cestino per buttare la bottiglia di birra e parla con gli agenti. Uno di questi, negli attimi successivi, dà uno schiaffo a Ferulli senza che dal video se ne capisca il motivo. Poi si vede l'arrivo di una seconda auto pattuglia dalla quale scendono altri due agenti e, poco dopo, tutti gli uomini scompaiono dall'inquadratura. Gli altri due video sono stati girati con dei telefoni cellulari e mostrano la scena successiva, quella delle percosse subite da Michele Ferulli.
Il primo filmato è ripreso dall'alto di un palazzo, e la scena appare poco distinguibile, mentre il secondo è girato dall'interno di una macchina parcheggiata in prossimità del luogo dove è in corso il fermo. Questo è di sicuro il documento più interessante. L'autrice del video è nell'abitacolo con un'altra donna e insieme commentano ciò che vedono.
Le loro parole, tradotte in italiano dal romeno, sono queste: "l'hanno preso per i capelli, non vuole dargli il braccio", "hai visto che cazzotto in bocca?", "guarda come lo picchiano, prima le manette e poi lo hanno massacrato", "ma non gli spezzano i reni? vedi? poverino!", "è morto!", "è morto dici?", "non vedi ha la faccia nera non si muove più". Flebili, e quasi indistinguibili, si sentono le invocazioni di Ferulli: "aiuto, aiuto, basta".
Michele Ferulli muore per arresto cardiaco sull'asfalto, ancora con le manette ai polsi. Il fascicolo aperto per la sua morte ha rischiato di essere archiviato ma l'acquisizione dei video ha fatto ripartire le indagini. Il giudice per l'udienza preliminare ha rinviato a giudizio i quattro poliziotti, riqualificando il reato da cooperazione in omicidio colposo a omicidio preterintenzionale.
E il Gip così scrive nel decreto che dispone il giudizio: gli agenti hanno agito con "negligenza, imprudenza e imperizia, consistente nell'ingaggiare una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento, percuotendo ripetutamente la persona offesa in diverse parti del corpo, pur essendo in evidente superiorità numerica".
Si tratta di una decisione estremamente importante. In vicende simili, quando cioè non sono presenti ferite mortali agli organi vitali, difficilmente viene riconosciuto il nesso di causalità tra l'intervento, violento come in questo caso, degli agenti e la morte del fermato.
Questa volta, invece, il processo partirà dall'ipotesi che gli agenti coinvolti abbiano agito in maniera gravemente sproporzionata e che il loro intervento abbia concorso in maniera diretta a provocare la morte di Ferulli. La prima udienza si è tenuta il 4 dicembre e a partire dal 23 aprile 2013 saranno ascoltati i testimoni. Nel frattempo il giudice deciderà se ammettere le telecamere all'interno dell'aula, com'è stato chiesto dalla figlia e dalla moglie di Ferulli.

 
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