LETTERA A UN "PADRE"

Post n°6483 pubblicato il 21 Agosto 2014 da odette.teresa1958

Tu questa lettera non la leggerai mai,lo so,ma io scrivo lo stesso.

Scrivo perchè in qualche modo devo buttar fuori la rabbia e lo schifo che mi fai.

Di certo tu,arrogante e cinico come sei,ti senti dalla parte della ragione perchè hai difeso tuo figlio,il sangue del tuo sangue,come qualsiasi padre o madre farebbe.Di certo mi tireresti fuori,se ci parlassimo,il solito luogo comune "I figli sono figli" e ti appelleresti al mio essere madre,cercando non dico comprensione ma appoggio.

E' vero,"i figli sono figli".

Era figlia anche quella ragazzina che  quella bestia che chiami figlio ha massacrato,lo sai?

Era figlia di genitori che grazie a a quella bestia che chiami figlio hanno passato l'inferno e oltre,per ANNI hanno sperato che almeno il corpo della loro bambina si trovasse.

Tu SAPEVI. Sapevi e io questo non te lo perdono.

SAPEVI e non solo hai taciuto,SAPEVI e hai messo in moto cielo e terra per insabbiare,depistare,intorbidare. SAPEVI e su quella creatura hai fatto mettere in giro voci infamanti.SAPEVI e hai fatto in modo che quella besti che chiami figlio continuasse a girare libero,a fare paura,a uccidere ancora,bestia sempre più feroce.SAPEVI e non ti è MAI passato per la mente,neanche una volta,di dire la verità.

Ma forse ti attribuisco una coscienza,dei sentimenti che tu non provi,non hai provato nè proverai MAI.

Tu di certo ti senti in pace con la coscienza perchè hai fatto il tuo dovere di padre,ma io te lo dico:le tue mani sono sporche di sangue,quel coltello è come se lo avessi usato Tu

Molto poco cristianamente,ti auguro di marcire all'inferno!

 
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RICCARDO MAGHERINI

Post n°6482 pubblicato il 20 Agosto 2014 da odette.teresa1958

RICCARDO MAGHERINI (3 MARZO 2014)

Riccardo Magherini era un giovane uomo di quarant’anni che amava la vita e amava sorridere. Marito di Rozangela e padre di Brando, un bambino di due anni.
Piccolo imprenditore fiorentino, ed ex giocatore della Fiorentina, abitava nel popolare quartiere di San Frediano a Firenze. Una persona perbene, totalmente integrata nel tessuto sociale della città e del quartiere. Una persona attiva, solare, generosa, che svolgeva le sue attività anche viaggiando e con contatti di amicizia in tutto il mondo.
Riccardo amava ed era amato da tutti.
La notte tra il 2 e il 3 marzo Riccardo è fuori per una cena di lavoro. Dopo cena, nel tragitto verso casa succede qualcosa che lo spaventa, scende dal taxi visibilmente agitato e lascia sull’auto tutti suoi effetti personali: è in preda ad un attacco di panico. Arriva nel suo quartiere - Borgo San Frediano - cercando e gridando AIUTO. Molte persone chiamano allora i carabinieri per segnalare quella che non è altro che la semplice ed accorata richiesta di soccorso di una persona in difficoltà. Una volta giunti sul posto, i carabinieri immobilizzano Riccardo e lo ammanettano tenendolo a terra in posizione prona. Il tutto avviene per strada, davanti a molti testimoni che raccontano di calci sferrati a Riccardo mentre era immobilizzato a terra. Alcune persone si affacciano alla finestra e assistono alla scena filmando il tutto. Si sente Riccardo che grida "aiuto", "mi sparano", "aiuto aiuto sto morendo" qualcuno grida “no i calci no!”. In seguito, nella ricostruzione dei concitati momenti dell'intervento, le lacune non tardano ad evidenziarsi: all’1,21 uno dei militari chiama la centrale operativa spiegando che sono intervenuti su una persona "completamente di fuori, a petto nudo, che urla". All’1,24, il 118 invia una ambulanza. Parte un mezzo dalla vicina sede della Croce Rossa, con tre volontari a bordo. All’1,31 , la centrale operativa dei carabinieri chiama di nuovo il 118 perché si sente la sirena ma l’ambulanza non è ancora arrivata e l’arrestato "fa ancora come un matto". All’1,32, il 118 contatta la sede della Croce Rossa e un minuto più tardi, uno dei volontari chiama il 118, annuncia di essere sul posto e spiega che l’uomo "ha reagito in maniera violenta, gli sono addosso in due per tenerlo fermo e vogliono il medico" e che il medico è necessario per sedare l’arrestato. Si saprà poi che all’arrivo di quella prima ambulanza, Riccardo che giace a terra, è oramai immobile e silenzioso . Condizione, la sua, di cui il volontario non fa cenno, anzi, omette di specificarla alla centrale del 118, che all’1,35 contatta l’automedica . La situazione , invece, si profila immediatamente difficile e viene trascurata fino al tragico epilogo, tanto che l' operatrice scherza, non avendo il minimo sentore del dramma incombente: "Ci vogliono due uomini forti, c’è uno che ha tirato le manette a un carabiniere, freddo non gli prende perché c’ha due carabinieri sopra". Da questa frase, è evidente piuttosto, che almeno due carabinieri continuano a stare sul corpo di Riccardo anche dopo che quest'ultimo ha smesso di urlare e divincolarsi: Riccardo è già morto. E i necessari primi soccorsi di fatto vengono impediti. La famiglia , ha deciso di sporgere denuncia verso i 4 carabinieri per omicidio preterintenzionale e verso gli operatori del 118 per omicidio colposo. I testimoni infatti hanno affermato che per immobilizzare Riccardo i 4 agenti abbiano usato - come si legge nella denuncia sporta dal fratello e dal padre - "un uso della forza non previsto e contemplato nelle tecniche di immobilizzazione delle forze dell’ordine, fra cui: presa e stretta del collo con le mani; calci quantomeno ai fianchi-addome anche nel momento in cui era già steso prono a terra; prolungata pressione di più agenti sul suo corpo, compreso il tronco, in posizione prona sull’asfalto". Inoltre, in attesa dell’ambulanza con il medico, durante l’intervento dei primi sanitari sul posto «non hanno provveduto nemmeno a rimuovere Riccardo da quella posizione (peraltro con l’addome scoperto appoggiato sull’asfalto freddo) né a liberarlo dalle manette, al fine di consentirgli quantomeno una migliore respirazione» i 4 agenti – non trovavano – le chiavi delle manette. E’ importante sottolineare, che nel verbale autoptico redatto dalla procura fiorentina, si esclude che la morte sia stata causata da overdose di cocaina come altresì sostenuto dai legali della difesa, dal momento che nel sangue è stato trovato un quantitativo minimo di coca pari a 0,4 mg.
Un quantitativo irrisorio e lontano nel tempo, non di certo risalente a quella sera, neanche vicino ai 1000-1200 mg indicati come dose letale, ma bensì TREMILA volte inferiore.
L’autopsia indica che le cause principali della morte, sono la disfunzione cardiaca dovuta allo stato di agitazione e stress procurati dalla situazione che stava vivendo Riccardo in quel momento e all'ASFISSIA, che di certo non si è procurato da solo. Sul corpo di Riccardo sono stati inoltre rinvenuti, numerosi segni della violenza subita quella notte, dalla “frattura costale e dello sterno con aspetti di vitalità”, alle varie emorragie interne tra cui quella al fegato in corrispondenza dei calci subiti.
Da subito parte un tentativo organizzato di insabbiamento e depistaggio su quanto accaduto. I 4 agenti coinvolti provvedono ad esporre denuncia contro Riccardo stesso, e a farsi refertare i presunti danni subiti in una presunta colluttazione, Riccardo viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, violenze, furto di un telefonino ( lo aveva preso proprio per chiedere AIUTO). Le persone presenti, che hanno riferito delle percosse e delle vicende che quella notte, hanno condotto alla morte di Riccardo, sono state intimidite e minacciate. Addirittura, si annuncia un processo per direttissima, in cui si omette di comunicare ai testimoni della morte dell’ ”imputato”. Infine, non tutto il materiale audio fornito dal 118 è stato prodotto dalla procura, tant’è che risulta mancante proprio un colloquio telefonico in cui si rileva come i soccorsi siano stati impediti dagli agenti presenti.
E continua, in un seguito grottesco: non soddisfatti del verbale autoptico firmato da tutti i periti, il tossicologo nominato dalla procura Prof. Mari (anch’egli firmatario del verbale!), chiede di essere affiancato per una consulenza tossicologica dalla Prof.ssa Bertol (SUA MOGLIE!!), al fine di sottolineare e avvalorare la tesi della morte provocata dalla assunzione di sostanze stupefacenti. In definitiva, solo per l’azione decisa e ferma della famiglia Magherini, che da subito ha rivendicato il diritto ad una verità che sembrava negata dalle autorità, affiancata dall’avvocato Fabio Anselmo, e sostenuta dalla mobilitazione, cresciuta in città - e non solo - a seguito dell’emergere di elementi che raccontavano una storia totalmente diversa da quella “ufficiale”, hanno impedito che la morte di Riccardo finisse nel troppo lungo elenco di quelle dimenticate e negate.

Oltre alla Commissione per i Diritti Umani del Senato, che ha presentato un’interrogazione parlamentare per denunciare i “comportamenti illegali” dei carabinieri intervenuti quella notte, anche Amnesty International ha indirizzato una lettera aperta al Ministero dell’Interno per chiedere chiarezza sulle indagini svolte dalla Procura di Firenze.

Riccardo muore schiacciato sull’asfalto, “Aiuto, ho un figliolo, basta”. Muore quando il primo 118 arriva senza medico a bordo; muore perché la seconda ambulanza giunge dopo quindici minuti e la manovra di rianimazione è oramai inutile. Muore per la paura, per le percosse, perché non riesce a respirare; muore perché il cuore, in tali condizioni, lotta ma poi cede. Muore di ABUSO, muore di TORTURA, muore di forze dell’ordine che non lo proteggono da quel loro assurdo operato, disumano e senza motivo...muore ammanettato e muore di Stato.

Riccardo ancora attende persino la cremazione, come era sua volontà, e una sepoltura a cura dei suoi cari: il corpo è ancora in una cella frigorifera di medicina legale.
Le indagini sono attualmente in corso, non facciamolo aspettare ancora a lungo

 
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19 OTTOBRE 2015

Post n°6481 pubblicato il 20 Agosto 2014 da odette.teresa1958

19 OTTOBRE 2015:segnatevela questa data.
Quel giorno per aver scontato la pena tornerà libero Luigi Chiatti,l'assassino di Simone e Lorenzo.
Da lettere che il Chiatti ha scritto a un altro detenuto emerge chiaramente che questo essere è ancora pericoloso e ancora fissato coi bambini.
Aspettiamoci,purtroppo,un'altra mattanza!

 
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Per Gerardo De Rosa

Post n°6480 pubblicato il 18 Agosto 2014 da odette.teresa1958

                                    CONOSCO DELLE BARCHE (Brel)

 

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

 
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Il dirottamento dell'Achille Lauro

Post n°6479 pubblicato il 18 Agosto 2014 da odette.teresa1958

l dirottamento dell'Achille Lauro fu un atto terroristico avvenuto nel 1985, con il sequestro da parte di un gruppo di terroristi palestinesi della nave da crociera Achille Lauro, durante il quale fu perpetrato l'omicidio di Leon Klinghoffer, un cittadino americano di origine ebraica.

Indice
Il dirottamento
Exquisite-kfind.pngPer approfondire, vedi Crisi di Sigonella.

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottata da un commando di quattro aderenti al Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP): Bassām al-ʿAskar, Aḥmad Maʿrūf al-Asadī, Yūsuf Mājid al-Mulqī e ʿAbd al-Laṭīf Ibrāhīm Faṭāʾir. A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio. La sera stessa 60 incursori italiani del Col Moschin arrivarono alla base militare di Akrotiri, a Cipro, pronti a intervenire, seguendo un piano sviluppato insieme all'UNIS del COMSUBIN, presenti in fase di pianificazione. Si decise però alla fine la via diplomatica.

Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse, in un primo momento, ad una felice conclusione della vicenda, grazie all'intercessione dell'Egitto, dell'OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa della guerra del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani al-Hassan, un consigliere dello stesso Arafat[1]), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell'immunità.

Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico a causa di un ictus: l'episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L'11 ottobre alcuni caccia statunitensi intercettarono l'aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani al-Hassan (l'altro mediatore dell'OLP) oltre a degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la Naval Air Station Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.

L'allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all'intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i Carabinieri di stanza all'aeroporto si schierarono a difesa dell'aereo contro la Delta Force[2] statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di Carabinieri, fatti giungere da Catania dal Comandante Generale dei Carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l'Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all'aereo sul suolo italiano.

I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattative diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell'OLP.
Alla ripartenza dell'aereo con destinazione Ciampino si unirono al velivolo egiziano un velivolo del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) che era nel frattempo giunto con l'ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l'autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il velivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.[1][3]

Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l'autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un'eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.[1]

Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.[1]

Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l'altro mediatore dell'OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas,[1] il quale venne processato e condannato all'ergastolo in contumacia.

Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.[senza fonte] Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.

Il ritorno in Italia

Dopo aver lasciato Alessandria e aver effettuato uno scalo in Grecia, l'Achille Lauro si diresse verso Napoli, quando la CIA passò un'informazione, forse proveniente dai servizi egiziani, relativa alla possibile presenza di esplosivo su alcune casse caricate ad Alessandria. Pur non potendo verificare la veridicità dell'informazione il SISMI, in accordo con il comandante della nave, decise per precauzione di far gettare in mare alcune casse di cui non era stato possibile far controllare il contenuto

(Wikipedia)

 
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