RACCONTI & OPINIONI

Sciopero generale, per cacciare Berlusconi e difendere i nostri diritti deve diventare il primo passo di una nuova stagione


TRA APPIA NUOVA ED ARCORE CON L'ITALIA IN MEZZO  Ieri nelle stesse ore sono morti bruciati vivi quattro bambini a Roma, mentre ad Arcore si teneva una manifestazione contro Berlusconi finita tra dissociazioni e arresti. L'unica colpa di qualche ragazzotto sprovveduto è stata quella di urlare un po troppo forte, e di indignarsi più del normale in un paese infame e malato. Mentre ad Arcore si protestava a Roma si moriva d'ingiustizia sociale in una delle tante baracche dimenticate. Bambini, dai 3 ai 5 anni, angeli dirà qualcuno, fatalità penserà qualcun'altro sfogliando il giornale questa mattina. La notizia passerà sopra alla pancia in crisi del nostro paese come una goccia di pioggia. Sarebbe stato diverso se a morire fossero stati i nostri figli, quelli vestiti bene, che vanno all'asilo, che non chiedono la carità, che non vivono tra le fogne, che non sentono freddo, una tragedia del genere avrebbe fatto proclamare il lutto nazionale, il paese si sarebbe fermato. Ma così non è, nel paese dei santi e dei poeti gli invisibili fanno notizia illuminandosi, ma la loro luce si dimentica subito come un flash nella notte. Del resto, anche gli operai hanno dovuto illuminarsi a Torino per farci ricordare chi erano i padroni e che morire sul lavoro non è una fatalità ma il frutto di un sistema basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Vi sembrerà strano ma a noi pare che in queste due notizie c'è l'Italia in mezzo, quella disperata ed invisibile che fa parlare di se solo quando brucia vite umane, come accade per i disoccupati in Tunisia o in Algeria, ed un'altra che prova a ribellarsi come può, spesso fornendo carne da macello mediatico in un sistema politico incapace di rigenerarsi. Più vediamo le immagini di Arcore, i silenzi e le dissociazioni, più ci arrabbiamo, non fosse altro perchè la faccia di uno degli arrestati è simile a quella di Aldo Bianzino, e che alla rabbia dei giovani si è risposto con i manganelli. In mezzo a questi due avvenimenti, nelle stesse ore, l'Italia continuava a muoversi, c'era la maggioranza silenziosa del paese che passeggiava, c'era l'Italia che conta e che guardava la TV, quella che pensa e che discute, quella che sceglie che e che giudica, c'era un popolo in crisi nella crisi, un'Italia irresponsabile del suo destino. La delega alla telepolitica serve per questo del resto, fai tu l'Italia migliore, fai tu il miracolo italiano, io posso applaudire o insultarti ma niente di più, spettatore che clicca. Mai il popolo italiano in fin dei conti è stato responsabile del proprio destino, ce la siamo sempre cavata, con qualche repentino pentimento, girando la giacca e cambiando il color della camicia. Mai abbiamo ragionato a fondo del male assoluto che ci portiamo dentro come popolo. Un male che riaffiora oggi, nel razzismo diffuso di quest'epoca, nella sapienza comunicativa degli imprenditori dell'intolleranza, nello scempio della giustizia sociale, nel populismo delle emozioni. Oggi i media daranno ampio risalto a 4 strilli davanti a casa di un premier decadente come l'Italia che porta con se, molto meno parlano del rogo acceso dalla signora ingiustizia sociale che a Roma dimora nella giunta Alemanno. C'è bisogno di una rivoluzione in questo paese, Monicelli aveva ragione, il suo ultimo messaggio è stato un ammonimento di un vecchio saggio ad un popolo con la testa sotto la sabbia. C'è bisogno che il popolo italiano prenda in mano il proprio destino come hanno fatto i nostri vicini in Tunisia ed in Egitto contro i Faraoni, come provano a fare in Grecia contro le banche, coma fanno gli operai di Pomigliano e Mirafiori contro i padroni, o gli studenti in tutta Europa. C'è bisogno di essere tutti quanti deboli, di sentirci deboli, di mettere insieme le nostre debolezze in una nuova forma di cooperazione collettiva. Solo come un movimento di deboli possiamo agire il cambiamento, ma non dobbiamo cambiare un governo, o un leader, dobbiamo cambiare le relazioni sociali, la politica e la partecipazione collettiva. Dobbiamo cambiare la società, si sarebbe detto un tempo. Sentiamo che c'è bisogno di ribaltare la guerra tra poveri e di riprendere la lotta di tutti per tutti, sentiamo che c'è il bisogno di camminare sopra la testa dei re e dei ricattatori, sentiamo che c'è il bisogno di rivoluzione e di mettere sotto sopra le piramidi sociali d'occidente. Potremmo sicuramente sbagliarci, ma è l'unica terapia adeguata contro il male assoluto che ci portiamo dentro da troppo tempo. .  Francesco Piobbichileggi www.controlacrisi.org