È uscito in Italia un libro mitico. Mitico non nel senso giovanilistico di “bello” o “grandioso”, ma di “mitologico” o “mitopoietico”. Un libro che crea adepti, lancia segnali che solo le antenne sensibili degli “avvertiti” possono captare. Sono segnali dal cosmo. Un cosmo popolato da suoni e ronzii, battiti meccanici e pulsazioni sacrali inframmezzati da frammenti di parole in tedesco. A dieci anni dalla prima edizione inglese, l’editore Lain (costola musicale di Fazi) ha tradotto (bravissimo Luca Fusari) il leggendario Krautrocksampler di Julian Cope, il libro che ha riportato in vita il virus della Grande Musica Cosmica rimettendo in circolazione gli dei di un culto dimenticato: Can, Faust, Neu!, Amon Düül, Ash Ra Tempel, Cluster, Tangerine Dream, Popol Vuh, Harmonia. C’è stato un momento, tra il 1969 e il 1975 circa, in cui tutto quanto c’era di eccitante, folle, geniale e rivoluzionario nel campo della musica rock (mai come in questo caso ci si accorge di quanto sia riduttivo questo termine) passava tra Berlino, Monaco, Colonia, Düsseldorf e un pugno di altre ridenti località tedesche. Il Krautrock, nome ironico poi fieramente adottato dai suoi appartenenti come marchio di fabbrica volutamente vago e indefinibile, è il parto musicale di una generazione che, cresciuta all’ombra funerea dei padri nazisti e colonizzata culturalmente dalla musica americana (non dimentichiamoci che i Beatles prima di diventare i Beatles suonavano proprio in Germania, per il pubblico delle basi americane e dei giovani tedeschi dell’ovest assetati di un nuova linfa vitale), voleva ritrovare se stessa. È in una congiuntura storica irripetibile che avviene il miracolo: orde di giovani musicisti, influenzati, oltre che dalle derive più kitsch e sconclusionate del rock piscojazzato di matrice anglosassone, dalla musica del guru dell’avanguardia Karlheinz Stockhausen prendono in mano gli strumenti e mescolano in un calderone ribollente giri blues elementari, dilatazioni psichedeliche, strumenti classici, ritmi folk bavaresi, canti medievali, vocalizzi wagneriani, deliri lisergici alla Jimi Hendrix, percussioni da fabbrica di automobili, musica concreta. Su tutto, una miriade di culti neopagani a fissare per sempre un immaginario fatto di rozzi montaggi industrial-canterini (Faust), divinità ancestrali (l’Egitto degli Ash Ra Tempel), onde cosmiche (Tangerine Dream), autostrade (Kraftwerk e Neu!), cattedrali gotiche abitate da elfi elettrici (Amon Düül), collage biomeccanici su sfondi di catastrofi radioattive (Faust e Cluster), cullanti visioni mistiche (Popol Vuh) comunità multietniche di sballati fanatici di free jazz (un po’ tutti, Can in testa). La straordinaria vena creativa del periodo viene ricostruita da Julian Cope (già leader dei Teardrop Explosions, poi viaggiatore incantato nei mondi della new wave e del rock sperimentale) con un misto incomparabile di passione e precisione. Facciamo così conoscenza delle etichette e dei produttori che hanno favorito (e cavalcato) il boom teutonico (la leggendaria Ohr su tutti). Il libro è anche un romanzo di formazione, in cui si apre davanti a noi il mondo attraverso gli occhi di un musicista che nei primi anni ‘70 era un ragazzino gallese che esplorò un mondo irreale, fatto di visioni, voci e rumori. Il sacro sotto forma di radiazione di fondo tramutata in suoni e sogni. E date un’occhiata alle copertine riprodotte all’interno: delirio nel delirio…
Krautrocksampler: il culto dei crauti cosmici
È uscito in Italia un libro mitico. Mitico non nel senso giovanilistico di “bello” o “grandioso”, ma di “mitologico” o “mitopoietico”. Un libro che crea adepti, lancia segnali che solo le antenne sensibili degli “avvertiti” possono captare. Sono segnali dal cosmo. Un cosmo popolato da suoni e ronzii, battiti meccanici e pulsazioni sacrali inframmezzati da frammenti di parole in tedesco. A dieci anni dalla prima edizione inglese, l’editore Lain (costola musicale di Fazi) ha tradotto (bravissimo Luca Fusari) il leggendario Krautrocksampler di Julian Cope, il libro che ha riportato in vita il virus della Grande Musica Cosmica rimettendo in circolazione gli dei di un culto dimenticato: Can, Faust, Neu!, Amon Düül, Ash Ra Tempel, Cluster, Tangerine Dream, Popol Vuh, Harmonia. C’è stato un momento, tra il 1969 e il 1975 circa, in cui tutto quanto c’era di eccitante, folle, geniale e rivoluzionario nel campo della musica rock (mai come in questo caso ci si accorge di quanto sia riduttivo questo termine) passava tra Berlino, Monaco, Colonia, Düsseldorf e un pugno di altre ridenti località tedesche. Il Krautrock, nome ironico poi fieramente adottato dai suoi appartenenti come marchio di fabbrica volutamente vago e indefinibile, è il parto musicale di una generazione che, cresciuta all’ombra funerea dei padri nazisti e colonizzata culturalmente dalla musica americana (non dimentichiamoci che i Beatles prima di diventare i Beatles suonavano proprio in Germania, per il pubblico delle basi americane e dei giovani tedeschi dell’ovest assetati di un nuova linfa vitale), voleva ritrovare se stessa. È in una congiuntura storica irripetibile che avviene il miracolo: orde di giovani musicisti, influenzati, oltre che dalle derive più kitsch e sconclusionate del rock piscojazzato di matrice anglosassone, dalla musica del guru dell’avanguardia Karlheinz Stockhausen prendono in mano gli strumenti e mescolano in un calderone ribollente giri blues elementari, dilatazioni psichedeliche, strumenti classici, ritmi folk bavaresi, canti medievali, vocalizzi wagneriani, deliri lisergici alla Jimi Hendrix, percussioni da fabbrica di automobili, musica concreta. Su tutto, una miriade di culti neopagani a fissare per sempre un immaginario fatto di rozzi montaggi industrial-canterini (Faust), divinità ancestrali (l’Egitto degli Ash Ra Tempel), onde cosmiche (Tangerine Dream), autostrade (Kraftwerk e Neu!), cattedrali gotiche abitate da elfi elettrici (Amon Düül), collage biomeccanici su sfondi di catastrofi radioattive (Faust e Cluster), cullanti visioni mistiche (Popol Vuh) comunità multietniche di sballati fanatici di free jazz (un po’ tutti, Can in testa). La straordinaria vena creativa del periodo viene ricostruita da Julian Cope (già leader dei Teardrop Explosions, poi viaggiatore incantato nei mondi della new wave e del rock sperimentale) con un misto incomparabile di passione e precisione. Facciamo così conoscenza delle etichette e dei produttori che hanno favorito (e cavalcato) il boom teutonico (la leggendaria Ohr su tutti). Il libro è anche un romanzo di formazione, in cui si apre davanti a noi il mondo attraverso gli occhi di un musicista che nei primi anni ‘70 era un ragazzino gallese che esplorò un mondo irreale, fatto di visioni, voci e rumori. Il sacro sotto forma di radiazione di fondo tramutata in suoni e sogni. E date un’occhiata alle copertine riprodotte all’interno: delirio nel delirio…