Tana del Leprecano

I re di Dogtown


Se con un immenso zoom satellitare caliamo dall’alto dai cieli per scendere giù fino a un angolino tra Los Angeles e l’Oceano Pacifico, un pezzettino di mondo tra la zona sud di Santa Monica, Venice Beach e Ocean Side, se proviamo a scendere a rotta di collo lungo questo canale visivo, ci troviamo a Dogtown. A Dogtown negli anni settanta gli spostati e gli antisociali facevano surf. Ma il problema, con il surf, è che a una certa ora le onde calano e così, per non doversi dedicare a qualche attività più noiosa, tipo imbrattare i muri di graffiti o fregare motociclette, i patiti della tavola dovevano trovarsi qualche altro passatempo. Il passatempo era una tavola con due paia di ruote sotto. Lo skateboard esisteva già da parecchi anni, ma fino a quel periodo si trattava di qualcosa a metà tra il giocattolo per bambini scemi, tipo l’hula hoop o lo yò yo, e la scusa per fare acrobazie ginniche ed equilibrismi. Insomma, lo skateboard era morto. Per capire cosa vuol dire che lo skate era morto bisogna fare un piccolo salto in avanti. 1975. Si svolgono i campionati nazionali di Del Mar. In mezzo a branchi di sfigati che si prodigano in acrobazie circensi (tipo fare la verticale sulla tavola) arriva un manipolo di ragazzi. Hanno la maglietta e le scarpe da ginnastica blu dello Zephyr Team di Dogtown. Sono giovanissimi e sembrano venire da un altro pianeta. Lo skate moderno nasce in quel momento, quando un ragazzino con i capelli biondi e lunghissimi comincia a percorrere la pista di Del Mar tenendo il baricentro basso, da surfista, e ruotando su se stesso a velocità supersonica usando una mano appoggiata al terreno come perno. Lo skate scopre così la sua vocazione. Che non è la terra, ma il cielo. I ragazzi dello Zephyr team (gli Z-Boys) rendono da un giorno all’altro lo skate uno sport ultracool. Loro, un branco di disadattati che vengono da famiglie distrutte e che facevano skate nelle piscine vuote durante l’estate della grande siccità di L.A., improvvisamente vengono pagati per fare quello che più gli piace. Inventare nuove figure, staccarsi da terra, disegnare geometrie impossibili cavalcando una tavola di legno. Da Dogtown al mondo intero, con prime pagine di riviste, sponsor, tour mondiali. Gli Z-boys diventano famosi. Tony Alva, dall’inconfondibile testa piena di riccioli incoronata da una fascia di spugna, il più bravo di tutti, diventa una superstar e crea la sua linea di tavole. Stacey Peralta fa un bel po’ di soldi, diventa regista, vive di rendita. Ma per tutti, per talenti come la fantastica Peggy Oki, Shogo Kubo o Bob Biniak, c’è un frammento di gloria e ricchezza. È la classica storia americana: il talento, gli sponsor, i soldi, il gruppo di amici che si sfascia in una fiammata gloriosa. E come in tutte le storie americane, c’è anche chi nella fiammata si è bruciato. Jay Adams non ha saputo gestire i soldi e la notorietà, ha perso la sua chance, è finito in galera per storie di droga. Era lui il ragazzino che nel ’75 aveva sbancato Del Mar e inventato lo skate moderno. Se Tony Alva è il campione, Jay Adams è il talento puro, il genio di Dogtown. “Dogtown and Z-Boys” è il documentario che Stacey Peralta ha girato nel 2001 e che racconta tutto questo (è uscito anche un film di fiction, Lords of Dogtwon, scritto dallo stesso Peralta, ma dev’essere una stronzata). Alla fine, vedendo le foto in bianco e nero di Jay Adams a tredici anni, con quella faccia che sembra prendere per il culo tutti quelli che non erano lì, in California, tra il ‘74 e il ‘75, a conquistare il mondo, viene un po’ di malinconia. Eppure sembra di sentire ancora l’energia di questi ragazzi con le t-shirt e i capelli lunghi che per un attimo hanno rubato le ali alla città degli angeli e, staccando le ruote dal bordo di una piscina, hanno detto a Sir Isaac Newton che si sbagliava. Che la gravità è solo un’impressione. E che l’unico limite, come sempre, è il cielo.