Scrivo mentre fuori sento rumori di mani misteriose che armeggiano attorno alla finestra. Ho visto le ombre dei lunghi cappucci nella sera, appena illuminati dalla luce di un lampione. Sapevo che non avrei dovuto dar retta al Duffo. Il maligno ha messo lo zampino sulla Tana del Leprecano. Non avremmo dovuto scherzare con i santi. Ora stringo in mano il rosario e prego che Fratel Cosimo mi protegga. Ma scrivo questo messaggio sperando di mettere in guardia altri ignari ricercatori. Tutto è iniziato davanti a un caffè, rigorosamente macchiato, e a un bicchiere di maraschino. Col Duffo il discorso era caduto sui Beati Paoli. Quella misteriosa società segreta che nel ‘600 e nel ‘700 aveva diffuso un regime di terrore in tutta la Sicilia. Si riunivano nelle grotte calcaree che corrono sotto Palermo. Tra loro nobili, alti prelati, semplici assassini. Il loro altare di sangue si trovava forse nella grotta dello Scirocco, dove si incontravano tutti i notabili della setta, incappucciati, col coltello alla mano. E decidevano cosa fare. Quali torti raddrizzare. Come pilotare le vicende politiche della Trinacria. Chi colpire, chi rapire. Chi uccidere. Dei Beati Paoli non esistono testimonianze dirette. Solo accenni. Mezze parole. Impronte a malapena visibili. Ne parlò per primo il Marchese di Villabianca. Divennero celebri in tutta l’isola all’inizio del XX secolo, grazie a Luigi Natoli. Tra il 1909 e il 1910 Natoli pubblicò in appendice al Giornale di Sicilia, sotto lo pseudonimo di William Galt, un feuilleton sulla setta misteriosa. Il romanzo i Beati Paoli si snodò per 239 puntate come un serpente costrittore nel folto della jungla. Fino ad avvolgere il lettore nelle spire del delirio e del crimine. E soffocarne il senno, portandolo alla follia. Io li ho incontrati mentre stavo conducendo una ricerca sulla setta dei Vendicosi, che proteggevano i deboli dai soprusi dei potenti nella Sicilia del XII secolo. Pensavo fosse solo una storia di Mafia. E mi feci portare fuori strada dalle parole di don Tommasino Buscetta, che, durante uno dei processi nei quali fu testimone, disse “La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi (…): abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri”. Fratellanze del male. Legami stretti col sangue degli innocenti. Chiunque abbia sfiorato la leggenda nera ha pagato con la vita. E anch’io mi sono spinto troppo in là. Ho fatto troppe domande in giro. Ho trovato legami tra vecchi fumetti e brandelli di realtà. L’immaginazione e la realtà si confondono. Chi ha ucciso Giuseppe Petrosino? Perché Java sembra sussurrare all’orecchio di Martin Mystere alcune frasi in palermitano stretto? Ho collegato le mezze parole scritte tanti anni fa da un apolide, un certo Paolo Zeder, sui terreni K. Mi sono ricordato di un vecchio sceneggiato televisivo in cui i Beati Paoli facevano la loro nefasta irruzione a scuotere dalle fondamenta la realtà. Dove è finito Garrone? E Precossi? E perché Franti aveva quel lenzuolo in mano? Perché al momento dello sbarco in Sicilia tra i soldati americani c’erano alcuni speleologi? Cosa si nasconde nel sottosuolo della Sicilia? E cosa faceva quell’uomo incappucciato, accanto all’aereo di Enrico Mattei? Sono domande destinate a rimanere senza risposta. Perché li sento arrivare. Sono là fuori. Ho accanto a me, sulla scrivania, due pistole a pietra focaia, cariche. La mia fedele navaja, avuta in dono da Charlie Chan, ha già la lama aperta. Ma so che contro di loro, contro i Beati Paoli, le armi di un solo uomo non saranno sufficienti.
Il ritorno dei Beati Paoli
Scrivo mentre fuori sento rumori di mani misteriose che armeggiano attorno alla finestra. Ho visto le ombre dei lunghi cappucci nella sera, appena illuminati dalla luce di un lampione. Sapevo che non avrei dovuto dar retta al Duffo. Il maligno ha messo lo zampino sulla Tana del Leprecano. Non avremmo dovuto scherzare con i santi. Ora stringo in mano il rosario e prego che Fratel Cosimo mi protegga. Ma scrivo questo messaggio sperando di mettere in guardia altri ignari ricercatori. Tutto è iniziato davanti a un caffè, rigorosamente macchiato, e a un bicchiere di maraschino. Col Duffo il discorso era caduto sui Beati Paoli. Quella misteriosa società segreta che nel ‘600 e nel ‘700 aveva diffuso un regime di terrore in tutta la Sicilia. Si riunivano nelle grotte calcaree che corrono sotto Palermo. Tra loro nobili, alti prelati, semplici assassini. Il loro altare di sangue si trovava forse nella grotta dello Scirocco, dove si incontravano tutti i notabili della setta, incappucciati, col coltello alla mano. E decidevano cosa fare. Quali torti raddrizzare. Come pilotare le vicende politiche della Trinacria. Chi colpire, chi rapire. Chi uccidere. Dei Beati Paoli non esistono testimonianze dirette. Solo accenni. Mezze parole. Impronte a malapena visibili. Ne parlò per primo il Marchese di Villabianca. Divennero celebri in tutta l’isola all’inizio del XX secolo, grazie a Luigi Natoli. Tra il 1909 e il 1910 Natoli pubblicò in appendice al Giornale di Sicilia, sotto lo pseudonimo di William Galt, un feuilleton sulla setta misteriosa. Il romanzo i Beati Paoli si snodò per 239 puntate come un serpente costrittore nel folto della jungla. Fino ad avvolgere il lettore nelle spire del delirio e del crimine. E soffocarne il senno, portandolo alla follia. Io li ho incontrati mentre stavo conducendo una ricerca sulla setta dei Vendicosi, che proteggevano i deboli dai soprusi dei potenti nella Sicilia del XII secolo. Pensavo fosse solo una storia di Mafia. E mi feci portare fuori strada dalle parole di don Tommasino Buscetta, che, durante uno dei processi nei quali fu testimone, disse “La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi (…): abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri”. Fratellanze del male. Legami stretti col sangue degli innocenti. Chiunque abbia sfiorato la leggenda nera ha pagato con la vita. E anch’io mi sono spinto troppo in là. Ho fatto troppe domande in giro. Ho trovato legami tra vecchi fumetti e brandelli di realtà. L’immaginazione e la realtà si confondono. Chi ha ucciso Giuseppe Petrosino? Perché Java sembra sussurrare all’orecchio di Martin Mystere alcune frasi in palermitano stretto? Ho collegato le mezze parole scritte tanti anni fa da un apolide, un certo Paolo Zeder, sui terreni K. Mi sono ricordato di un vecchio sceneggiato televisivo in cui i Beati Paoli facevano la loro nefasta irruzione a scuotere dalle fondamenta la realtà. Dove è finito Garrone? E Precossi? E perché Franti aveva quel lenzuolo in mano? Perché al momento dello sbarco in Sicilia tra i soldati americani c’erano alcuni speleologi? Cosa si nasconde nel sottosuolo della Sicilia? E cosa faceva quell’uomo incappucciato, accanto all’aereo di Enrico Mattei? Sono domande destinate a rimanere senza risposta. Perché li sento arrivare. Sono là fuori. Ho accanto a me, sulla scrivania, due pistole a pietra focaia, cariche. La mia fedele navaja, avuta in dono da Charlie Chan, ha già la lama aperta. Ma so che contro di loro, contro i Beati Paoli, le armi di un solo uomo non saranno sufficienti.