Riccardo Chiaberge scrive sul Sole 24 Ore. È un giornalista, già responsabile delle pagine culturali del Corriere. Il profilo morale del personaggio, insomma, dovrebbe essere chiaro. Ma andiamo avanti. Oggi, il buon Chiaberge scrive un articolo ispirato evidentemente dalla massiccia assunzione di dosi di Polvere D’angelo, il potente allucinogeno che in una vecchia puntata del telefilm Quincy induceva ignari studentelli a volare dal decimo piano in preda a trip devastanti. L’occasione è ghiotta: il passaggio al full color dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore (cioè quell’inserto che permette al lettore abituale del Sole di sentirsi una persona di cultura anche se passa le giornate tra grafici a torta e speculazioni finanziarie). Chiaberge, senza alcun motivo apparente, decide di dire una serie di ovvietà che definire deliranti è poco. Ecco una sintesi del Chiaberge pensiero: Una volta tutto era in bianco e nero, oggi tutto è a colori. Marilyn Monroe era in bianco e nero, così come Fellini e Greta Garbo, le incisioni di Gustave Dorè e il suo (di Chiaberge) libro di storia dell’arte. Oggi invece trionfa quello che lui chiama il “full color”. Chiaberge, insomma, scopre all’alba del nuovo millennio che sono state inventate le riproduzioni a colori. Se vede una polaroid, probabilmente si caga addosso. Un ologramma lo fa cadere in estasi. Un film della Pixar gli procura la morte cerebrale. Una partita ad Asteroids lo porta ad orgasmi multipli. La scoperta di The Sims lo fionderebbe dritto nel culo di Zoroastro. Ma poi si capisce che Chiaberge non è coglione. Finge solo di esserlo. Quando parla di bianco e nero lo fa solo in modo metaforico. Bianco e nero e Full color sono due visioni del mondo. Il Bianco e nero è il simbolo di tutto quello che è antiquato e un po’ squallido. Il Full color è il simbolo della bellezza. Lo so che sembra incredibile, ma Chiaberge dice tutto questo per arrivare a una versione decerebrata del già tristissimo giochetto del “Questo è rock, questo è lento” di celentaniana memoria. Nella categoria del Full color, cioè del figo, del cool, della cultura, Chiaberge, pensatore originale e lontano dalle banalità, ci mette Dante, Leonardo, Mozart e Bob Dylan (per far vedere di essere comunque vicino ai gusti dei giovani, per lui fermi ai Beat e ai capelloni). Nel bianco e nero ci mette Dan Brown, il Quartetto Cetra (ma perché proprio il Quartetto Cetra, poveracci?). E, dulcis in fundo, “Gli Heavy Metal”. Ora, mi piacerebbe sapere che cosa sono questo misteriosi “Gli Heavy Metal”. Quali sono gli Heavy Metal che non gli piacciono? I buoni vecchi Iron Maiden, o il nu Metal dei Korn. Il black metal norvegese o le esplorazioni ipnotiche e ronzanti dei Sunn O))? Lo stoner dei Kyuss o il thrash di Metallica e Slayer? Ma certo Chiaberge non ha tempo per ascoltare “gli heavy metal”, dato che preferisce scrivere, dietro compensi con parecchi zeri, articoli brillanti sul Sole 24 ore mentre ascolta Bob Dylan e si lecca francobolli di acido con sopra il ritratto di Mozart. E la sua faccia appare nello splendore radioso del full color, in quella bella tinta giallo/marroncina che spesso si materializza in fondo ai cessi dopo un’indigestione di prugne. “Il colore della cultura, che non stinge mai”, direbbe lui.
Stronzate in full color
Riccardo Chiaberge scrive sul Sole 24 Ore. È un giornalista, già responsabile delle pagine culturali del Corriere. Il profilo morale del personaggio, insomma, dovrebbe essere chiaro. Ma andiamo avanti. Oggi, il buon Chiaberge scrive un articolo ispirato evidentemente dalla massiccia assunzione di dosi di Polvere D’angelo, il potente allucinogeno che in una vecchia puntata del telefilm Quincy induceva ignari studentelli a volare dal decimo piano in preda a trip devastanti. L’occasione è ghiotta: il passaggio al full color dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore (cioè quell’inserto che permette al lettore abituale del Sole di sentirsi una persona di cultura anche se passa le giornate tra grafici a torta e speculazioni finanziarie). Chiaberge, senza alcun motivo apparente, decide di dire una serie di ovvietà che definire deliranti è poco. Ecco una sintesi del Chiaberge pensiero: Una volta tutto era in bianco e nero, oggi tutto è a colori. Marilyn Monroe era in bianco e nero, così come Fellini e Greta Garbo, le incisioni di Gustave Dorè e il suo (di Chiaberge) libro di storia dell’arte. Oggi invece trionfa quello che lui chiama il “full color”. Chiaberge, insomma, scopre all’alba del nuovo millennio che sono state inventate le riproduzioni a colori. Se vede una polaroid, probabilmente si caga addosso. Un ologramma lo fa cadere in estasi. Un film della Pixar gli procura la morte cerebrale. Una partita ad Asteroids lo porta ad orgasmi multipli. La scoperta di The Sims lo fionderebbe dritto nel culo di Zoroastro. Ma poi si capisce che Chiaberge non è coglione. Finge solo di esserlo. Quando parla di bianco e nero lo fa solo in modo metaforico. Bianco e nero e Full color sono due visioni del mondo. Il Bianco e nero è il simbolo di tutto quello che è antiquato e un po’ squallido. Il Full color è il simbolo della bellezza. Lo so che sembra incredibile, ma Chiaberge dice tutto questo per arrivare a una versione decerebrata del già tristissimo giochetto del “Questo è rock, questo è lento” di celentaniana memoria. Nella categoria del Full color, cioè del figo, del cool, della cultura, Chiaberge, pensatore originale e lontano dalle banalità, ci mette Dante, Leonardo, Mozart e Bob Dylan (per far vedere di essere comunque vicino ai gusti dei giovani, per lui fermi ai Beat e ai capelloni). Nel bianco e nero ci mette Dan Brown, il Quartetto Cetra (ma perché proprio il Quartetto Cetra, poveracci?). E, dulcis in fundo, “Gli Heavy Metal”. Ora, mi piacerebbe sapere che cosa sono questo misteriosi “Gli Heavy Metal”. Quali sono gli Heavy Metal che non gli piacciono? I buoni vecchi Iron Maiden, o il nu Metal dei Korn. Il black metal norvegese o le esplorazioni ipnotiche e ronzanti dei Sunn O))? Lo stoner dei Kyuss o il thrash di Metallica e Slayer? Ma certo Chiaberge non ha tempo per ascoltare “gli heavy metal”, dato che preferisce scrivere, dietro compensi con parecchi zeri, articoli brillanti sul Sole 24 ore mentre ascolta Bob Dylan e si lecca francobolli di acido con sopra il ritratto di Mozart. E la sua faccia appare nello splendore radioso del full color, in quella bella tinta giallo/marroncina che spesso si materializza in fondo ai cessi dopo un’indigestione di prugne. “Il colore della cultura, che non stinge mai”, direbbe lui.