Tana del Leprecano

Ghost in The Shell II: compleanni e automi


Locus Solus è il nome della corporation che fabbrica Ginoidi (vale a dire androidi femmina) nel demenziale seguito di Ghost in The Shell. Il primo film della serie è stabilmente nella top five di qualunque appassionato di animazione giapponese, e tanto per capirci basta dire che le idee del film sono state una delle principali fonti di ispirazione dei fratelli Wachowsky per il loro Matrix. Ghost in the Shell 2, sottotitolato La Guerra dei Cyborg non è lontanamente all’altezza del predecessore. Però, suscitando le ire del Duffo, mi sento di dire che è un’esperienza cinematografica da fare. Il film vale proprio per i suoi difetti. Rendersi conto di essere seduti nel multisala di un cinema all’inizio di agosto e di stare a sentire dei cartoni animati parlare di filosofia per interi quarti d’ora è una sensazione ai limiti dello spaesamento sensoriale. Siamo davanti allo schermo (avevo scritto specchio, lapsus interessante) e due detective che sfoggiano cravattine e giacchette da poliziesco anni ‘80 parlano dei confini tra uomo e macchina. Citano Descartes nel corso dell’autopsia di un ginoide. Incontrano automi con schegge di coscienza. Se il primo Ghost in the Shell girava attorno alla questione dell’anima della macchina (può un cyborg avere un’anima, questione tipica della fantascienza da Dick e da Blade Runner in poi), questo sequel si spinge oltre e si chiede se per caso non sia l’essere umano ad essere una macchina. Ed è il rapporto tra macchina e anima ad animare il dibattito sul meccanicismo nel diciassettesimo secolo. Da Cartesio, appunto, a La Mettrie (il teorico dell’uomo macchina) la questione era quella del rapporto tra anima e corpo. Se togliamo l’anima dal corpo, che cosa rimane? Per Descartes e La Mettrie rimane proprio la macchina (al punto che gli animali, non avendo anima, sono solo automi). Il film di Oshii Mamoru (di cui oggi ricorre il compleanno, perciò auguri) è il primo film per automi. Nel senso che solo un automa può vederlo tutto senza annoiarsi. Ma anche nel senso che solo una creatura artificiale, senz’anima, può vederlo senza deprimersi. È l’effetto che fa un libro di Raymond Roussel intitolato proprio Locus Solus, in cui un gruppo di persone visita la tenuta del bizzarro Cantarel, che cerca di dominare la natura costruendo improbabili marchingegni e meccanismi. Il libro è come il film: un azzeramento di qualsiasi trama e una riflessione sulla scrittura come procedimento automatico. Ma alla fin fine Ghost in The Shell 2 è un film da vedere? Secondo me si (anche Duffo concorda sulla bellezza assoluta di alcune animazioni, ma è comunque una bellezza fredda). Però va visto tenendo in mente il titolo originale, che è Innocence. Un film innocente, come un automa o come uno spettatore che per 100 minuti sta bloccato sulla sedia a farsi bombardare da concetti e immagini. Il cinema è un’arte automatica, l’unica che ci fa stare immobili davanti a una sfilata di creature artificiali e immateriali, fatte di luce e pixel.