Attesi al varco alla prova del secondo disco i Rapture, esponenti di spicco dell’ondata punk funk che con il loro debutto, Echoes, avevano infiammato le platee e i dancefloor di mezzo mondo, superano alla grande il turno. Il nuovo Pieces of People we Love è meno sfavillante di Echoes (che era stato prodotto dai geni della DFA), ma non soffre più della sindrome del fantasma dello zio: quel fenomeno per cui lo spettro di Robert Smith e dei Cure zampettava qua e là nelle canzoni facendo pensare a un plagio. Ora i Rapture suonano in modo meno compresso e costruiscono architetture sonore aperte, meno scure e più percussive. Un pizzico di Talking Heads, una manciata di A Certain Ratio e Gang of Four, aperture di Pop allucinato alla B 52’S: sul punk e sull’elettronica si stampano ceffoni di funk bianco e allegria, con qualche apertura psichedelica strabiliante: sentite il fuzz acido di Calling Me, prodotta da Danger Mouse. Il sax cubista di Gabe Andruzzi duetta a distanza con assoli di chitarra da hard rock cafone degli anni ‘80 (non a caso i Rapture adorano gli Scorpions), la ritmica è sempre potente (la migliore coppia basso-batteria dai tempi degli Stone Roses?) e il cantante Luke Jenner trova uno stile melodico più personale. Sembra di sporgersi dalla terrazza di una casetta avvolta nella nebbia attorno al 1980: il Muro è ancora in piedi, David Byrne sdogana il rock tra gli intellettuali, l’AIDS non si sa ancora cosa sia. Si balla, si scopa, si legge. Le Twin Towers sembrano non dover crollare mai. Musica per una festa che dura tutta la notte.
The Rapture: La seconda volta non si scorda mai
Attesi al varco alla prova del secondo disco i Rapture, esponenti di spicco dell’ondata punk funk che con il loro debutto, Echoes, avevano infiammato le platee e i dancefloor di mezzo mondo, superano alla grande il turno. Il nuovo Pieces of People we Love è meno sfavillante di Echoes (che era stato prodotto dai geni della DFA), ma non soffre più della sindrome del fantasma dello zio: quel fenomeno per cui lo spettro di Robert Smith e dei Cure zampettava qua e là nelle canzoni facendo pensare a un plagio. Ora i Rapture suonano in modo meno compresso e costruiscono architetture sonore aperte, meno scure e più percussive. Un pizzico di Talking Heads, una manciata di A Certain Ratio e Gang of Four, aperture di Pop allucinato alla B 52’S: sul punk e sull’elettronica si stampano ceffoni di funk bianco e allegria, con qualche apertura psichedelica strabiliante: sentite il fuzz acido di Calling Me, prodotta da Danger Mouse. Il sax cubista di Gabe Andruzzi duetta a distanza con assoli di chitarra da hard rock cafone degli anni ‘80 (non a caso i Rapture adorano gli Scorpions), la ritmica è sempre potente (la migliore coppia basso-batteria dai tempi degli Stone Roses?) e il cantante Luke Jenner trova uno stile melodico più personale. Sembra di sporgersi dalla terrazza di una casetta avvolta nella nebbia attorno al 1980: il Muro è ancora in piedi, David Byrne sdogana il rock tra gli intellettuali, l’AIDS non si sa ancora cosa sia. Si balla, si scopa, si legge. Le Twin Towers sembrano non dover crollare mai. Musica per una festa che dura tutta la notte.