Coca, Eroina, Quaalude. Vodka, Metadone, Vino. Sake, Jack Daniel’s, Mescalina. Crack, Champagne, Marijuana. Advil, Seconal, ancora Coca. La rockstar drogata è fuori moda. Kurt Cobain era uno sfigato depresso. Axl Rose pesa un quintale e sembra Hagar il vichingo. Prima di loro, pochissimo prima, a metà degli anni ottanta, ci sono stati quattro ragazzi arrivati a Hollywood dal buco del culo dell’America. Nikki Sixx, sociopatico con tendenze all’autodistruzione. Vince Neill, schiavo dell’alcool, scopatore patologico. Tommy Lee, spilungone superdotato che compensa la timidezza sposando donne meravigliose. Mick Mars, il più tranquillo, convinto della discendenza dell’uomo dagli extraterrestri. Rispettivamente bassista, cantante, batterista e chitarrista dei Mötley Crüe, il gruppo che ha portato l’hard rock al successo negli anni ottanta, prima che arrivassero i Guns ’n’ Roses. Gli alfieri del metal leggero, supertruccato, quello della seconda ondata Glam, tra blues, ballate, chiome improbabili, eyeliner e qualche bel riff di chitarra. I Mötley hanno avuto il merito di riportare alla ribalta un certo immaginario dopo anni di oblio new wave e neo-romantico, quando le tastiere e l’intellettualismo sembravano l’unica via che si potesse seguire. Senza Mötley Crüe niente Guns, forse niente boom dei Metallica, sicuramente niente rock su MTV. Leggendo la biografia dei Mötley, Dirt (che significa polvere, sporcizia, e può alludere sia alla grande quantità di sostanze consumate sia alla vita dissipata dei quattro) ne viene fuori un quadro effettivamente terrificante. Infanzie mostruose (Sixx), malattie degenerative (Mars), arresti per aver provocato la morte di amici (Neill), incapacità di instaurare rapporti normali con l’altro sesso (Lee). E poi la vecchia storia, appena arriva il successo tutti si detestano, interi anni cancellati dalla memoria per la quantità di alcool e droghe ingurgitata. Lutti familiari. Milioni di dollari guadagnati, milioni di dollari bruciati. Dischi splendidi, puttanate incredibili. Urla al diavolo, conversioni improvvise. Viaggi col pusher al seguito. Dio e la provincia americana. Pamela Anderson e ricordi d’infanzia. Poliziotti e playmates. Tenerezza e ferite. Tour infiniti e famiglie esplose. Dietro tutto questo, come il fondale di un circo, il vuoto. Leggendo la loro storia, però, si capisce una cosa. Non è il vuoto delle rockstar ricche. È qualcosa che viene molto prima, e sta in profondità. È quello che tutti noi possiamo trovarci a scrutare, senza preavviso.
Nella polvere
Coca, Eroina, Quaalude. Vodka, Metadone, Vino. Sake, Jack Daniel’s, Mescalina. Crack, Champagne, Marijuana. Advil, Seconal, ancora Coca. La rockstar drogata è fuori moda. Kurt Cobain era uno sfigato depresso. Axl Rose pesa un quintale e sembra Hagar il vichingo. Prima di loro, pochissimo prima, a metà degli anni ottanta, ci sono stati quattro ragazzi arrivati a Hollywood dal buco del culo dell’America. Nikki Sixx, sociopatico con tendenze all’autodistruzione. Vince Neill, schiavo dell’alcool, scopatore patologico. Tommy Lee, spilungone superdotato che compensa la timidezza sposando donne meravigliose. Mick Mars, il più tranquillo, convinto della discendenza dell’uomo dagli extraterrestri. Rispettivamente bassista, cantante, batterista e chitarrista dei Mötley Crüe, il gruppo che ha portato l’hard rock al successo negli anni ottanta, prima che arrivassero i Guns ’n’ Roses. Gli alfieri del metal leggero, supertruccato, quello della seconda ondata Glam, tra blues, ballate, chiome improbabili, eyeliner e qualche bel riff di chitarra. I Mötley hanno avuto il merito di riportare alla ribalta un certo immaginario dopo anni di oblio new wave e neo-romantico, quando le tastiere e l’intellettualismo sembravano l’unica via che si potesse seguire. Senza Mötley Crüe niente Guns, forse niente boom dei Metallica, sicuramente niente rock su MTV. Leggendo la biografia dei Mötley, Dirt (che significa polvere, sporcizia, e può alludere sia alla grande quantità di sostanze consumate sia alla vita dissipata dei quattro) ne viene fuori un quadro effettivamente terrificante. Infanzie mostruose (Sixx), malattie degenerative (Mars), arresti per aver provocato la morte di amici (Neill), incapacità di instaurare rapporti normali con l’altro sesso (Lee). E poi la vecchia storia, appena arriva il successo tutti si detestano, interi anni cancellati dalla memoria per la quantità di alcool e droghe ingurgitata. Lutti familiari. Milioni di dollari guadagnati, milioni di dollari bruciati. Dischi splendidi, puttanate incredibili. Urla al diavolo, conversioni improvvise. Viaggi col pusher al seguito. Dio e la provincia americana. Pamela Anderson e ricordi d’infanzia. Poliziotti e playmates. Tenerezza e ferite. Tour infiniti e famiglie esplose. Dietro tutto questo, come il fondale di un circo, il vuoto. Leggendo la loro storia, però, si capisce una cosa. Non è il vuoto delle rockstar ricche. È qualcosa che viene molto prima, e sta in profondità. È quello che tutti noi possiamo trovarci a scrutare, senza preavviso.