Cosa sarebbe il cinema italiano senza battute? O meglio, senza battutari? Perché se ripensiamo alle battute che hanno fatto grande il nostro cinema (non solo quello comico o di genere), non siamo in grado di separare le parole dalla voce e dal volto di chi le ha pronunciate. Se diciamo “A chiappè, su sta fava nun se scureggia”, dobbiamo dirlo cercando di essere Tomas Milian in Squadra Antiscippo; se pensiamo a “Al cuore, Ramon, al cuore”, improvvisamente vediamo materializzarsi davanti a noi la sagoma di Clint Eastwood vestito col poncho e con sigaro in bocca. Il più recente “Lo famo strano” lo pronunciamo come il Verdone coatto alla sua Ggessica. Perciò ben venga il bel libro di Marco Giusti (come direbbe Mollica) che raccoglie, organizzandole in categorie tematiche, alcune delle migliori battute del cinema stracult. E il cinema italiano è per definizione stracult, cioè paraculo, incapace di essere troppo serio, sopra le righe, sempre troppo, eccessivo, massimalista, e questo accomuna Attila Flagello di Dio e il suo acrostico (A, come atrocità, doppia T, come terremoto e tragedia, ecc.) ai silenzi di Antonioni. Così vediamo sfilare personaggi che hanno fatto la storia e la gloria del cinema di casa nostra, da Lino Banfi a Franco e Ciccio, da Bombolo ad Alvaro Vitali, dal giallo al decamerotico, passando per perle come “- Sei molto oscuro – Non sarei il gran sacerdote, allora” tratta da Arrivano i Titani e le varie Supercazzole di Tognazzi (per non parlare dei film di Fellini). In categorie che vanno da “Rumori di fondo” a “Voi scopa’, se po’ fa’”; da “Spaghetti western” a “Doppi sensi”; da “Film di paura” a “L’arte dell’insulto”, il lettore ha a disposizione un comodo prontuario per sfoderare un fascino da battutaro quando, al sesto Martini, la conversazione scivola lentamente da Schopenauer agli Squallor. Il titolo di questo galateo per l’uomo e la donna moderni? Dalla Supercazzola al Cane di Mustafà (edito da Frassinelli).
Galateo per il mondo moderno
Cosa sarebbe il cinema italiano senza battute? O meglio, senza battutari? Perché se ripensiamo alle battute che hanno fatto grande il nostro cinema (non solo quello comico o di genere), non siamo in grado di separare le parole dalla voce e dal volto di chi le ha pronunciate. Se diciamo “A chiappè, su sta fava nun se scureggia”, dobbiamo dirlo cercando di essere Tomas Milian in Squadra Antiscippo; se pensiamo a “Al cuore, Ramon, al cuore”, improvvisamente vediamo materializzarsi davanti a noi la sagoma di Clint Eastwood vestito col poncho e con sigaro in bocca. Il più recente “Lo famo strano” lo pronunciamo come il Verdone coatto alla sua Ggessica. Perciò ben venga il bel libro di Marco Giusti (come direbbe Mollica) che raccoglie, organizzandole in categorie tematiche, alcune delle migliori battute del cinema stracult. E il cinema italiano è per definizione stracult, cioè paraculo, incapace di essere troppo serio, sopra le righe, sempre troppo, eccessivo, massimalista, e questo accomuna Attila Flagello di Dio e il suo acrostico (A, come atrocità, doppia T, come terremoto e tragedia, ecc.) ai silenzi di Antonioni. Così vediamo sfilare personaggi che hanno fatto la storia e la gloria del cinema di casa nostra, da Lino Banfi a Franco e Ciccio, da Bombolo ad Alvaro Vitali, dal giallo al decamerotico, passando per perle come “- Sei molto oscuro – Non sarei il gran sacerdote, allora” tratta da Arrivano i Titani e le varie Supercazzole di Tognazzi (per non parlare dei film di Fellini). In categorie che vanno da “Rumori di fondo” a “Voi scopa’, se po’ fa’”; da “Spaghetti western” a “Doppi sensi”; da “Film di paura” a “L’arte dell’insulto”, il lettore ha a disposizione un comodo prontuario per sfoderare un fascino da battutaro quando, al sesto Martini, la conversazione scivola lentamente da Schopenauer agli Squallor. Il titolo di questo galateo per l’uomo e la donna moderni? Dalla Supercazzola al Cane di Mustafà (edito da Frassinelli).