Tana del Leprecano

Elbicho. Flamenco in salsa rock


A colpire per prima cosa è la copertina. Una divinità indiana, azzurra e a seno nudo, si contorce tra le stelle muovendo le sei braccia in un sensuale flamenco cosmico. Indossa una gonna spagnola e un copricapo da ballerina. Nelle mani un ventaglio andaluso, delle nacchere, una maraca spaiata e una percussione che dovrebbe essere asiatica. Un’altra mano si allunga nell’aria, sull’avambracccio un tatuaggio tribale. L’ultima mano, vuota, ha al polso un bracciale borchiato, di quelli che nemmeno i metallari più tamarri mettono più. I capelli neri tracciano nel cosmo scie di cometa. Una copertina kitsch da far paura. Ma anche una delle cover più azzeccate degli ultimi anni. Perché quel disegno ci dice tutto di loro. “Loro” sono gli Elbicho, vulcanici e imprevedibili assaltatori del movimento del neoflamenco. Assieme a nomi che da noi dicono poco, come Diego El Cigala ed Enrique Morente, gli Elbicho sono tra gli alfieri di un movimento che può portar fuori la musica andalusa dal vicolo cieco della tradizione e del folclore. Forse il flamenco è anche questo. Ma gli Elbicho sono qualcosa di molto diverso. Immaginate un gruppo di irsuti headbanger vestiti da zingari. Immaginate un sitar che disegna sinuose melodie per aprire i balli. Immaginate la classica chitarra spagnola mescolata a scansioni ritmiche impossibili quasi da free jazz. Immaginate la voce lamentosa di un cantaor andaluso su un batteria pesantissima, da doom metal. Immaginate una lunga suite in cui il flamenco incontra le chitarre elettriche e il flauto di un gruppo di progressive inglese o italiano degli anni settanta su un tappeto volante fatto di cambi di ritmo da gruppo thrash della bay area. Gli Elbicho ricordano la geniale anarchia dei Mars Volta, orchestrata da musicisti dotati di una tecnica e di una precisione sopraffina. Ne esce, con questo loro secondo album, Elbicho II, un cocktail di energia e potenza, un crocevia di suoni e sogni antichissimi che dall’Arabia passano alla Spagna, lasciando riecheggiare le lontane radici dei suoni modali dell’India. Il tutto suonato da gente assolutamente scoppiata che sogna probabilmente lotte psichedeliche tra divinità andaluse e guerrieri elettrici con corazze di metallo nello spazio profondo.