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    <title>Grammatica</title>
    <subtitle>Grammatica... una regola al giorno</subtitle>
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        <title type="text">LE INTERIEZIONI</title>
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        <published>2011-05-03T19:44:06+02:00</published>
        <updated>2011-05-03T19:44:06+02:00</updated>
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        <content type="html">&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/litterator/getmedia.php?Hre.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F051%3C3510-k0511k%25iaed-ogzpvpctea%7Cli%3B-35%27z%05kgonmghom-%3FL&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;Quando parliamo, chi pi&amp;ugrave; chi meno, gesticoliamo. Le interiezioni, dette anche esclamazioni, sono quelle espressioni vivaci che noi inseriamo (in latino inter&amp;igrave;cere, &amp;ldquo;gettare in mezzo&amp;rdquo;) nelle altre parti del discorso, s&amp;rsquo;intende quando proprio ci sembra necessario. Anzi diciamo subito che, come una persona beneducata (non ben educata!) gesticola con moderazione, cos&amp;igrave; anche alle esclamazioni si deve ricorrere con attenta parsimonia. Se cerchiamo nelle pagine dei buoni scrittori, vedremo che le interiezioni non abbondano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ogni tanto, s&amp;igrave;, quando la narrazione &amp;egrave; pi&amp;ugrave; colorita o appassionata, quando si riferiscono espressioni con la viva voce dei personaggi di una narrazione, allora quale adatta interiezione suona opportuna.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Eh! le schioppettate non si danno via come confetti&amp;hellip;, dice Perpetua nei Promessi sposi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ah birboni! ah furfantoni!  E&amp;rsquo; questo il pane che date alla povera gente? Ahi! Ahim&amp;egrave;! Ohi! Ora, ora!, sono voci del popolo durante il tumulto descritto dal Manzoni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sempre dal romanzo del Manzoni:  Ohib&amp;ograve;, vergogna!  Oh, che imbroglio!  Ah! no, Renzo, per l&amp;rsquo;amor del cielo!  Ah! se potessi&amp;hellip;  Ih! buon per te, che ho le mani impicciate&amp;hellip;  Ahi! ahi! ahi!, grida il tormentato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Esclamazioni per esprimere svariati stati d&amp;rsquo;animo, molteplici sensazioni, d&amp;rsquo;ira, di meraviglia, d&amp;rsquo;impazienza, di disgusto, di dubbio, di paura, di preghiera, eccetera.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non sono interiezioni le cosiddette &amp;ldquo;voci onomatopeiche&amp;rdquo;, cio&amp;egrave; quelle parole che vogliono riprodurre suoni, come versi di animali:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;il &amp;ldquo;miao&amp;rdquo; del gatto, il &amp;ldquo;muu&amp;rdquo; dei bovini, il &amp;ldquo;b&amp;egrave;ee&amp;rdquo; delle pecore, il &amp;ldquo;bau bau&amp;rdquo; del cane, eccetera; o altri rumori, come il &amp;ldquo;din don&amp;rdquo; della campana, il &amp;ldquo;tic tac&amp;rdquo; dell&amp;rsquo;orologio, il &amp;ldquo;bum&amp;rdquo; di uno scoppio, eccetera.&amp;nbsp;Tuttavia, per una certa affinit&amp;agrave; esteriore, spesso si considerano insieme con le interiezioni.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Interiezioni con l&amp;rsquo;acca:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Avrete visto, tra le interiezioni degli esempi ora letti, che molte avevano, o nel mezzo o nel finale, la lettera H. In questa lettera non si ha, in italiano, nessun suono proprio e, a essa, si fa ricorso pi&amp;ugrave; che altro come segno grafico:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Veh:  altro non sarebbe che la forma verbale &amp;ldquo;vedi&amp;rdquo;, che per troncamento diventa &amp;ldquo;v&amp;egrave;&amp;rdquo;, ma quando assume funzione esclamativa di minaccia, talvolta anche bonaria, allora vuole l&amp;rsquo;h e naturalmente si sbarazza dell&amp;rsquo;apostrofo:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Guarda, veh, di esser buono.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Toh: in origine, imperativo del verbo togliere: to&amp;rsquo;; ma con l&amp;rsquo;h &amp;egrave; vivace esclamazione di meraviglia:  Toh! Codesta poi non me l&amp;rsquo;aspettavo!  Nella forma verbale to&amp;rsquo; ha valore piuttosto di richiamo:  To&amp;rsquo;, prendi questo e fila via!  Anche le altre interiezioni con l&amp;rsquo;h sono adattamenti a uso esclamativo di normali parti del discorso:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;oh:    sfumatura pi&amp;ugrave; vigorosa di quel semplice &amp;ldquo; o &amp;ldquo; che si usa per rafforzare il          vocativo;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;beh:   da be&amp;rsquo;, troncamento dell&amp;rsquo;avverbio &amp;ldquo; bene &amp;ldquo;;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;mah:  dalla congiunzione &amp;ldquo; ma &amp;ldquo;;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;deh:   forse dal latini &amp;ldquo; deus &amp;ldquo;, dio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Oppure si tratta di suono sorti spontaneamente per la pronuncia pi&amp;ugrave; marcata di una vocale isolata o in gruppo con le altre lettere:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;ah, eh, ih, uh, ahi, ehi, ohi, uhi, oh&amp;egrave;, ehm, eccetera.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poich&amp;eacute; nelle interiezioni:  ahi, ehi, ohi, uhi, oh&amp;egrave;, eccetera, quell&amp;rsquo;h intermedia sembra inutile, qualcuno pensa che si potrebbe anche togliere, tuttavia (non tutta via!) si &amp;egrave; preferito lasciarla per distinguere &amp;ldquo; ahi &amp;ldquo; da &amp;ldquo; ai &amp;ldquo; preposizione articolata ed &amp;ldquo; ehi &amp;ldquo; da  &amp;ldquo; ei &amp;ldquo; ( = egli), e quindi per simpatia anche nelle altre che non hanno omonimi con cui potrebbero confondersi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando &amp;ldquo; ahi &amp;ldquo; e &amp;ldquo; ohi &amp;ldquo; si uniscono con il pronome personale &amp;ldquo; me &amp;ldquo; in unico vocabolo, c&amp;rsquo;&amp;egrave; chi scrive &amp;ldquo; aim&amp;egrave; &amp;ldquo;, &amp;ldquo; oim&amp;egrave; &amp;ldquo; (e anche oib&amp;ograve;), eliminando l&amp;rsquo;h, come &amp;egrave; normale che avvenga in &amp;ldquo; ol&amp;agrave; &amp;ldquo; (= oh + l&amp;agrave;), dove l&amp;rsquo;h non potrebbe restare davanti alla consonante &quot;elle&quot;. Ci pare tuttavia una inutile complicazione; &amp;egrave; pi&amp;ugrave; semplice attenersi alle forme:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;ahim&amp;egrave;, ahib&amp;ograve;, ohim&amp;egrave;,  che sono quelle pi&amp;ugrave; diffuse e oramai tradizionalmente consolidate.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Osservazioni su &amp;ldquo; Ciao! &amp;ldquo;:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tra le interiezioni gi&amp;agrave; spiegate precedentemente metteremmo anche il comunissimo &quot;ciao!&quot;. In origine formula di saluto dialettale diffusa soltanto nell&amp;rsquo;Italia settentrionale; ma, in questo ultimo mezzo secolo essa si &amp;egrave; imposta quasi vivace e solitamente gioiosa esclamazione in tutta Italia e, in questi ultimi tempi, persino all&amp;rsquo;estero (dove sono relativamente poche, in confronto con le anglosassoni e le francesi, le parole italiane entrate nel gergo popolare). Oggi da noi il &amp;ldquo;ciao&amp;ldquo; &amp;egrave; la forma di saluto pi&amp;ugrave; confidenziale, assai pi&amp;ugrave; del classico &amp;ldquo;salve&amp;rdquo; ( = sta bene, cio&amp;egrave; &amp;ldquo;salute&amp;rdquo;), dello &amp;rdquo;arrivederci&amp;rdquo;, e dei diffusi &amp;ldquo;buon giorno&amp;rdquo; (si scrive anche tutto unito, buongiorno o anche bongiorno), &amp;ldquo;buona sera&amp;rdquo;, &amp;ldquo;buona notte&amp;rdquo; (o buonasera e bonasera, buonanotte e bonanotte), eccetera.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Eppure in origine la strana paroletta era una deferente espressione di ossequio. &quot;Ciao&quot; &amp;egrave; infatti l&amp;rsquo;italianizzazione di &amp;ldquo; s&amp;rsquo;ciao &amp;ldquo;: trasformazione dialettale veneziana di &quot;schiavo&quot; (vocabolo venuto a sua volta da &amp;ldquo; slavo &amp;ldquo; perch&amp;eacute; i servi erano spesso reclutati tra i prigionieri di guerra slavi). Qualche secolo fa sembrava corretto porgere i propri ossequi, anche nelle comunicazioni epistolari, con l&amp;rsquo;esagerata espressione: &quot;servo vostro&quot;, &quot;schiavo suo&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Perci&amp;ograve; dicendo &amp;ldquo; ciao &amp;ldquo;, cio&amp;egrave; propriamente &amp;ldquo;sono vostro schiavo&amp;rdquo;, si esternava con grande umilt&amp;agrave; e deferenza il proprio ossequio. Oggi invece &amp;egrave; diventato un saluto prettamente confidenziale.&lt;/p&gt;</content>
        <category term="Interiezioni Ah! Ohi! Ahimè!" scheme="http://blog.libero.it/litterator/" label="Interiezioni Ah! Ohi! Ahimè!"/>
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        <title type="text">L’IMPORTANZA DEGLI ACCENTI</title>
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        <published>2011-05-03T19:05:12+02:00</published>
        <updated>2011-05-03T19:05:12+02:00</updated>
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        <content type="html">&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/litterator/getmedia.php?Acl%26ogmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F74383510-k0511k%25iaed-ogzpvpctea%7Cli%3B-35%27z%05kgonmghom-%3FQ&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;Quando si segnano e quando no.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Qualunque parola noi proferiamo, la voce posa su una vocale. Questa vocale su cui posa la voce pu&amp;ograve; stare in fondo al vocabolo, cio&amp;egrave; nell&amp;rsquo;ultima sillaba (libert&amp;agrave;, virt&amp;ugrave;, amor); pu&amp;ograve; essere nella penultima sillaba, come nella maggior parte dei vocaboli italiani (camm&amp;egrave;llo, cav&amp;agrave;llo, fi&amp;ograve;re, v&amp;igrave;ta); oppure nella terzultima (non terz&amp;rsquo;ultima!) (an&amp;igrave;ma, s&amp;igrave;mbolo, &amp;ograve;ttimo), o anche pi&amp;ugrave; indietro (non in dietro!) (ci&amp;ograve; avviene per&amp;ograve; raramente), nella quartultima sillaba, come nelle voci verbali &amp;ldquo;c&amp;egrave;lebrano, significano, &amp;ograve;ccupano&amp;rdquo;, o in certe composizioni di verbo e pronome, citiamo qui come esempi di vocaboli accentati nella quartultima sillaba: dom&amp;agrave;ndaglielo, part&amp;egrave;ndosene, riscald&amp;agrave;ndoselo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si definiscono:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&quot;tronchi&quot; &amp;nbsp;quei vocaboli che hanno l&amp;rsquo;accento  sulla ultima        sillaba,&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&quot;piani&quot; ----- penultima,&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&quot;sdruccioli&quot; ----- terzultima,&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&quot;bisdruccioli&quot; ----- quartultima.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La sillaba sulla quale posa l&amp;rsquo;accento si dice &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;t&amp;ograve;nica&lt;/span&gt;, mentre quelle sulle quali l&amp;rsquo;accento non posa sono dette&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt; &amp;agrave;tone&lt;/span&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Avrete notato, negli esempi, come del resto quotidianamente, quando leggete o scrivete, che il segno dell&amp;rsquo;accento, che pur sarebbe utile per non sbagliare nella pronuncia, non si sta l&amp;igrave; sempre a scriverlo: si mette appena in certi casi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Negli esempi, avete visto che c&amp;rsquo;era soltanto nei nomi &amp;ldquo;libert&amp;agrave; e virt&amp;ugrave;&amp;rdquo;, cio&amp;egrave; in due vocaboli tronchi (non in &amp;ldquo;amor&amp;rdquo;, pur essendo anch&amp;rsquo;esso un vocabolo tronco, ma qui la vocale non era l&amp;rsquo;ultima lettera: dopo l&amp;rsquo;o c&amp;rsquo;era una r).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Possiamo dunque stabilire che si segna l&amp;rsquo;accento sulla vocale di una parola tronca quando questa vocale &amp;egrave; l&amp;rsquo;ultima lettera:  libert&amp;agrave;, virt&amp;ugrave;, mezzod&amp;igrave;, caff&amp;egrave;, arriv&amp;ograve;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Badate che l&amp;rsquo;obbligo di segnare l&amp;rsquo;accento su tutte le parole tronche non ha eccezioni. Ci&amp;ograve;, bisogna dire soprattutto (non sopratutto!) a quei &amp;ldquo;distratti&amp;rdquo; che non mettono l&amp;rsquo;accento sulle parole tronche quando esse siano composte, e l&amp;rsquo;ultimo componente sia monosillabo che non vuole l&amp;rsquo;accento. E&amp;rsquo; un errore da biasimare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si ricordi: anche se &amp;ldquo;tre&amp;rdquo; non vuole l&amp;rsquo;accento, lo vogliono tutti i suoi composti; perci&amp;ograve;:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;ventitr&amp;eacute;&amp;rdquo;, trentatr&amp;eacute;, eccetera;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;anche se &amp;ldquo;blu&amp;rdquo; non vuole l&amp;rsquo;accento, lo vogliono tutti i suoi composti: &amp;ldquo;rossobl&amp;ugrave;&amp;rdquo;, giallobl&amp;ugrave;, eccetera;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;re&amp;rdquo; non vuole l&amp;rsquo;accento, ma lo vuole &amp;ldquo;vicer&amp;eacute;&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Come abbiamo visto, i vocaboli formati di una sola sillaba (cio&amp;egrave; i &amp;ldquo;monosillabi&amp;rdquo;), come &amp;ldquo;re&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Po&amp;rdquo;, &amp;ldquo;tu&amp;rdquo;, &amp;ldquo;ma&amp;rdquo;, &amp;ldquo;li&amp;rdquo;, non vogliono l&amp;rsquo;accento, perch&amp;eacute; tanto non si potrebbe sbagliare, essendoci una sillaba sola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tuttavia si ricorre al segno dell&amp;rsquo;accento quando due monosillabi che si scrivono nello stesso modo hanno significati differenti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per esempio:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;di&amp;rdquo; preposizione (la casa di mio zio) si scrive senza l&amp;rsquo;accento, invece quando significa giorno (restammo in casa d&amp;igrave; e notte) si mette l&amp;rsquo;accento.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per uso di pratica consultazione diamo qui sotto un duplice elenco di monosillabi, distinguendo quando l&amp;rsquo;accento si deve e quando non si deve assolutamente segnare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;SENZA ACCENTOCON ACCENTO&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da  (preposizione); d&amp;agrave; (voce del verbo dare);&amp;nbsp;Vengo da casa.      Nessuno mi d&amp;agrave; retta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Di   (preposizione); &amp;nbsp;d&amp;igrave;  (nome giorno): Citt&amp;agrave; di Roma.      Attesi tutto il d&amp;igrave;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La   (articolo); l&amp;agrave;  (avverbio di luogo):        Aprimmo la finestra.      Aspettami l&amp;agrave;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Li    (pronome):l&amp;igrave;  (avverbio di luogo):        Invano li aspettai.      Giaceva l&amp;igrave; sul tappeto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Te    (pronome):   t&amp;egrave;  (nome di &amp;ldquo;bevanda&amp;rdquo;):        Aspettavamo solo te.     La padrona offerse il t&amp;egrave;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si    (pronome):   s&amp;igrave;  (avverbio di affermazione):        Il poveretto si uccise.         Tutti risposero s&amp;igrave;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ne  (pronome):   n&amp;eacute;  (negazione):       Ne vennero alcuni.          N&amp;eacute; uomini n&amp;eacute; donne. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Che (pronome o congiunzione):   ch&amp;eacute; (congiunzione: perch&amp;eacute;):        Can che abbaia non morde.          Si sedette, ch&amp;eacute; era stanco.        So che non puoi venire.          Pallida, ch&amp;eacute; era malata.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E (congiunzione):    &amp;egrave;    (voce del verbo essere):        Gli uni e gli altri.      Il padrone &amp;egrave; assente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se  (congiunzione):s&amp;eacute;  (pronome):       Non so se verr&amp;ograve;.      Faceva tutto da s&amp;eacute;.    Acuto e grave.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Che differenza c&amp;rsquo;&amp;egrave; tra l&amp;rsquo;accento con la punta in basso verso sinistra  (&amp;eacute;) acuto, e quello con la punta in basso verso destra? (&amp;egrave;), grave?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;bull;L&amp;rsquo;accento acuto sulle vocali &amp;ldquo;e&amp;rdquo; e &amp;ldquo;o&amp;rdquo; indica il suono stretto o chiuso;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;bull;L&amp;rsquo;accento grave sulle vocali &amp;ldquo;e&amp;rdquo; e &amp;ldquo;o&amp;rdquo; indica il suono largo o aperto: perch&amp;eacute;, vicer&amp;eacute;, succed&amp;eacute;, trentatr&amp;eacute;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il suono largo, da segnare con l&amp;rsquo;accento grave, soltanto in &amp;ldquo;&amp;egrave;&amp;rdquo; (voce del verbo essere, e quindi anche in cio&amp;egrave;), in pochi nomi tronchi di origine straniera:  t&amp;egrave;, caff&amp;egrave;, canap&amp;egrave;, lacch&amp;egrave;, narghil&amp;egrave;;  e in alcuni nomi propri come:   Mos&amp;egrave;, Giosu&amp;egrave;, Averro&amp;egrave;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La &amp;ldquo;o&amp;rdquo; finale ha invece normalmente suono aperto (accento grave):  ohib&amp;ograve;, am&amp;ograve;, fal&amp;ograve;, com&amp;ograve;, verr&amp;ograve;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E&amp;rsquo; giusto usare sempre l&amp;rsquo;accento grave per la vocale &amp;ldquo;a&amp;rdquo;, il cui suono &amp;egrave; sempre largo: citt&amp;agrave;, l&amp;agrave;, c&amp;agrave;pita.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sulla &amp;ldquo;i&amp;rdquo; e sulla &amp;ldquo;u&amp;rdquo;, poich&amp;eacute; il loro suono &amp;egrave; sempre stretto, ci sembra meglio ricorrere all&amp;rsquo;accento acuto; ma nella pratica molti preferiscono l&amp;rsquo;accento grave.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da segnalare ad esempio che &amp;ldquo;l&amp;rsquo;accetta&amp;rdquo; (cio&amp;egrave; la scure del boscaiolo) ha suono diverso di &amp;ldquo;accetta&amp;rdquo; (voce del verbo accettare), il primo vocabolo si pronuncia &amp;ldquo;acc&amp;eacute;tta&amp;rdquo; (suono chiuso), e &amp;ldquo;acc&amp;egrave;tta&amp;rdquo; (suono aperto).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lasciamo per ultimo, perch&amp;eacute; in italiano &amp;egrave; quasi in disuso, l&amp;rsquo;accento circonflesso (^). Si usa talvolta per segnalare una contrazione di lettere, particolarmente in poesia. Tale accento &amp;egrave; usato nella lingua francese. Un tempo si ricorreva all&amp;rsquo;accento circonflesso, da parte di taluni (non era infatti una norma tassativa), per contrassegnare il plurale dei vocaboli terminanti in &amp;ndash;io non accentato.  Ma ormai l&amp;rsquo;accento circonflesso (come anche la dieresi) non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; usato.&lt;/p&gt;</content>
        <category term="Accenti perché sé sì" scheme="http://blog.libero.it/litterator/" label="Accenti perché sé sì"/>
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        <title type="text">LE CONSONANTI E LE LORO INSIDIE</title>
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        <published>2011-05-02T19:16:12+02:00</published>
        <updated>2011-05-02T19:16:12+02:00</updated>
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        <summary type="text">&amp;ldquo; Suonano insieme&amp;rdquo; con le vocali.Le altre sedici lettere dell&amp;rsquo;alfabeto italiano ch...</summary>
        <content type="html">&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/litterator/getmedia.php?Ere.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F15543510-k0511k%25iaed-ogzpvpctea%7Cli%3B-35%27z%05kgonmghom-%3FM&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo; Suonano insieme&amp;rdquo; con le vocali.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le altre sedici lettere dell&amp;rsquo;alfabeto italiano che non sono vocali, per essere pronunciate devono appoggiare il loro suono su una delle cinque vocali, e perci&amp;ograve; si definiscono &amp;ldquo;consonanti&amp;rdquo; (appunto perch&amp;eacute; devono: &amp;ldquo;consonare&amp;rdquo;, &amp;ldquo;sonare insieme&amp;rdquo; con le vocali).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se badate al movimento che avviene nella vostra bocca, vi accorgerete che mentre pronunciate le consonanti:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;d, l, n, r, s, t, z la vostra lingua tocca i denti: perci&amp;ograve; queste sette consonanti costituiscono il gruppo delle &amp;ldquo;dentali&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Inoltre &amp;ldquo;l&amp;rdquo; e &amp;ldquo;r&amp;rdquo; sono dette anche &amp;ldquo;liquide&amp;rdquo;, perch&amp;eacute; provocano una vibrazione della voce che le fa apparire particolarmente scorrevoli;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;n&amp;rdquo; (come &amp;ldquo;m&amp;rdquo;, che troveremo nel prossimo gruppo) &amp;egrave; altres&amp;igrave; &amp;ldquo;nasale&amp;rdquo; perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;emissione del suono avviene anche attraverso il naso (provare a serrare le narici mentre pronunciate qualche parola che contenga &amp;ldquo;n&amp;rdquo; o &amp;ldquo;m&amp;rdquo; e vi accorgerete subito del suono deformato);&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;s&amp;rdquo; e &amp;ldquo;z&amp;rdquo; sono anche &amp;ldquo;sibilanti&amp;rdquo; perch&amp;eacute; quando le pronunciamo si avverte un leggero sibilo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando pronunciamo b, p, e anche, sia pure con diverso movimento, f, m. v, ci serviamo delle labbra: queste consonanti sono perci&amp;ograve; dette &amp;ldquo;labiali&amp;rdquo; (in latino &amp;ldquo;labia&amp;rdquo; = labbra).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nella pronuncia della  lettera &amp;ldquo;q&amp;rdquo; oppure di &amp;ldquo;c&amp;rdquo; e &amp;ldquo;g&amp;rdquo; seguite dalle vocali  a, o, u (oppure da &amp;ldquo;h&amp;rdquo;, se dopo vengono &amp;ldquo;e&amp;rdquo; oppure &amp;ldquo;i&amp;rdquo;) il suono si forma in gola (latino: &amp;ldquo;guttur&amp;rdquo;): perci&amp;ograve; queste consonanti sono dette &amp;ldquo;gutturali&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le stesse &amp;ldquo;c&amp;rdquo; e &amp;ldquo;g&amp;rdquo; seguite dalle vocali &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;e&lt;/span&gt; oppure&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;i&lt;/span&gt; (purch&amp;eacute; non ci sia in mezzo la &amp;ldquo;h&amp;rdquo;) sono chiamate &amp;ldquo;palatali&amp;rdquo; perch&amp;eacute; la lingua, mentre le pronunciamo, poggia sul palato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Di seguito, alcuni esempi di parole in cui le consonanti &amp;ldquo;c&amp;rdquo; e &amp;ldquo;g&amp;rdquo; hanno il suono &amp;ldquo; gutturale&amp;rdquo;:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;cane, come, cuoco, chiesa, chiacchiera, gara, gola, gusto, langhe, ghiro, quattro, aquila.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ed ecco altri esempi in cui la &amp;ldquo;c&amp;rdquo; e la &amp;ldquo;g&amp;rdquo; hanno il suono &amp;ldquo;palatale&amp;rdquo;:  cena, cera, Cina, giace, luce, pace, sorge, Genova, Gino, gioconda, gioia, giostra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La lettera &amp;ldquo;h&amp;rdquo;: un&amp;rsquo;avventizia tutto fare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La lettera &amp;ldquo;h&amp;rdquo; nella nostra lingua ha alcune importantissime funzioni. Tutti sanno che basta inserire una &amp;ldquo;h&amp;rdquo; tra una &amp;ldquo;c&amp;rdquo; o una &amp;ldquo;g&amp;rdquo; e le vocali &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;e&lt;/span&gt;, &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;i&lt;/span&gt;, perch&amp;eacute; il suono della &amp;ldquo;c&amp;rdquo;  e della &amp;ldquo;g&amp;rdquo; diventi &amp;ldquo;gutturale&amp;rdquo;. Esempi:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giotto:  suono palatale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ghiotto: gutturale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Duci: palatale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Duchi: gutturale:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Getto: palatale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ghetto: gutturale. &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sin qui &amp;egrave; difficile sbagliare: soltanto un ignorante scriverebbe &amp;ldquo;chane&amp;rdquo; o &amp;ldquo;ghatto&amp;rdquo;. Ma in italiano la &amp;ldquo;h&amp;rdquo; &amp;egrave; usata, per una convenzione di grammatici, anche per distinguere nettamente l&amp;rsquo;uno dall&amp;rsquo;altro, certi vocaboli che altrimenti figurerebbero scritti allo stesso modo, perch&amp;eacute; identica &amp;egrave; la loro pronuncia.  Esempi:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sono andato a Roma;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ah, che bella notizia!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mia moglie ha scritto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Avrete notato nelle tre frasi che, mentre una semplice &amp;ldquo;a&amp;rdquo;, &amp;egrave; una preposizione, quando invece &amp;egrave; seguita da una &amp;ldquo;h&amp;rdquo;, diventa esclamazione (ah!). Se la &amp;ldquo;h&amp;rdquo; &amp;egrave; posta prima, &amp;egrave; voce del verbo avere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo stesso accade per la vocale &amp;ldquo;o&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Esempi:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Domani o dopo verr&amp;ograve; a trovarti;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Oh, che sorpresa!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non ho invitato nessuno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;O&amp;rdquo; &amp;egrave; semplice congiunzione; &amp;ldquo;oh&amp;rdquo; con la &amp;ldquo;h&amp;rdquo; posposta &amp;ldquo; ho&amp;ldquo; con la &amp;ldquo;h&amp;rdquo; anteposta &amp;egrave; verbo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La &amp;ldquo;h&amp;rdquo; si usa anche in altre interiezioni o esclamazioni che dir si voglia:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;uh! ih! eh! mah! ahi! ohi! ahim&amp;egrave;! ohib&amp;ograve;!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tuttavia nella nostra lingua questa lettera non ha nessun suono: ho, hai, ha, si pronunciano come se fossero o, ai, a (invece in talune lingue straniere, e anche in un certo periodo della&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt; bi &lt;/span&gt;millenaria vita del latino, serve, o serv&amp;igrave;, per segnalare un suono aspirato).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Piccolo diverbio che si trascina da tempo memorabile: si parlava gi&amp;agrave; nel settecento della mite &amp;ldquo;h&amp;rdquo; di latina memoria (eredit&amp;agrave; delle forme latine del verbo &amp;ldquo;habere&amp;rdquo;, &amp;ldquo;avere&amp;rdquo;, che nella coniugazione dell&amp;rsquo;indicativo presente faceva &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;h&amp;agrave;beo&lt;/span&gt;, &amp;ldquo;ho&amp;rdquo;; &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;h&amp;agrave;bes&lt;/span&gt;, &amp;ldquo;hai&amp;rdquo;; &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;h&amp;agrave;bet&lt;/span&gt;, &amp;ldquo;ha&amp;rdquo;; &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;h&amp;agrave;bent&lt;/span&gt;, &amp;ldquo;hanno&amp;rdquo;).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Vi erano  dissidenti e fautori delle forme accentate &amp;ograve;, &amp;agrave;i, &amp;agrave;, &amp;agrave;nno: bastava questo accento, dissero, a rimediare ogni cosa; la &amp;ldquo;h&amp;rdquo; non serve. Ed ancora oggi la disputa non &amp;egrave; ancora spenta, ma dobbiamo riconoscere che essa pende a favore dei sostenitori (pensate un po&amp;rsquo;, dati i nostri tempi sovvertitori d&amp;rsquo;ogni anticaglia!) della mite &amp;ldquo;h&amp;rdquo; di latina memoria.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Solo qualche scrittore oggi usa le forme accentate. Che dobbiamo concludere? Che entrambe le forme sono accettabili: io ho, tu hai, egli ha, essi hanno; ma anche: io &amp;ograve;, tu &amp;agrave;i, e cos&amp;igrave; via. Questione di gusti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;sono per la &amp;ldquo;h&amp;rdquo;; non per simpatia, ma per inveterata abitudine.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le insidie della &amp;ldquo;q&amp;rdquo;.&amp;nbsp;La bisbetica &amp;ldquo;q&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quante volte persone poco ferrate nell&amp;rsquo;ortografia, scrivono &amp;ldquo;acuila&amp;rdquo; o &amp;ldquo;acquila&amp;rdquo; invece di aquila (in contrasto con acqua, che non s&amp;rsquo;accontenta di restare nella sua antica e pi&amp;ugrave; semplice forma latina &amp;ldquo;aqua&amp;rdquo;).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Poi c&amp;rsquo;&amp;egrave; l&amp;rsquo;aggettivo &amp;ldquo;proficuo&amp;rdquo; che si scrive con la &amp;ldquo;c&amp;rdquo; mentre per iniquo (che pure si pronuncia allo stesso modo) guai a scrivere &amp;ldquo;inicuo&amp;rdquo;! Non parliamo delle varie nacque, piacque, tacque, che si pronunciano &amp;ldquo;naccue&amp;rdquo;, &amp;ldquo;piaccue&amp;rdquo;, &amp;ldquo;taccue&amp;rdquo;, ma ohib&amp;ograve;, siccome c&amp;rsquo;&amp;egrave; quella &amp;ldquo;u&amp;rdquo; guastafeste (non guasta feste!), la seconda &amp;ldquo;c&amp;rdquo;  deve per forza diventare q (anche in acquisito e acquistare, acquiescenza, nocque, giacque, eccetera).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma state attenti a non fare lo stesso per taccuino, perch&amp;eacute; qui, anche se c&amp;rsquo;&amp;egrave; la &amp;ldquo;u&amp;rdquo;, bisogna tenere buone le due &amp;ldquo;c&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un vocabolo ribelle, soqquadro, vuole le due &amp;ldquo;q&amp;rdquo;, rifiutando la compagnia della &amp;ldquo;c&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Infine ci sono il cuore, il cuoco e altri ancora che non hanno il diritto di incominciare con la &amp;ldquo;q&amp;rdquo; come i loro fratelli di pronuncia (per&amp;ograve; non sono neanche parenti) della famiglia del quoto, del quoziente e della quota (compreso il tanto diffuso quotidiano).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Chi ha studiato il latino sa che hanno la &amp;ldquo;q&amp;rdquo;, in italiano, quei vocaboli che l&amp;rsquo;avevano in latino (come liquore dal latino liquor, iniquo da iniquus, quale da qualis, mentre cuore deriva da cor, scuola da schola, proficuo da proficuus, percuotere da percutere); ma chi sfortunatamente ignora la lingua madre deve compensare quella sua ignoranza con l&amp;rsquo;attenta osservazione della corretta grafia dei vocaboli e, nel dubbio, ricorrere a un buon dizionario. Come si vede anche questo esempio, il tanto bistrattato latino a qualcosa di pratico pu&amp;ograve; ancora servire.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un&amp;rsquo;altra causa di piccoli infortuni &amp;egrave; l&amp;rsquo;incontro tra una delle due consonanti pi&amp;ugrave; tipicamente labiali, cio&amp;egrave; la &amp;ldquo;b&amp;rdquo; e la &amp;ldquo;p&amp;rdquo;, con la nasale &amp;ldquo;n&amp;rdquo;. Se unite il nome Gian e il nome Piero in un nome unico, ne risulta Gia&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;m&lt;/span&gt;piero e non &amp;ldquo;Gianpiero&amp;rdquo;, mentre si dice tranquillamente Gianfranco, giancarlo, Gianluigi; non diciamo &amp;ldquo;Gia&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;paolo n&amp;eacute; &amp;ldquo;Gia&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;battista&amp;rdquo;, ma sempre Giampaolo e Giambattista.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per la medesima ragione sarebbe errato scrivere:  co&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;battere  invece di   combattere i&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;burrareinvece diimburrare i&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;bevereinvece diimbevere i&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;portareinvece diimportare i&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;pugnare invece di  impugnare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dunque, praticamente: &amp;ldquo;n&amp;rdquo;diventa &amp;ldquo;m&amp;rdquo; quando &amp;egrave; seguita da &amp;ldquo;b&amp;rdquo; o &amp;ldquo;p&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il contrario avviene quando dal nome &amp;ldquo;tram&amp;rdquo; si formano i derivati di tra&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;viere, tra&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;vai, tra&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;viario; e anche tra&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;n&lt;/span&gt;via, sebbene le societ&amp;agrave; che gestiscono i pochi superstiti servizi tranviari a volte preferiscano, e malamente, la forma tramvia, pi&amp;ugrave; simile alla voce inglese &amp;ldquo;tramway&amp;rdquo;. Sono ammessi triumviro e quadrumviro, perch&amp;eacute; parole di origine dotta.&lt;/p&gt;</content>
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        <title type="text">TUTTO SULLE CINQUE VOCALI</title>
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        <published>2011-05-02T13:48:17+02:00</published>
        <updated>2011-05-02T13:48:17+02:00</updated>
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            <name>mando.lino</name>
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        <summary type="text">Cinque che valgono per sette.&amp;nbsp;Tutti pronunciamo queste vocali, quando parliamo, migliaia di vol...</summary>
        <content type="html">&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/litterator/getmedia.php?Ere.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F17613510-k0511k%25iaed-ogzpvpctea%7Cli%3B-35%27z%05kgonmghom-%3FQ&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;Cinque che valgono per sette.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;Tutti pronunciamo queste vocali, quando parliamo, migliaia di volte al giorno; ma forse non siamo mai interessati di sapere che movimenti fa la nostra bocca quando le pronunciamo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Interessiamocene adesso, magari con l&amp;rsquo;aiuto di uno specchio! Mentre pronunciamo (facciamo la prova a voce alta) la vocale &amp;ldquo;a&amp;rdquo; , noi apriamo bene la bocca. Invece quando diciamo &amp;rdquo;i&amp;rdquo; tiriamo le labbra indietro e teniamo la bocca socchiusa. Per emettere il suono &amp;ldquo;u&amp;rdquo; protendiamo le labbra avanti e la bocca si schiude appena appena. La &amp;ldquo;e&amp;rdquo; e la &amp;ldquo;o&amp;rdquo; hanno, ciascuna, due suoni differenti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;C&amp;rsquo;&amp;egrave; un suono aperto o largo, cio&amp;egrave; derivato da un movimento della bocca non molto dissimile da quello per la pronuncia di &amp;ldquo;a&amp;rdquo; (p. es., nelle parole: &amp;egrave;rba, &amp;ograve;ca); e un suono chiuso o stretto che somiglia piuttosto a quelli della &amp;ldquo;i&amp;rdquo; e della &amp;ldquo;u&amp;rdquo; (p. es., nella parola: n&amp;eacute;ve, amore).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quindi i segni delle vocali sono cinque ma valgono in pratica per sette.  Da questi diversi modi di pronunciare, le vocali si distinguono in : a, e, o   :  dure (forti)               i,u      :  molli (deboli) Intanto si pu&amp;ograve; concludere, senza inoltrarci oltre, che le vocali italiane hanno complessivamente sette pronunce diverse:                                                                         a, i, u    :  una pronuncia                                                                           e, o    :  due pronunce                                                                  (aperta o larga e chiusa o stretta).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando le vocali fanno &amp;ldquo;dittongo&amp;rdquo; voi stessi vi accorgerete allorch&amp;eacute; pronunciate una parola come Laura, uomo, Europa, fiore, niente, mai, che quelle due vocali messe insieme (au di Laura, uo in uomo, eu in Europa, eccetera) si pronunciano con una solo emissione di voce.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A nessuno verrebbe in mente, se capitasse in fine di riga il nome di Laura, di scrivere La-  e poi andare a capo con  -ura: il nome di Laura &amp;egrave; composto da due sillabe, non di tre.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ebbene, quella coppia di vocali pronunciata con una sola emissione di voce si chiama appunto &amp;ldquo; dittongo &amp;ldquo; (parola che deriva dal greco e che significa &amp;ldquo;di due suoni&amp;rdquo;). Se vi ricordate nel  paragrafo precedente, abbiamo parlato della differenza che passa tra vocali dure, dette anche &amp;ldquo;forti&amp;rdquo; ( a, e , o ), e vocali molli, dette anche &amp;ldquo;deboli&amp;rdquo; ( i, u ).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quindi il dittongo nasce:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;1) dall&amp;rsquo;incontro di una vocale &amp;ldquo; forte &amp;ldquo; con una &amp;ldquo; debole &amp;ldquo; e viceversa:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;a + i     (es.:  amai)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;a + u     (es.:  lauro)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;e + i     (es.:   temei)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;e + u      (es.:  pleurite)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;o + i     (es.:   poi)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;o + u     (es.:  Douro)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;i + a      (es.:  fianco)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;u + a     (es.:  guado)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;i + e      (es.:  miele)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;u + e     (es.:   questo)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;i + o      (es.:  chioma)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;u + o     (es.:   uovo)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;2) dall&amp;rsquo;incontro di due vocali &amp;ldquo;deboli&amp;ldquo;  (cio&amp;egrave; i con u):&lt;/p&gt;&lt;p&gt;i + u      (es.:  gi&amp;ugrave;, chiuso, grembiule)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;u + i      (es.:  cui, lui, altrui). &amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando due vocali formano &amp;ldquo; iato &amp;ldquo;. &amp;nbsp;Se invece si incontrano due vocali &amp;ldquo; forti &amp;ldquo;, esse si pronunciano ben separate, come in:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;oasi, (o-a),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;aeroplano (non aereoplano!) (a-e),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;poeta (o-e),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;beato (e-a),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Aosta (a-o),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;zoo (o-o),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;aureola (e-o),&lt;/p&gt;&lt;p&gt;azalee (e-e).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando avviene questo fatto, cio&amp;egrave; che le due vocali consecutive si pronunciano separate, invece del dittongo si ha lo &amp;ldquo;iato&amp;rdquo; parola di origine latina che significa &amp;ldquo;separazione&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Piccolo quiz: che differenza c&amp;rsquo;&amp;egrave; (s&amp;rsquo;intende, a proposito (non approposito!) di dittongo e di iato) tra un eroe solo e pi&amp;ugrave; eroi?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Presto detto: un eroe solo porta in s&amp;eacute; lo iato (o-e), invece pi&amp;ugrave; eroi il dittongo (o-i). Perch&amp;eacute;? Perch&amp;eacute; nel singolare eroe, le due vocali forti (o) ed (e) non fanno dittongo ma si pronunciano separate, mentre nel plurale eroi, l&amp;rsquo;incontro tra la vocale forte (o) e la vocale debole (i) (e allora c&amp;rsquo;&amp;egrave; dittongo). Eroe &amp;egrave; perci&amp;ograve; di tre sillabe (e-ro-e), eroi &amp;egrave; di due (e-roi).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Talvolta (ma molto raramente) s&amp;rsquo;incontrano non due, ma tre vocali (per. esempio: figliuolo). Naturalmente i grammatici hanno trovato il nome anche per questo incontro a tre: &amp;ldquo;trittongo&amp;rdquo; (cio&amp;egrave; &amp;ldquo;di tre suoni&amp;rdquo;).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel vocabolo &quot;aiuola&quot;, le vocali in fila sono addirittura quattro, ma la prima &quot;a&quot; si pronuncia distinta, &amp;egrave; parte di un&amp;rsquo;altra sillaba: si tratta dunque di un trittongo: iuo. Sillabiamo: a-iuo-la.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel concludere questo argomento sono intervenuti alcuni vocaboli a guastare la festa:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Paura, baule, faina, moina, suino, inveire, e molti altri insieme, si presentano ostentando chiaramente, quasi sfacciatamente, i due suoni delle vocali attigue che, pur essendo l&amp;rsquo;una forte e l&amp;rsquo;altra debole, non formano dittongo ma iato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il fatto si spiega subito. Prendiamo il primo dei vocaboli &amp;rdquo;ribelli&amp;rdquo; (eccezione): -paura- e confrontiamolo con un altro che si scrive quasi uguale (non eguale!): -pausa-. Nel vocabolo &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;pausa&lt;/span&gt; c&amp;rsquo;&amp;egrave; il dittongo e le sillabe sono due (pau-sa); invece in &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;paura&lt;/span&gt; c&amp;rsquo;&amp;egrave; iato e le sillabe sono tre (pa-u-ra).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma si avverte subito la differenza: in &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;p&amp;agrave;usa&lt;/span&gt; la voce cade sulla vocale forte (a), invece in &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;pa&amp;ugrave;ra&lt;/span&gt; cade sulla vocale debole (u), altro esempio: due parole uguali, ma con diverso accento e diversissimo significato: &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;b&amp;agrave;lia&lt;/span&gt; e &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;bal&amp;igrave;a&lt;/span&gt;. Nella prima c&amp;rsquo;&amp;egrave; dittongo, nella seconda iato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Di qui la regola: se l&amp;rsquo;accento cade sulla vocale forte (a,e, o) c&amp;rsquo;&amp;egrave; dittongo: p&amp;agrave;u-sa,  &amp;agrave;u-ra,  su&amp;ograve;-no.&amp;nbsp;Se invece l&amp;rsquo;accento cade sulla vocale debole (i, u) c&amp;rsquo;&amp;egrave; iato: p&amp;igrave;-o,  ub-b&amp;igrave;a, ba-&amp;ugrave;-le.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tanto per non farci mancare nulla, diciamo che nella nostra lingua in particolare, abbiamo i nostri &amp;ldquo;capricci&amp;rdquo; (eccezioni), da ricordarsi che non avviene dittongo, ma iato, anche quando due vocali attigue, pur trattandosi di un incontro tra forte e debole, appartenevano in origine a parole staccate, come ri-avere, nata dal prefisso &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;ri&lt;/span&gt;- seguito dal verbo &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;avere&lt;/span&gt;, e cos&amp;igrave; ri-aprire, ri-evocare, ri-ottenere, eccetera, nonch&amp;eacute; sotto-indicare, fra-intendere, bi-ennio, su-esposto.&lt;/p&gt;</content>
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        <title type="text">MAIUSCOLE E MINUSCOLE (seconda parte)</title>
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        <published>2011-05-02T13:36:57+02:00</published>
        <updated>2011-05-02T13:36:57+02:00</updated>
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            <name>mando.lino</name>
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        <summary type="text">Appuntamento in &amp;ldquo;piazza Navona&amp;rdquo; o in &amp;ldquo;Piazza Navona&amp;rdquo;?Finch&amp;eacute; l&amp;rsquo;a...</summary>
        <content type="html">&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/litterator/getmedia.php?%40re.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F30613510-k0511k%25iaed-ogzpvpctea%7Cli%3B-35%27z%05kgonmghom-%3FP&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;Appuntamento in &amp;ldquo;&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;p&lt;/span&gt;iazza Navona&amp;rdquo; o in &amp;ldquo;&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;P&lt;/span&gt;iazza Navona&amp;rdquo;?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Finch&amp;eacute; l&amp;rsquo;appuntamento &amp;egrave; dato a voce (o per telefono, che &amp;egrave; pur sempre a voce) non c&amp;rsquo;&amp;egrave; imbarazzo; ma per iscritto salta fuori un piccolo dubbio: p minuscola per quella bella piazza romana, o P maiuscola? Il dubbio sarebbe uguale anche se l&amp;rsquo;appuntamento fosse in via Margutta (o Via Margutta?) o all&amp;rsquo;anfiteatro Flavio (minuscola o maiuscola, quella iniziale?) Se si trattasse di Foro Italico, nessun dubbio: anche se &amp;ldquo;f&amp;ograve;ro&amp;rdquo; &amp;egrave; il nome classico di &amp;ldquo;piazza&amp;rdquo; che si chiama Italico, ma di determinata localit&amp;agrave; definita Foro Italico: dunque sempre maiuscola l&amp;rsquo;iniziale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Invece per piazza Navona si pu&amp;ograve; ragionare diversamente: c&amp;rsquo;&amp;egrave; una piazza a Roma che si chiama Navona, quindi il nome comune piazza pu&amp;ograve; restare con l&amp;rsquo;iniziale minuscola, lasciando soltanto al nome proprio Navona; lo stesso ragionamento vale per via Margutta. A Milano si scriver&amp;agrave;: piazza della Scala, meglio che Piazza della Scala; corso di Porta Romana ( e Porta Romana meglio che porta Romana, considerandosi i due vocaboli insieme per definizione in quel monumento).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Seguendo il nostro ragionamento, si scriver&amp;agrave; palazzo Barberini, ma invece Palazzo Reale perch&amp;eacute; in quest&amp;rsquo;ultima denominazione nome e aggettivo sono indispensabili (non &amp;egrave; il palazzo che si chiama Reale, ma l&amp;rsquo;edificio che si definisce Palazzo Reale).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ritornando ai &amp;ldquo;dubbi romani&amp;rdquo; , tra anfiteatro Flavio e Anfiteatro Flavio sia meglio Anfiteatro Flavio, mentre, sebbene si tratti del medesimo monumento, si scriver&amp;agrave; senza esitazione Colosseo, con l&amp;rsquo;iniziale maiuscola, perch&amp;eacute; il nome Colosseo pu&amp;ograve; stare da s&amp;eacute; (il Colosseo, cio&amp;egrave; l&amp;rsquo;anfiteatro detto &amp;ldquo;Colosseo&amp;rdquo;), ma l&amp;rsquo;aggettivo Flavio no.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anche nella geografia vale il medesimo ragionamento. Scriveremo fiume Po, cio&amp;egrave; quel fiume che si chiama Po &amp;ndash; si pu&amp;ograve; anche dire semplicemente: il Po &amp;ndash; diversamente da Fiume Azzurro, perch&amp;eacute; quel determinato fiume della Cina non si chiama Azzurro, bens&amp;igrave; Fiume Azzurro: non potremmo dire: Navigammo sull&amp;rsquo;Azzurro. E similmente il monte San Gottardo, il monte Sempione, il vulcano Etna, il colle di Superga; ma invece: Monte Bianco, Monte Nero,Col Moschin, eccetera. Mentre va bene scrivere: Lago Maggiore (non &amp;egrave; un lago che si chiama semplicemente Maggiore; si pu&amp;ograve; dire: Andare in barca sul Trasimeno, ma non gi&amp;agrave;: Andare in barca sul Maggiore). Lo stesso Lago Maggiore  &amp;egrave; detto Verbano; in tale caso scriveremo: il lago Verbano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Insomma: l&amp;rsquo;aggettivo non basta a creare, da solo, la definizione di un luogo, tranne quando, per molto uso, diventa sostantivo, e allora &amp;egrave; come se fosse un nome.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per esempio:   l&amp;rsquo;Atlantico, il Pacifico, il Mediterraneo,  perch&amp;eacute; possono semplicemente sostituire:  l&amp;rsquo;oceano Atlantico, l&amp;rsquo;oceano Pacifico, il mare Mediterraneo.&lt;/p&gt;</content>
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