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I bianchi sono tutti razzisti

Post n°827 pubblicato il 16 Novembre 2020 da Fanny_Wilmot
 

 

"I progressisti bianchi sono i responsabili della gran parte delle ferite razziste subite ogni giorno dalle persone di colore". Parte da questo assunto Robin DiAngelo, autrice del saggio Fragilità bianca, per fare chiarezza su un punto di cruciale importanza: non sono soltanto i suprematisti ad essere razzisti, fenomeno a cui riconosce solo un ruolo marginale, ma è la società americana, ed anche europea, ad essere strutturata in maniera tale da favorire i bianchi sotto ogni profilo. Tutti noi, insiste DiAngelo, siamo razzisti e il fatto di essere incapaci di riconoscerlo, per opportunismo o perché costretti in gabbie mentali, permette alla forma suprema di ingiustizia, la whiteness, di perpetuarsi immutata.

Un estratto.

"Lo schema buono/cattivo è una falsa dicotomia. Tutti gli individui hanno pregiudizi, specie rispetto all'altro da sé in una società come quella americana profondamente divisa in base alla razza. I miei genitori possono insegnarmi che siamo tutti uguali, io posso avere amici di colore e non raccontare mai una barzelletta razzista, ma resto comunque condizionata dal razzismo in quanto membro di una società che trova in esso il suo fondamento. Sarò comunque vista e trattata come bianca, e vivrò la mia vita in base alle esperienze dei bianchi. Coltiverò un'identità, una personalità, interessi e progetti secondo una prospettiva bianca. Avrò una visione del mondo e uno schema di riferimento bianchi.

In una società in cui la razza conta moltissimo, la nostra appartenenza razziale non può che incidere profondamente sul nostro modo di essere. Per sovvertire questo costrutto dobbiamo prendere coscienza con onestà di come esso si manifesta nelle nostre vite e nella società che ci circonda.Ogni atto razzista non è un fenomeno isolato, ma parte di un sistema più vasto di dinamiche interconnesse. Concentrarsi sui singoli episodi impedisce di effettuare una disamina personale, interpersonale, culturale, storica e strutturale necessaria a smantellare il sistema. L'idea semplicistica che circoscrive il razzismo ai soli comportamenti intenzionali commessi da individui malvagi è alla radice di pressoché tutte le reazioni autoassolutorie dei bianchi nei riguardi del fenomeno. Soltanto superando questo luogo comune potremo superare lo scoglio dell'autoindulgenza.

La logica binaria buono/cattivo occulta la natura strutturale del razzismo, ci impedisce di vederla e capirla a fondo. Altrettanto problematico è l'impatto di questa visione del mondo sulla nostra condotta. Se come bianco concettualizzo il razzismo in base a una contrapposizione binaria e mi colloco sul lato «non razzista», mi considero già a posto: non serve che faccia altro. Non sono razzista, dunque il razzismo non è un mio problema; non mi riguarda e non sono tenuto ad agire oltre. La dicotomia garantisce che io non mi senta in dovere di costruire una capacità di pensiero critico sulla disuguaglianza razziale o di usare la mia posizione privilegiata per contestarla".

Dello stesso avviso la scrittice statunitense, originaria del Ghana, Yaa Gyasi che, intervistata in merito al suo secondo romanzo Transcendent Kingdom, ha detto: "Con Transcendent Kingdom ho guardato dentro me stessa. Ci sono i luoghi della mia vita, come Huntsville, dove ho passato l'infanzia, e Stanford, dove ho studiato. Huntsville riflette un'immagine fedele del sud degli Stati Uniti. Anch'io, come Gifty*, sono cresciuta nella chiesa evangelica: la mia era una delle due famiglie nere che frequentavano la comunità religiosa. È anche per questo che ho sviluppato un senso di solitudine crescendo. Io e i miei genitori, immigrati dal Ghana quando avevo due anni, ci sentivamo soli, anche a causa del colore della pelle. Ho trasferito le mie ansie a Gifty". Com'era già accaduto per il suo primo romanzo Homegoing, Gyasi porta alla luce il pregiudizio razziale attraverso la voce dei protagonisti.

*la protagonista del romanzo

 

 

 
 
 
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