GIOCHI O NON GIOCHI?

LUNA PARK


Il bus con il resto del gruppo è un po’ in ritardo. Ormai è quasi mezz’ora che aspetto e questo posto al buio è un vagamente inquietante. Ho giocato per qualche minuto con i sassolini sul selciato tendendo le orecchie ad ogni minimo rumore. Ma niente. E adesso non so neanche dove sia il quadro elettrico. Potrei almeno accendere qualche luce. Ma probabilmente mi servirebbe una chiave che non ho. Aspetto ancora fissando nell’oscurità strane ombre che cerco di interpretare per non lasciarmi spaventare troppo. Esco e giro attorno alla macchina per cercare fari in lontananza che si avvicinino rapidamente verso di me. Poco dopo li scorgo, più tranquilla. E’ un posto isolato ma l’abbiamo scelto apposta per creare l’effetto migliore. Uno dei ragazzi veniva qui da bambino a giocare con i suoi amici. Credo che questa strada non sia neanche segnata sulle mappe più dettagliate. E’ un po’ come l’isola che non c’è. Abbiamo poco tempo ormai per preparare tutto. Immersa in un vociare confuso ed eccitato cerco la sua valigia tra le altre, nel bagagliaio del bus. È pesante come sempre, non ha mai imparato a portarsi dietro solo il minimo indispensabile. Scommetto che se aprissi questa borsa troverei tanta di quella roba inutile che potrei tirar su un mercatino delle pulci. Mi abbraccia da dietro cercando la mia guancia tra i capelli schiacciati dal berretto. Sorride felice ed emozionata. Finalmente i fari del bus non sono più gli unici ad illuminare l’ambiente attraverso una grossa vetrata. Qualcuno deve aver trovato il quadro elettrico ed averlo messo in funzione. È tutto così perfetto. Le giostre si illuminano come d’incanto in serie, una lampadina per volta, tutte di colori diversi. Il rumore dell’elettricità che scorre rapida dentro ai cavi può sembrare assordante, ma è solo di compagnia. Fa parte dello show. Note ridicole da carrettino del gelato si mischiano tra loro da ogni parte della sala. Poco più in là, sul fondo c’è il palco. È più grande di quanto me l’aspettassi. E non c’è il sipario. Questo può giocare a nostro favore. Mi chiedo chi abbia avuto la folle idea di montare un luna park dentro ad un enorme capannone. Le giostre sono degli anni ’50, credo, ma sono in perfetto stato. So che qualcuno passa periodicamente per la manutenzione, anche se non vengono più utilizzate. Dev’essere lo stesso tizio che ci ha dato le chiavi. E la parte migliore sono i camerini dietro le quinte. Perfettamente attrezzati per una compagnia grande come la nostra. I ragazzi e le ragazze stanno già svestendosi e truccandosi. Pronti per indossare i loro costumi. I montatori hanno quasi finito con la scenografia. Semplice, proprio come avevamo stabilito fin dall’inizio. Sento lo sciamare del pubblico all’interno del capannone. Sembra che siano tantissimi. Ma può solo essere l’eco. Intanto me ne sto seduta su uno sgabello un po’ sghembo nel suo camerino. È bellissima come sempre. Con la pelle bianca che sembra quasi trasparente, le spalle nude coperte solo dai capelli di un rosso perfetto. Si sta truccando da sola. Sta già entrando nel suo personaggio. Mi guarda attraverso il riflesso dello specchio e continua a parlare. Senza sosta. Osservo ogni piccolo meraviglioso difetto del suo corpo minuto. Credo di amarla, come mai nessun’altra. Sono orgogliosa di lei. Adoro quando mi guarda con quegli occhi sognanti. Gli occhi di una ragazza che crede che sarà per sempre. E onestamente ci spero anche io. L’aiuto a chiudere il bottone dei jeans sdruciti che deve indossare sul palco. Una mia vecchia canottiera le si appoggia leggermente sul seno piccolo. Le infilo le dita tra i capelli e glieli arruffo. Meglio che posso. Non voglio farle male. Non le farei male per nessun motivo al mondo. Mai. Il trucco pesante le cola sul viso, dagli occhi, e lei continua a strofinarlo per derformarlo meglio. Adesso è davvero pronta. Sentiamo i tre campanelli registrati. È il momento. Finalmente. Ci stringiamo forte l’una all’altra. La guardo solo un secondo in più negli occhi sporchi di nero, per tenerla un po’ più a lungo qui dentro di me. Mi bacia dolcemente, sfiorandomi appena le labbra con le sue, per non sporcarmi con il rossetto. È bella. Davvero. L’ultimo campanello è appena suonato. Me ne sto lì in piedi in prima fila, tra i ragazzi più giovani. Quelli arrivati per primi. Tendo il collo per vedere meglio. Mi giro sulle punte dei piedi. È pieno. È pieno sul serio. Non credevo fosse possibile. Le musichette delle giostre smettono di suonare. Si spengono le luci. Tutte. È silenzio. Totale. È buio e le uniche cose che sento sono il cuore che mi scoppia dentro al petto e il calore dei corpi in attesa dietro al mio. Solo qualche secondo. Solo qualche secondo. Bam! Con uno scoppio si accendono i fari sul palco. Inizia.