Son passati quasi 100 anni dal terremoto del 1908. Un terremoto devastante che coinvolse in particolare Messina e Reggio Calabria. Solo a Messina, la più colpita, le vittime arrivarono a circa 80.000, su una popolazione di 140.000 abitanti. A Reggio Calabria furono 15.000 su una popolazione di 45.000 abitanti. Si tratta però di stime poco attendibili, perché per quanto il fenomeno sia stato di entità inaudita, senza precedenti nella storia, il governo dell'epoca, capeggiato da Giolitti, se ne disinteressò quasi totalmente, e chiese addirittura di far crollare tutto, senza dare soccorso a quelli rimasti sotto le macerie e una degna sepoltura ai cadaveri. Troppo costoso.Di fatto, i sopravvissuti, rimasero senza soccorsi per settimane e settimane. Solo qualche nave straniera di passaggio, mossa da compassione, organizzò qualche distribuzione di cibo ed aiutò a tirare fuori dalle macerie qualche bambino.Ma intanto, la stampa di mezzo mondo arrivava. La gente era al limite dell'abbrutimento: senza mangiare, senza acqua da bere, e senza un tetto in pieno inverno, si verificarono fenomeni di follia collettiva dei più truci. Ma fu quando iniziarono ad arrivare notizie dei saccheggi, che il re si convinse a venire. Si catapultò sulle macerie della banca d'Italia, monopolizzando tutti i mezzi disponibili, per disseppellire il caveau e tirare fuori i forzieri pieni d'oro. Mentre nel quartiere limitrofo, popolato prevalentemente dai portuali, la gente urlava ancora intrappolata nelle macerie.Mio nonno, che all'epoca aveva 19 anni, ha perso quasi tutta la sua famiglia, e qualche anno dopo, l'ha persa per intero. Perché i due fratelli sopravvissuti, spinti dagli stenti, non hanno potuto fare di meglio che andarsene in America, senza dare più notizie di loro. Quella che era una famiglia agiata, con una florida attività di import-export con i Balcani, in seguito a questa tragedia, si ridusse ad essere rappresentata solo da mio nonno che per sopravvivere attingeva acqua pulita dai pozzi, per poi rivenderla. Quello che rimase del resto della famiglia, è solo qualche foto stropicciata, e tanta tristezza nei suoi occhi.Proprio in quel periodo, il cinema e la fotografia iniziavano ad avere valore documentario, e tanti furono i documenti prodotti dai cineasti e dai fotografi. I fratelli Alinari hanno costruito la loro fortuna sui diritti derivati da questo reportage. Le immagini quindi fecero il giro del mondo e commossero molte persone comuni. Ingenti furono le donazioni, soprattutto quelle dagli Stati Uniti e dai paesi del Commonwealth , ma anche dalla Svezia, dalla Danimarca e dai Paesi Bassi.Dopo quel sisma edilizio, ma soprattutto umano. In città c'era tanta confusione. E dove c'è confusone, si sa, c'è da fare tanti soldi.In città arrivarono profittatori di diverse specie. Arrivarono per aiutare, ma si diedero d'aiuto. E molte delle donazioni non arrivarono mai a chi aveva realmente bisogno.A parte qualche baracca americana, qualche chalet svizzero prefabbricato, e qualche puntello di legno sulla facciata del duomo, di quei soldi si vide poco o niente.Chiese, uffici pubblici, scuole, banche, edifici militari, furono baracche di legno per moltissimo tempo, almeno fino agli anni 30. Ma intanto la popolazione aumentava: sulla spinta della ricostruzione, e quindi dalla possibilità di trovare lavoro, arrivarono molte persone, sia dalla stessa provincia, che dalla vicina Catania. Le baracche, da poche che erano all'inizio, divennero interi quartieri. Fiumare di casette di legno che dalle colline arrivavano fino al mare. C'era un po di tutto: da lussuosi chalet svizzeri, a misere tende da campo e baracche messe in piedi alla menopeggio.Malgrado da quel giorno siano passati quasi 100 anni, e manchino appena 4 mesi per commemorare il centenario dell'evento, Messina é e rimane una città terremotata.Siamo terremotati dentro.Una classe amministrativa di incapaci, in un secolo, non solo non é riuscita a risolvere il problema abitativo, ma in certi casi lo ha incancrenito, moltiplicando per mille gli effetti del terremoto.L'aspetto più grave ed evidente di questa incapacità, non sono solo le baracche, che ancora in certi quartieri sono numerose, ma l'emarginazione sociale e culturale in cui vive un vasto strato di popolazione. Una subcultura alimentata da una assenza quasi totale di radici, di identità, di appartenenza al territorio.Il pattume e l'inciviltà forse é l'unica cosa che a pieno titolo può rappresentare questa città, e ne costituisce l'unica identità culturale possibile.Dove nessuno si é preoccupato di creare una cultura di appartenenza alla città, é fin troppo evidente che nessuno sentirà proprio il bene comune.La conseguenza é che, questo abbrutimento civico, non si riscontra solo nei quartieri ghetto, ma un po dappertutto.Se andate a fare una passeggiata nelle vie del centro, facendovi largo tra le cacche dei cani, i topi e gli scarafaggi, noterete che la città non ha alcuna unità stilistica e in fatto di costruzioni ognuno fa un po come gli pare. Le finestre degli edifici, sono spesso una diversa dall'altra, senza considerare le numerose sopraelevazioni spesso progettate in antitesi stilistica al contesto dell'edificio. La logica, a cento anni del sisma, é ancora che l'aspetto estetico sia assolutamente secondario, rispetto all'emergenza abitativa. Il fatto grave é che nessuno alla fine da rilievo a queste cose: di fatto siamo ancora in emergenza post terremoto.Lo scenario vi assicuro che é deprimente, soprattutto perché la città é in una posizione incantevole ed ha delle potenzialità enormi. Per quanto agli inizi del secolo scorso, qualcuno si sia preoccupato di dare un indirizzo architettonico alla città, regalandoci edifici di pregio, soprattutto in stile liberty, eclettico e funzionale, alla fine, in mezzo a tutto questo pattume edilizio, anche quelli perdono di senso. Paradossalmente, a certe brutture, preferisco le baracche.
UNA CITTA' TERREMOTATA
Son passati quasi 100 anni dal terremoto del 1908. Un terremoto devastante che coinvolse in particolare Messina e Reggio Calabria. Solo a Messina, la più colpita, le vittime arrivarono a circa 80.000, su una popolazione di 140.000 abitanti. A Reggio Calabria furono 15.000 su una popolazione di 45.000 abitanti. Si tratta però di stime poco attendibili, perché per quanto il fenomeno sia stato di entità inaudita, senza precedenti nella storia, il governo dell'epoca, capeggiato da Giolitti, se ne disinteressò quasi totalmente, e chiese addirittura di far crollare tutto, senza dare soccorso a quelli rimasti sotto le macerie e una degna sepoltura ai cadaveri. Troppo costoso.Di fatto, i sopravvissuti, rimasero senza soccorsi per settimane e settimane. Solo qualche nave straniera di passaggio, mossa da compassione, organizzò qualche distribuzione di cibo ed aiutò a tirare fuori dalle macerie qualche bambino.Ma intanto, la stampa di mezzo mondo arrivava. La gente era al limite dell'abbrutimento: senza mangiare, senza acqua da bere, e senza un tetto in pieno inverno, si verificarono fenomeni di follia collettiva dei più truci. Ma fu quando iniziarono ad arrivare notizie dei saccheggi, che il re si convinse a venire. Si catapultò sulle macerie della banca d'Italia, monopolizzando tutti i mezzi disponibili, per disseppellire il caveau e tirare fuori i forzieri pieni d'oro. Mentre nel quartiere limitrofo, popolato prevalentemente dai portuali, la gente urlava ancora intrappolata nelle macerie.Mio nonno, che all'epoca aveva 19 anni, ha perso quasi tutta la sua famiglia, e qualche anno dopo, l'ha persa per intero. Perché i due fratelli sopravvissuti, spinti dagli stenti, non hanno potuto fare di meglio che andarsene in America, senza dare più notizie di loro. Quella che era una famiglia agiata, con una florida attività di import-export con i Balcani, in seguito a questa tragedia, si ridusse ad essere rappresentata solo da mio nonno che per sopravvivere attingeva acqua pulita dai pozzi, per poi rivenderla. Quello che rimase del resto della famiglia, è solo qualche foto stropicciata, e tanta tristezza nei suoi occhi.Proprio in quel periodo, il cinema e la fotografia iniziavano ad avere valore documentario, e tanti furono i documenti prodotti dai cineasti e dai fotografi. I fratelli Alinari hanno costruito la loro fortuna sui diritti derivati da questo reportage. Le immagini quindi fecero il giro del mondo e commossero molte persone comuni. Ingenti furono le donazioni, soprattutto quelle dagli Stati Uniti e dai paesi del Commonwealth , ma anche dalla Svezia, dalla Danimarca e dai Paesi Bassi.Dopo quel sisma edilizio, ma soprattutto umano. In città c'era tanta confusione. E dove c'è confusone, si sa, c'è da fare tanti soldi.In città arrivarono profittatori di diverse specie. Arrivarono per aiutare, ma si diedero d'aiuto. E molte delle donazioni non arrivarono mai a chi aveva realmente bisogno.A parte qualche baracca americana, qualche chalet svizzero prefabbricato, e qualche puntello di legno sulla facciata del duomo, di quei soldi si vide poco o niente.Chiese, uffici pubblici, scuole, banche, edifici militari, furono baracche di legno per moltissimo tempo, almeno fino agli anni 30. Ma intanto la popolazione aumentava: sulla spinta della ricostruzione, e quindi dalla possibilità di trovare lavoro, arrivarono molte persone, sia dalla stessa provincia, che dalla vicina Catania. Le baracche, da poche che erano all'inizio, divennero interi quartieri. Fiumare di casette di legno che dalle colline arrivavano fino al mare. C'era un po di tutto: da lussuosi chalet svizzeri, a misere tende da campo e baracche messe in piedi alla menopeggio.Malgrado da quel giorno siano passati quasi 100 anni, e manchino appena 4 mesi per commemorare il centenario dell'evento, Messina é e rimane una città terremotata.Siamo terremotati dentro.Una classe amministrativa di incapaci, in un secolo, non solo non é riuscita a risolvere il problema abitativo, ma in certi casi lo ha incancrenito, moltiplicando per mille gli effetti del terremoto.L'aspetto più grave ed evidente di questa incapacità, non sono solo le baracche, che ancora in certi quartieri sono numerose, ma l'emarginazione sociale e culturale in cui vive un vasto strato di popolazione. Una subcultura alimentata da una assenza quasi totale di radici, di identità, di appartenenza al territorio.Il pattume e l'inciviltà forse é l'unica cosa che a pieno titolo può rappresentare questa città, e ne costituisce l'unica identità culturale possibile.Dove nessuno si é preoccupato di creare una cultura di appartenenza alla città, é fin troppo evidente che nessuno sentirà proprio il bene comune.La conseguenza é che, questo abbrutimento civico, non si riscontra solo nei quartieri ghetto, ma un po dappertutto.Se andate a fare una passeggiata nelle vie del centro, facendovi largo tra le cacche dei cani, i topi e gli scarafaggi, noterete che la città non ha alcuna unità stilistica e in fatto di costruzioni ognuno fa un po come gli pare. Le finestre degli edifici, sono spesso una diversa dall'altra, senza considerare le numerose sopraelevazioni spesso progettate in antitesi stilistica al contesto dell'edificio. La logica, a cento anni del sisma, é ancora che l'aspetto estetico sia assolutamente secondario, rispetto all'emergenza abitativa. Il fatto grave é che nessuno alla fine da rilievo a queste cose: di fatto siamo ancora in emergenza post terremoto.Lo scenario vi assicuro che é deprimente, soprattutto perché la città é in una posizione incantevole ed ha delle potenzialità enormi. Per quanto agli inizi del secolo scorso, qualcuno si sia preoccupato di dare un indirizzo architettonico alla città, regalandoci edifici di pregio, soprattutto in stile liberty, eclettico e funzionale, alla fine, in mezzo a tutto questo pattume edilizio, anche quelli perdono di senso. Paradossalmente, a certe brutture, preferisco le baracche.