“TUTTI HANNO IL DIRITTO DI MANIFESTARE LIBERAMENTE IL PROPRIO PENSIERO CON LA PAROLA, LO SCRITTO O OGNI ALTRO MEZZO DI DIFFUSIONE” .Così recita il comma 1 dell’ Art21 della Costituzione Italiana la quale, attraverso la Corte Costituzionale, ha sempre indicato IL PLURALISMO come una “conditio sine qua non”; un valore necessario perché la Libertà di Informazione venga tutelata.Essendo il nostro blog dedicato appunto al tema, ho provato a ricostruire i tasselli di quello che è stato il percorso della televisione italiana negli ultimi anni.Nella sentenza n.826 del 1988, la Corte Costituzionale afferma che “ il principio pluralistico viene realizzato quando in un determinato mercato si trovano ad operare una pluralità di soggetti, diversi tra loro e tendenzialmente equivalenti sotto il profilo tecnico ed economico”.Per evitare quindi che un solo privato possa occupare una fetta troppo vasta di mercato e contraddire quindi il “sacro principio”, la Corte individua in normative antitrust il metodo efficace perché l’art. 21 fosse rispettato.1) Così, dopo l’esplosione delle reti private negli anni ’80 e la creazione del duopolio RAI / FININVEST nel 1990 la legge Mammì decreta che un soggetto può possedere al massimo 3 televisioni o, comunque, non più del 25% delle reti nazionali. Con questa legge ci si limitava a fotografare la situazione esistente, non si toccavano i patrimoni già esistenti ma si ponevano i giusti limiti ad un espansione privata pericolosa per la tutela del pluralismo.2) Nel 1994 la Corte Costituzionale, per adeguare la legge alla situazione europea, abbassa il limite dal 25% della Legge Mammì al 20% come ,d'altronde, era per gli altri mezzi di comunicazione. 3) La Legge Maccanico del 1997 ribadisce questo limite antitrust aggiungendo inoltre che un solo soggetto non può accaparrarsi più del 30% della pubblicità totale, garantendo così un peso equivalente sul mercato tra reti pubbliche e private.Poiché questa legge avrebbe comportato il trasferimento sul satellite di RETE4 ,si parla di LEGGE TRANSITORIA : aspettando il “congruo sviluppo delle tecnologie satellitari” l’Autorità per le Comunicazioni fissa il termine di attuazione per il 31.12.2003 con riserbo di prolungare la scadenza se ce ne fosse stato bisogno.4) Nel 2002, rischiando il termine vago “congruo sviluppo” di rendere perennemente transitorio il decreto, la Corte Costituzionale sancisce l’improrogabiltà del termine per il 31.12.2003 5) Nel dicembre 2003, pochi giorni prima dell’entrata dei limiti e la conseguente emissione di RETE4 sul satellite il governo Berlusconi approva un decreto che, inizialmente respinto alle Camere dal presidente Ciampi (il Presidente della Repubblica può respingere un decreto solo una volta), viene ufficializzato la vigilia di Natale. Il 24/ 12/ 2003 il decreto impedisce l’entrata in vigore dei limiti della Legge Meccanico per “verificare lo sviluppo del digitale terrestre entro Aprile”.6)Il governo promuove con incentivi l’acquisto del digitale terrestre, la cui espansione nel mercato è decisiva perché il 3/ 5/ 2004 venga approvata la Legge Gasparri. Questa introduce il concetto di S.I.C. (Sistema integrato delle comunicazioni) che comprende stampa, tv, radio,internet e periodici.La novità di questa legge è che il limite prefissato del 20 % non si riferisce più al sistema televisivo ma all’intero S.I.C. il quale,essendo difficilmente stimabile per l’enormità di componenti che lo costituiscono, non ha ancora portato al calcolo di quelli che sono gli eventuali limiti necessari per tutelare il pluralismo. Se questa sia l’ennesima legge ad personam del mandato del Cavaliere,questo lo lasciamo decidere a voi, ci limitiamo a constatare che RETE4 è tuttora al suo posto, la divisione del mercato pubblicitario non è ancora stata adempita, e le condizioni necessarie in un sistema pluralistico sono rimaste quelle precarie degli anni 90.In tutto questo ci si chiede perché la sinistra, nella travagliata legislatura dal 1996 al 2001, non abbia fatto nulla per risolvere il problema sul conflitto di interessi.Eppure qualcosa era stato fatto: il senatore Stefano Passigli, con l’aiuto di importanti costituzionalisti, nel ’96 presentò un disegno di legge che prevedeva “ per il periodo in cui un proprietario di imprese atte ad influenzare i complessivi equilibri democratici e costituzionali del Paese (e tra queste, naturalmente , le emittenti radio-televisive) avesse ricoperto incarichi di governo, di affidare la gestione delle stesse a un soggetto terzo e indipendente”. Il centro-destra, però ,per difendere il proprio leader S. Berlusconi ,si oppose duramente alla proposta e il governo, per non approvare una normativa di tale portata senza la collaborazione dell’opposizione, concluse la legislatura con un nulla di fatto. Pur condividendo in parte le buone intenzioni da parte dell’allora centro sinistra, riteniamo sia stato un errore non approvare, anche “a colpi di maggioranza” una legge che avrebbe salvato e tutelato il pluralismo dell’informazione italiana.Perché il pluralismo non ha colore, non è di destra né di sinistra, e va perciò difeso da chi, per le sue smanie imprenditoriali, cerca di calpestare un diritto che la Costituzione,dal 1948, attribuisce a tutti.Per avere qualche notizia più dettagliata sull’argomento, vi invitiamo a leggere il libro di Roberto Zaccaria “Diritto dell’informazione e della comunicazione”.
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“TUTTI HANNO IL DIRITTO DI MANIFESTARE LIBERAMENTE IL PROPRIO PENSIERO CON LA PAROLA, LO SCRITTO O OGNI ALTRO MEZZO DI DIFFUSIONE” .Così recita il comma 1 dell’ Art21 della Costituzione Italiana la quale, attraverso la Corte Costituzionale, ha sempre indicato IL PLURALISMO come una “conditio sine qua non”; un valore necessario perché la Libertà di Informazione venga tutelata.Essendo il nostro blog dedicato appunto al tema, ho provato a ricostruire i tasselli di quello che è stato il percorso della televisione italiana negli ultimi anni.Nella sentenza n.826 del 1988, la Corte Costituzionale afferma che “ il principio pluralistico viene realizzato quando in un determinato mercato si trovano ad operare una pluralità di soggetti, diversi tra loro e tendenzialmente equivalenti sotto il profilo tecnico ed economico”.Per evitare quindi che un solo privato possa occupare una fetta troppo vasta di mercato e contraddire quindi il “sacro principio”, la Corte individua in normative antitrust il metodo efficace perché l’art. 21 fosse rispettato.1) Così, dopo l’esplosione delle reti private negli anni ’80 e la creazione del duopolio RAI / FININVEST nel 1990 la legge Mammì decreta che un soggetto può possedere al massimo 3 televisioni o, comunque, non più del 25% delle reti nazionali. Con questa legge ci si limitava a fotografare la situazione esistente, non si toccavano i patrimoni già esistenti ma si ponevano i giusti limiti ad un espansione privata pericolosa per la tutela del pluralismo.2) Nel 1994 la Corte Costituzionale, per adeguare la legge alla situazione europea, abbassa il limite dal 25% della Legge Mammì al 20% come ,d'altronde, era per gli altri mezzi di comunicazione. 3) La Legge Maccanico del 1997 ribadisce questo limite antitrust aggiungendo inoltre che un solo soggetto non può accaparrarsi più del 30% della pubblicità totale, garantendo così un peso equivalente sul mercato tra reti pubbliche e private.Poiché questa legge avrebbe comportato il trasferimento sul satellite di RETE4 ,si parla di LEGGE TRANSITORIA : aspettando il “congruo sviluppo delle tecnologie satellitari” l’Autorità per le Comunicazioni fissa il termine di attuazione per il 31.12.2003 con riserbo di prolungare la scadenza se ce ne fosse stato bisogno.4) Nel 2002, rischiando il termine vago “congruo sviluppo” di rendere perennemente transitorio il decreto, la Corte Costituzionale sancisce l’improrogabiltà del termine per il 31.12.2003 5) Nel dicembre 2003, pochi giorni prima dell’entrata dei limiti e la conseguente emissione di RETE4 sul satellite il governo Berlusconi approva un decreto che, inizialmente respinto alle Camere dal presidente Ciampi (il Presidente della Repubblica può respingere un decreto solo una volta), viene ufficializzato la vigilia di Natale. Il 24/ 12/ 2003 il decreto impedisce l’entrata in vigore dei limiti della Legge Meccanico per “verificare lo sviluppo del digitale terrestre entro Aprile”.6)Il governo promuove con incentivi l’acquisto del digitale terrestre, la cui espansione nel mercato è decisiva perché il 3/ 5/ 2004 venga approvata la Legge Gasparri. Questa introduce il concetto di S.I.C. (Sistema integrato delle comunicazioni) che comprende stampa, tv, radio,internet e periodici.La novità di questa legge è che il limite prefissato del 20 % non si riferisce più al sistema televisivo ma all’intero S.I.C. il quale,essendo difficilmente stimabile per l’enormità di componenti che lo costituiscono, non ha ancora portato al calcolo di quelli che sono gli eventuali limiti necessari per tutelare il pluralismo. Se questa sia l’ennesima legge ad personam del mandato del Cavaliere,questo lo lasciamo decidere a voi, ci limitiamo a constatare che RETE4 è tuttora al suo posto, la divisione del mercato pubblicitario non è ancora stata adempita, e le condizioni necessarie in un sistema pluralistico sono rimaste quelle precarie degli anni 90.In tutto questo ci si chiede perché la sinistra, nella travagliata legislatura dal 1996 al 2001, non abbia fatto nulla per risolvere il problema sul conflitto di interessi.Eppure qualcosa era stato fatto: il senatore Stefano Passigli, con l’aiuto di importanti costituzionalisti, nel ’96 presentò un disegno di legge che prevedeva “ per il periodo in cui un proprietario di imprese atte ad influenzare i complessivi equilibri democratici e costituzionali del Paese (e tra queste, naturalmente , le emittenti radio-televisive) avesse ricoperto incarichi di governo, di affidare la gestione delle stesse a un soggetto terzo e indipendente”. Il centro-destra, però ,per difendere il proprio leader S. Berlusconi ,si oppose duramente alla proposta e il governo, per non approvare una normativa di tale portata senza la collaborazione dell’opposizione, concluse la legislatura con un nulla di fatto. Pur condividendo in parte le buone intenzioni da parte dell’allora centro sinistra, riteniamo sia stato un errore non approvare, anche “a colpi di maggioranza” una legge che avrebbe salvato e tutelato il pluralismo dell’informazione italiana.Perché il pluralismo non ha colore, non è di destra né di sinistra, e va perciò difeso da chi, per le sue smanie imprenditoriali, cerca di calpestare un diritto che la Costituzione,dal 1948, attribuisce a tutti.Per avere qualche notizia più dettagliata sull’argomento, vi invitiamo a leggere il libro di Roberto Zaccaria “Diritto dell’informazione e della comunicazione”.