Nel mese di giugno del 1905, e precisamente la domenica 18, nel carcere di Portoferraio, sull'isola d'Elba, dove era stato rinchiuso e condannato ai lavori forzati, dopo decenni di prigionia, all'età di 75 anni, muore poverissimo per atonia senile, "il brigante" Carmine Crocco, il "Braveheart" del Regno delle Due Sicilie, figura emblematica del brigantaggio postunitario che si oppose alla conquista del Sud nel decennio 1860 - 1870.Dalla storia dei vincitori risorgimentali è stato sempre indicato come il crudele brigante, assassino feroce. Ma in realtà è stato un eroico e coraggioso capo della rivolta antipiemontese e antisavoiarda.
Nato a Rionero in Vulture, oggi in provincia di Potenza, ma allora appartenente al circondariato di Melfi, il 5 giugno 1830, quarto di cinque figli di Francesco e di Maria Gera, entrambi contadini. Vissuto dunque nell'ambiente semplice della terra, ha conosciuto la miseria e la difficoltà, l'umiliazione e il dispotismo dei signorotti, che la facevano da padroni. Già ragazzo nasce in lui la ribellione difronte all'ingiustizia, anche perchè la sua stessa famiglia è vittima di sorprusi ed angherie. Da bambino, infatti, fu privato con gli altri famigliari della madre rinchiusa nel manicomio di Aversa a seguito di uno shock subito per la perdita del figlio che attendeva nel suo grembo, avvenuta perché presa a calci da un nobile signorotto locale, al quale aveva maltrattato il cane che disturbava e impensieriva la famiglia. Il "nobile" delinquente rimase impunito dalle autorità locali. Come pure fu testimone della violenza subita dalla sorella Rosina, da parte di un giovane rampollo di una famiglia nobile locale, verso il quale il giovanissimo Carmine reagì con violenza, fino ad ucciderlo con un coltello.Per nessuna di queste cose la famiglia Crocco ha mai avuto giustizia, e questo portò Carmine, arrestato e condannato per le sue estreme reazioni, ad accogliere favorevolmente l'idea liberale, che con false promesse e giochi di parole, andava seminando nel Regno zizzania e contraddizioni. Si arruolò nelle bande garibaldesche, convinto così di avere giustizia e di vedersi cancellati i vecchi reati.
Purtroppo ben presto, ritornando nel suo paese quando fu disciolto l'esercito garibaldino, si rende conto che nessuna delle promesse fatte sarebbero state mantenute, anzi trovò a capo del paese lo stesso sindaco di prima, che già tramava con le file liberal-massoni, e che la stessa famiglia del signorotto che gli aveva violentato la sorella, e che lui aveva ucciso, era tra i notabili gentiluomini del paese, e ancora desiderosi di vendetta contro di lui e la sua famiglia.Comprese che tutta la propaganda liberale era stato una montatura, e che avevano cambiato l'antico governo del Re napoletano, che aldilà delle contraddizioni, riusciva a preoccuparsi del benessere del popolo e dei contadini, con un nuovo Re, per giunta straniero, e che nulla capiva dei problemi dei meridionali, anzi un Re che aveva dato maggiori poteri alle classi dei gentiluomini borghesi e dei militari. Si accorge del male fatto alla sua gente, della sofferenza, degli sfruttamenti, e legge negli occhi dei suoi paesani il desiderio di ritornare all'antico governo del Re Borbone, "o 'Rre 'ro populo", e il malcontento verso un potere che voleva togliere alla gente pane e libertà. Si accorge che quelle idee di liberalismo, altro non erano che inganno per permettere ai ricchi di essere ancora più ricchi, a discapito delle classi povere e modeste, e che lui, proprio come tutti gli altri di questa nostra terra, per i nuovi conquistatori stranieri, venuti da un "mondo lontano", e che pur dichiarandosi "fratelli" parlavano un'altra lingua e avevano altre idee, lui non è altro che un "caffone terrone", quindi nessuno. Vede che si spogliavano in nome del nuovo Re le Chiese, si chiudevano i conventi che tanto bene facevano alla gente umile, si maltrattava l'antica fede del popolo in virtù di ideali antireligiosi.Si mise a capo di alcuni uomini, e contattato dai legittimisti, accettò di diventare generale dell'esercito legittimista borbonico. Furono migliaia gli uomini che lo seguirono: braccianti, contadini, cavallari, ex-soldati borbonici, gente a cui diede speranza contro i sorprusi dei nuovi conquistatori. Tutti i paesi della Basilicata lo acclamavano liberatore ed eroe della Patria napoletana. Anche se rude e di carattere impetuoso, seppe avere sui suoi uomini e sul popolo un'influenza positiva, e nessuno rifiutava di combattere al suo fianco al grido di "viva o 'Rre Francesco II e viva il Papa Pio IX". Con lui combatterono uomini di grande coraggio, e anche il generale legittimista spagnolo Jose Borges, inviato da Re Francesco II a guidare la lotta degli insorti meridionali.L'ingente numero di militari usati per la lotta al brigantaggio, che altro non era che guerra ai partigiani meridionali, e la famigerata legge Pica, la complicità della camorra al nuovo governo, riuscirono a prendere il sopravvento sulla lotta partigiana, e i numerosi tradimenti, anche di quelli che inizialmente sperarono nella restaurazione borbonica, ma poi si adattarono al nuovo potere, incominciarono a dare grossi problemi agli insorgenti. La repressione piemontese si fece sempre più feroce e bastava un semplice sospetto per radere al suolo interi villaggi, e uccidere uomini, donne, vecchi, bambini. In tutto questo la classe che pagò maggiormente fu quella degli umili.Incominciarono a decimarsi le bande dei briganti, e molti venivano uccisi in seguito a processi sommari, e con questi centinaia e centinaia di gente comune, vittime di un odio razzista. La vita brigantesca di Carmine Crocco vede concludere la sua fase ascendente, e anche lui tradito da uno dei suoi stessi uomini, ferito, cerca di scappare negli Stati Pontifici, certo di trovare asilo. Ma fu incarcerato, e quando i piemontesi occuparono Roma, fu consegnato a loro, che lo processarono a Potenza nel 1872. Condannato a morte, per decreto reale, la pena fu commutata nei lavori forzati a vita. Chi era Crocco: un eroe o un bandito? Per i potenti, di ieri e di oggi, che vogliono continuare a calpestare i deboli con i loro sorprusi, per i vincitori di ogni tempo, è un "brigante". Ma per gli storici onesti, che sanno leggere la storia anche con gli occhi dei vinti, e che sono ormai daccordo nel definire il brigantaggio una rivolta contro il conquistatore e usurpatore savojardo, per la gente del sud, è stato una icona della partigianeria meridionale. Alla sua storia si ispira anche un film del regista Pasquale Squitieri, "li chiamarono briganti", film bellissimo, ma che la critica prezzolata tutta amante del risorgimento e dei suoi miti, ha stroncato acerbamente. Nonostante il film sia stato fatto sparire, perchè si dicevano troppe verità fastidiose, molti sono riusciti ad averlo, e tante volte è stato persino proiettato nelle scuole. Anch'esso è uno strumento utile per far conoscere la verità sulle barbarie risorgimentali e sul genocidio del Sud.
Inoltre oggi ci sono numerosi documentari, libri e spettacoli su Crocco e sull'argomento brigantaggio, così che si può conoscere ancora di più su una storia volutamente dimenticata, ma ricca di eroismo. Sono tante le città del Sud, dove si organizzano manifestazioni e conferenze sull'argomento, e nel Vulture non è difficile trovare insegne con la faccia ed il nome di Carmine Crocco in qualche trattoria, o sulle magliette, sui foulard o ricordi in terracotta, oppure strade intitolate a lui. A Rionero c'è persino una targa sul luogo dove era la sua casa natale. Si realizza la speranza di Carmine Crocco che, strenuato dalla ingiusta prigionia, dimenticato da tutti, scriveva a lume di candele nel suo diario: << ... chissà che fra mille anni sorga qualcuno che comprenda quello che io cercavo >>. A quasi 150 anni dall'unità d'Italia, quando ormai in tanti hanno aperto gli occhi sulla storia, forse riusciremo realmente a capovolgere le ingiustizie ricevute, e a fare un vero processo storico a coloro, che diventati i miti della nuova Italia, altro non erano che criminali e assassini. Forse riusciremo ad abbattere nella nostra terra i monumenti innalzati dai vincitori a Vittorio Emanuele II, a Cavour, a Garibaldi, a Cialdino e ad altri mercenari risorgimentali, a cancellare dalle nostre strade i loro nomi infamanti, e a ridare voce ai nostri eroi maltrattati e uccisi, alla nostra gente violentemente angariata e sterminata, al nostro Re ingiustamente calunniato e cacciato. Riusciremo ad alzare la nostra voce e a raccontare ai nostri giovani, ragazzi e bambini la vera storia, non quella della storiografia scolastica ancora intrisa delle bugie risorgimentali, e così ridare loro la dignità di un'appartenenza ad una Nazione, quella delle Due Sicilie, che fu tra le prime nel mondo per cultura, per illuminismo, per industrializzazione, per arte, per legalità, per civiltà. Prima nel campo della scuola e della scienza, della tecnica e del lavoro, della vita sociale e nella religione.
Filmati dedicati a Carmine Crocco e alla sua battaglia per la libertà. « ...E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà... » ( Carmine Crocco Donatelli)