Di Mary Elizabeth Williams Fin dagli albori della civiltà, il genere umano ha comunicato con i simboli. Quando i sumeri hanno scolpito nella pietra l’icona di una birreria, hanno fatto fare un enorme passo in avanti a tutta l’umanità (i sumeri hanno anche inventato la birra, il che fa di loro i veri precursori del genere letterario “sms alcolico”). Lettere e segni di interpunzione non sono altro che un modo per codificare i nostri pensieri e le nostre idee. Ma allora perché mi arrabbio tanto quando ricevo un messaggio che termina con due punti, trattino e parentesi? La faccina sorridente, con tutte le sue varianti, mi ha irritato sin dalla prima volta che l’ho incontrata, quasi diciassette anni fa. Ero una novellina e non ho capito cosa significasse, finché un gentile cittadino della rete non mi ha detto: “Piega la testa da un lato”. Così l’ho vista. Quando hai visto una faccina una volta non puoi più non vederla, soprattutto quando buona parte delle persone con cui scambi messaggi la usa con entusiasmo. Le faccine, che in inglese si chiamano emoticon, sono usate da persone intelligenti e sveglie, colte e divertenti. Eppure quando vedo un emoticon il mio primo pensiero è: “Quanti anni hai, dodici?”. Che cos’ha l’emoticon per ispirarmi tanta antipatia? Forse è lo spreco di energie che comporta, la sua ridondanza, il fatto che dimostra una mancanza di fiducia nella capacità di comunicare. Se dici “Non vedo l’ora di incontrarti stasera”, io penso che non vedi l’ora di in- contrarmi stasera. Se scrivi “Non vedo l’ora di incon- trarti stasera ”, penso che non sei sicuro che io capisca quanto sentimento c’è in quel messaggio di sette parole. E se scrivi “Non vedo l’ora di incontrarti stasera ”, credo che la tua idea di finire a letto insieme sia un po’ prematura. L’emoticon è nato dalla cultura tecnologica. Per essere onesti con gli smanettoni, diciamo che chi passa tanto tempo davanti a un monitor di solito non è un campione di socialità. Immaginate di dover fare a meno di segnali visivi come il sorriso, il contatto fisico, il gentile e scherzoso colpetto sulla spalla che nel mondo reale addolcisce frasi come “Leggi quel cazzo di manuale, cretino!”: potete capire che momento epico dev’essere stato quello in cui un uomo ha capito che, con tre semplici battute sulla tastiera, poteva portare un’espressione facciale all’interno di un mezzo di comunicazione impersonale.Quell’uomo era Scott Fahlman, uno scienziato informatico della Carnegie Mellon University. Il 19 settembre 1982 inviò un messaggio che aveva come oggetto “”. Il suo scopo era rendere chiara la comunicazione in un forum online dell’università, e diceva: “Propongo la sequenza di caratteri per indicare uno scherzo. Da leggere con la testa piegata da un lato. In realtà, visto l’andazzo, forse è più economico segnalare quelli che non sono scherzi. Per questo si può usare :-(”. Il genio era uscito dalla lampada della tastiera. Ho parlato con Fahlman e gli ho chiesto cosa pensasse di quello che ha combinato. “C’è una ragione per cui ha avuto tanto successo”, mi ha detto. “È comodo. Non siamo tutti grandi scrittori. La nostra è una comunicazione molto informale e veloce. Non ti va di metterti a spiegare se una cosa è scherzosa o no. Io mando molti messaggi pieni di sarcasmo. Se butto dentro una faccina, mi risparmio centinaia di litigi e lo sforzo è minimo”. Ma anche il dottor Frankenstein degli emoticon mette dei limiti. Riflettendo sulle più recenti faccine preconfezionate (e sui fantastiliardi di alternative gentilmente offerte dai programmi di posta elettronica), il giudizio di Fahlman è netto: “Penso che quei tondi gialli siano brutti. Nel digitare il proprio emoticon personale, invece, c’è qualcosa di creativo”. Il mio amico Craig Ward, un tipografo che gestisce il sito Words Are Pictures e condivide il mio “profondo rispetto per la punteggiatura” (lo definisce così), la pensa in modo opposto. “Il disegno di una faccia sorridente è concettualmente diverso. Da questo punto di vista, credo che l’emoticon fatto da un insieme di caratteri sia al tramonto. Evviva”. Ma prima li usava anche lui. “Parecchio, se devo essere onesto. Ora molto meno: credo che ne abbiamo abusato”. Non importa se sono umili segni di interpunzione, disegni o piccoli file animati: li detesto tutti. Vedo una faccina alla fine di una frase, e comincio ad abbassare il valore e il quoziente d’intelligenza della persona che l’ha scritta. Il mio disagio nei confronti degli emoticon non dipende dal fatto che io sono una tipa vecchio stile. Ok, sono un’ultraquarantenne che ha bisogno degli occhiali per scrivere un sms, ma fateci caso: faccine sorridenti e dintorni sono la passione di vostra nonna. A differenza degli enigmatici acronimi o della fuorviante terminologia dei videogame, che gettano in confusione i nostri vecchi, l’emoticon non discrimina in base all’età. Ma nella sua essenza c’è qualcosa di fastidiosamente carino, qualcosa di allegro come i ghirigori su un quaderno, che mi spinge a cancellare subito la sua stu- pida faccia a suon di schiaffi. Forse è perché non mi fido completamente di quel che vorrebbe dire. Tra tutti i crimini commessi dall’emoticon, il più atroce è sicuramente il ruolo che può svolgere nell’insulto passivo-aggressivo. I semplici commenti sarcastici di una volta, almeno, erano onesti. Commenti su Facebook del tipo “Bel vestito! Non sapevo che ci fosse un congresso di battone in città ” o “Penso che anche stasera cucinerò tutto io! ” sono solo stronzate. E il sarcasmo accompagnato dall’occhiolino non è sarcasmo. Dopo più di un quarto di seco- lo di cultura di internet, possiamo tranquillamente dire che l’emoticon non ha sradicato l’abitudine di mandare messaggi offensivi o, più in generale, l’idiozia online. È solo uno strumento in più. Anche ammettendo che l’emoticon dica la verità, non tutte le comunicazioni hanno bisogno di chiarimenti su come vi sentite. L’affermazione di un’azione – per esempio “Sto andando alla riunione” – non richiede di aprire una finestra sulla vostra anima. Se state dicendo che siete bloccati nel traffico o che ieri sera ave- te fatto una cenetta deliziosa, date per scontato che chi vi legge sia capace di immaginare in modo appropriato la vostra reazione psicologica a questi eventi. Inoltre, se state proprio esprimendo le vostre emozioni – “Sono tanto avvilito” – le parole svolgono perfettamente la loro funzione, e non traggono nessun vantaggio dall’aggiunta di una faccina triste. Certo, non siamo tutti scrittori. Se una simpatica icona facilita le relazioni online, che male c’è? Usiamo già i segni d’interpunzione per esprimere più chiaramente le nostre idee. A cosa serve un punto esclamativo, se non per comunicare un’emozione intensa? A cosa serve il corsivo, se non per enfatizzare o distinguere parole e frasi? E se scrivessi “Sto arrossendo”, sarebbe tanto diverso dal mandare una faccina con le guance rosse? Il problema è che l’emoticon è maledettamente bisognoso d’attenzione. La faccina è l’equivalente del colpo di batteria che sottolinea le battute nei numeri di varietà. Si avvinghia alle vostre gambe virtuali implorando la vostra approvazione, vi dice “Amami! Comprendimi! Ho un cuore fragile e leggero anche nella disperazione!” (il fatto che esista un’icona per “cuore infranto” è più che sufficiente a spezzarmi il cuore). Cercherò sempre di venire incontro ai vostri pensieri. Lasciate qualcosina all’immaginazione. Non dovete stupirmi con la vostra prosa scintillante (anche se è sempre la benvenuta). E non è necessario dipingere un quadro, giuro. Ma fidatevi: se qualcosa vi fa sorridere, potete parlarmene e io capirò. Fidatevi: anche se non potete vedermi, la mia faccia, che non è gialla e non è decorata da segni d’interpunzione, reagirà con un sorriso.Per gentile concessione dalla rete.
Morte alle faccine
Di Mary Elizabeth Williams Fin dagli albori della civiltà, il genere umano ha comunicato con i simboli. Quando i sumeri hanno scolpito nella pietra l’icona di una birreria, hanno fatto fare un enorme passo in avanti a tutta l’umanità (i sumeri hanno anche inventato la birra, il che fa di loro i veri precursori del genere letterario “sms alcolico”). Lettere e segni di interpunzione non sono altro che un modo per codificare i nostri pensieri e le nostre idee. Ma allora perché mi arrabbio tanto quando ricevo un messaggio che termina con due punti, trattino e parentesi? La faccina sorridente, con tutte le sue varianti, mi ha irritato sin dalla prima volta che l’ho incontrata, quasi diciassette anni fa. Ero una novellina e non ho capito cosa significasse, finché un gentile cittadino della rete non mi ha detto: “Piega la testa da un lato”. Così l’ho vista. Quando hai visto una faccina una volta non puoi più non vederla, soprattutto quando buona parte delle persone con cui scambi messaggi la usa con entusiasmo. Le faccine, che in inglese si chiamano emoticon, sono usate da persone intelligenti e sveglie, colte e divertenti. Eppure quando vedo un emoticon il mio primo pensiero è: “Quanti anni hai, dodici?”. Che cos’ha l’emoticon per ispirarmi tanta antipatia? Forse è lo spreco di energie che comporta, la sua ridondanza, il fatto che dimostra una mancanza di fiducia nella capacità di comunicare. Se dici “Non vedo l’ora di incontrarti stasera”, io penso che non vedi l’ora di in- contrarmi stasera. Se scrivi “Non vedo l’ora di incon- trarti stasera ”, penso che non sei sicuro che io capisca quanto sentimento c’è in quel messaggio di sette parole. E se scrivi “Non vedo l’ora di incontrarti stasera ”, credo che la tua idea di finire a letto insieme sia un po’ prematura. L’emoticon è nato dalla cultura tecnologica. Per essere onesti con gli smanettoni, diciamo che chi passa tanto tempo davanti a un monitor di solito non è un campione di socialità. Immaginate di dover fare a meno di segnali visivi come il sorriso, il contatto fisico, il gentile e scherzoso colpetto sulla spalla che nel mondo reale addolcisce frasi come “Leggi quel cazzo di manuale, cretino!”: potete capire che momento epico dev’essere stato quello in cui un uomo ha capito che, con tre semplici battute sulla tastiera, poteva portare un’espressione facciale all’interno di un mezzo di comunicazione impersonale.Quell’uomo era Scott Fahlman, uno scienziato informatico della Carnegie Mellon University. Il 19 settembre 1982 inviò un messaggio che aveva come oggetto “”. Il suo scopo era rendere chiara la comunicazione in un forum online dell’università, e diceva: “Propongo la sequenza di caratteri per indicare uno scherzo. Da leggere con la testa piegata da un lato. In realtà, visto l’andazzo, forse è più economico segnalare quelli che non sono scherzi. Per questo si può usare :-(”. Il genio era uscito dalla lampada della tastiera. Ho parlato con Fahlman e gli ho chiesto cosa pensasse di quello che ha combinato. “C’è una ragione per cui ha avuto tanto successo”, mi ha detto. “È comodo. Non siamo tutti grandi scrittori. La nostra è una comunicazione molto informale e veloce. Non ti va di metterti a spiegare se una cosa è scherzosa o no. Io mando molti messaggi pieni di sarcasmo. Se butto dentro una faccina, mi risparmio centinaia di litigi e lo sforzo è minimo”. Ma anche il dottor Frankenstein degli emoticon mette dei limiti. Riflettendo sulle più recenti faccine preconfezionate (e sui fantastiliardi di alternative gentilmente offerte dai programmi di posta elettronica), il giudizio di Fahlman è netto: “Penso che quei tondi gialli siano brutti. Nel digitare il proprio emoticon personale, invece, c’è qualcosa di creativo”. Il mio amico Craig Ward, un tipografo che gestisce il sito Words Are Pictures e condivide il mio “profondo rispetto per la punteggiatura” (lo definisce così), la pensa in modo opposto. “Il disegno di una faccia sorridente è concettualmente diverso. Da questo punto di vista, credo che l’emoticon fatto da un insieme di caratteri sia al tramonto. Evviva”. Ma prima li usava anche lui. “Parecchio, se devo essere onesto. Ora molto meno: credo che ne abbiamo abusato”. Non importa se sono umili segni di interpunzione, disegni o piccoli file animati: li detesto tutti. Vedo una faccina alla fine di una frase, e comincio ad abbassare il valore e il quoziente d’intelligenza della persona che l’ha scritta. Il mio disagio nei confronti degli emoticon non dipende dal fatto che io sono una tipa vecchio stile. Ok, sono un’ultraquarantenne che ha bisogno degli occhiali per scrivere un sms, ma fateci caso: faccine sorridenti e dintorni sono la passione di vostra nonna. A differenza degli enigmatici acronimi o della fuorviante terminologia dei videogame, che gettano in confusione i nostri vecchi, l’emoticon non discrimina in base all’età. Ma nella sua essenza c’è qualcosa di fastidiosamente carino, qualcosa di allegro come i ghirigori su un quaderno, che mi spinge a cancellare subito la sua stu- pida faccia a suon di schiaffi. Forse è perché non mi fido completamente di quel che vorrebbe dire. Tra tutti i crimini commessi dall’emoticon, il più atroce è sicuramente il ruolo che può svolgere nell’insulto passivo-aggressivo. I semplici commenti sarcastici di una volta, almeno, erano onesti. Commenti su Facebook del tipo “Bel vestito! Non sapevo che ci fosse un congresso di battone in città ” o “Penso che anche stasera cucinerò tutto io! ” sono solo stronzate. E il sarcasmo accompagnato dall’occhiolino non è sarcasmo. Dopo più di un quarto di seco- lo di cultura di internet, possiamo tranquillamente dire che l’emoticon non ha sradicato l’abitudine di mandare messaggi offensivi o, più in generale, l’idiozia online. È solo uno strumento in più. Anche ammettendo che l’emoticon dica la verità, non tutte le comunicazioni hanno bisogno di chiarimenti su come vi sentite. L’affermazione di un’azione – per esempio “Sto andando alla riunione” – non richiede di aprire una finestra sulla vostra anima. Se state dicendo che siete bloccati nel traffico o che ieri sera ave- te fatto una cenetta deliziosa, date per scontato che chi vi legge sia capace di immaginare in modo appropriato la vostra reazione psicologica a questi eventi. Inoltre, se state proprio esprimendo le vostre emozioni – “Sono tanto avvilito” – le parole svolgono perfettamente la loro funzione, e non traggono nessun vantaggio dall’aggiunta di una faccina triste. Certo, non siamo tutti scrittori. Se una simpatica icona facilita le relazioni online, che male c’è? Usiamo già i segni d’interpunzione per esprimere più chiaramente le nostre idee. A cosa serve un punto esclamativo, se non per comunicare un’emozione intensa? A cosa serve il corsivo, se non per enfatizzare o distinguere parole e frasi? E se scrivessi “Sto arrossendo”, sarebbe tanto diverso dal mandare una faccina con le guance rosse? Il problema è che l’emoticon è maledettamente bisognoso d’attenzione. La faccina è l’equivalente del colpo di batteria che sottolinea le battute nei numeri di varietà. Si avvinghia alle vostre gambe virtuali implorando la vostra approvazione, vi dice “Amami! Comprendimi! Ho un cuore fragile e leggero anche nella disperazione!” (il fatto che esista un’icona per “cuore infranto” è più che sufficiente a spezzarmi il cuore). Cercherò sempre di venire incontro ai vostri pensieri. Lasciate qualcosina all’immaginazione. Non dovete stupirmi con la vostra prosa scintillante (anche se è sempre la benvenuta). E non è necessario dipingere un quadro, giuro. Ma fidatevi: se qualcosa vi fa sorridere, potete parlarmene e io capirò. Fidatevi: anche se non potete vedermi, la mia faccia, che non è gialla e non è decorata da segni d’interpunzione, reagirà con un sorriso.Per gentile concessione dalla rete.